La beffa oltraggiosa del bel René

Cristina Brondoni
23/01/2011

Vallanzasca insulta un militare e rischia la revoca dei benefici di pena.

La notizia è di giovedì 20 gennaio 2011, un giorno prima dell’uscita nelle sale del film di Michele Placido VallanzascaGli angeli del male interpretato da Kim Rossi Stuart. Il bel René, uno dei maggiori criminali degli anni Settanta, condannato a quattro ergastoli e 260 anni di carcere, è stato denunciato per oltraggio a pubblico ufficiale e ora rischia la revoca dei benefici di pena che gli consentono di uscire dal carcere per lavorare.
L’OLTRAGGIO AI MILITARI. La vicenda è accaduta alla fine del mese scorso ma è stata resa nota ora dal segretario nazionale Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Michele Di Sciacca. Vallanzasca era in un albergo di Mondragone con la moglie Antonella d’Agostino (un’amica d’infanzia sposata nel 2008 con rito civile officiato da Vittorio Sgarbi) quando i militari dell’Arma si sono presentati per il controllo di rito volto a verificare la sua presenza sul posto. Il pluriergastolano, si legge nella lettera del sindacato «con una sorprendente quanto inaccettabile prepotenza, accompagnata dall’uso di parole oltraggiose, riferiva ai militari di non essere un detenuto da quattro soldi, pretendendo di non essere controllato assiduamente dalle forze di polizia, in particolar modo in certi orari che potessero arrecargli disturbo».

Criminale fin dall’infanzia

Sarà soggettivo, ma che Vallanzasca possa godere di qualcosa, che si tratti del beneficio del lavoro esterno o del letto morbido di un albergo, stride di sicuro con i 260 anni di carcere che deve scontare. Visto che non basta una vita per una condanna di questo tipo, che nella mente del giudice probabilmente voleva risultare esemplare e irrevocabile, a rimembranza di tutti i delitti di cui Vallanzasca si è reso responsabile, la vicenda risulta un insulto al codice penale, alla magistratura e a tutti i cittadini che, non dimentichiamolo, sono lo Stato.
UN’INDOLE CRIMINALE. C’è poi chi decide di dedicare un altro film (ce n’è già uno del 1977) a questo criminale che già da bambino, lo riferisce una ex vicina di casa di via Porpora, a Milano, dimostrava un’indole che poco o niente aveva a che fare con il candore tipico dell’innocenza infantile: «Tirava il pallone sui vetri delle finestre e, se nessuno si affacciava a protestare, entrava negli appartamenti». La stessa signora racconta che lei era «rimasta una delle poche a non aver tolto il saluto alla sua mamma che, poverina, anche quando Renato era in carcere, già anziana, gli portava le cose che prendeva in rosticceria sperando che, portandogli qualcosa di buono da mangiare, non scappasse un’altra volta».

Condanna esemplare o beffa?

Vallanzasca è uno che ha rubato, sequestrato e ammazzato. E una volta catturato ha sempre tentato la fuga, spesso riuscendoci. Ha cominciato a delinquere già da bambino, organizzando la sua banda, perché non riusciva a rispettare non solo le regole del vivere civile ma nemmeno quelle della malavita. Già a occhio nudo, più che un leader dotato di carisma, sembra il classico bambino sfigato che non è in grado di giocare con gli altri e si porta via la palla.
IL CLICHÉ DEL BANDITO. Solo che qui non stiamo parlando di una palla, stiamo parlando di qualcuno che ruba a destra e a manca perché solo così riesce a garantirsi una vita agiata che, ovviamente, nella mente ristretta e poco lungimirante tipica del sociopatico, si traduce in bei vestiti, belle macchine e belle donne. Il classico cliché.  Uno che non ha esitato a iniettarsi urina nelle vene, mangiare uova marce e respirare gas propano per contrarre di proposito l’epatite. E che, alla fine, sottoposto a un regime carcerario meno ristretto è evaso grazie all’aiuto di una guardia compiacente.
FUGHE E CONDANNE. Una volta fuori, ha rimesso insieme la sua banda di disperati senza niente da perdere ricominciando con le rapine e i sequestri, lasciandosi alle spalle una lunga scia di morti tra cui quattro poliziotti, un medico, un impiegato di banca e due agenti della stradale. In carcere, nuovamente ospite, ha organizzato rivolte, si è sposato con un’ammiratrice e ha ucciso un suo amico fraterno a coltellate, decapitandolo e giocando a palla con la sua testa. Ci sono poi state altre fughe e altre condanne. Fino ad arrivare al conto totale con la giustizia di quei 260 anni di carcere da pagare alla società che, visti adesso, alla luce di benefici e premi, sembrano più una beffa che non una condanna esemplare nel ricordo delle vittime che, di questa società, facevano parte.