La causa la finanzio io

Redazione
28/01/2011

di Elia Pietra Quando, nel 1992, Alan Zimmerman si stancò di essere solo un avvocato, chiuse il suo studio di...

di Elia Pietra

Quando, nel 1992, Alan Zimmerman si stancò di essere solo un avvocato, chiuse il suo studio di San Francisco per occuparsi di finanza. Come spesso accade, una telefonata cambiò il suo destino. Un amico gli chiese di finanziare la causa d’appello di una donna vittima di molestie sessuali da parte del suo datore di lavoro. Servivano 30 mila dollari.
IL PRIMO GUADAGNO: 20.000 DOLLARI. L’avvocato accettò e il presunto molestatore, che aveva fatto ricorso sapendo che la poveretta (che pure aveva vinto in prima istanza) non avrebbe avuto sufficienti risorse per sostenere un altro processo e avrebbe dovuto accontentarsi di un transazione stragiudiziale molto penalizzante, decise di non proseguire con la causa pagando quanto aveva stabilito il giudice di primo grado.
Zimmerman, recuperò il capitale e guadagnò pure 20 mila dollari. Poi fondò una società, la LawFinance Group che fino a oggi ha investito 350 milioni di dollari, al cambio attuale quasi 480 milioni di euro, in cause di terzi.

Quando un finanziatore copre i costi della causa

Questa sorpendente pratica finanziaria si chiama ‘third party funding’ e consiste nella concessione di un finanziamento per la copertura dei costi di un procedimento giudiziale. Ovviamente, l’operazione non avviene in nome della giustizia, ma in cambio di un tornaconto economico. A seconda del valore delle cause e del numero di possibilità di vincerle (ogni caso viene sottoposto a una vera e propria due diligence), le parti si accordano sulla percentuale del risarcimento che dovrà andare all’investitore. La cifra oscilla tra il 10 e il 60%.
UN GIRO D’AFFARI DI 1,36 MILIARDI DI EURO. Negli Stati Uniti, dove questo fenomeno è nato, il ricorso a capitali terzi avviene per ogni tipo di causa: dai divorzi alla responsabilità medica, dalle class action alle controversie commerciali. Secondo le stime degli operatori del settore, questo mercato muove circa un miliardo di dollari l’anno, circa 1,36 miliardi di euro.

In Europa fa da battistrada Londra

In Europa, il third party funding è arrivato con circa dieci anni di ritardo, sbarcando sulle coste inglesi. Nel 2007, a Londra è nata Harbour Litigation che ha recentemente chiuso la raccolta per un nuovo fondo destinato al finanziamento di controversie giuridiche, raccogliendo 60 milioni di sterline, circa 50 milioni di euro al cambio attuale.
OBIETTIVO: 2,6 MILIONI IN DUE ANNI. L’obiettivo del fondo è investire in un minimo di 25 cause del valore di almeno 3 milioni di sterline (2,6 milioni di euro) nell’arco dei prossimi due anni. E il mercato inglese sembra offrire notevoli opportunità. Secondo una ricerca commissionata da Harbour, infatti, nel Regno Unito un quarto delle controversie per danni ha un valore che supera i 3 milioni di sterline, un caso su dieci ha costi legali superiori a 500  mila sterline (430 mila euro) e sette casi su dieci riguardano dispute che andranno a sentenza in meno di due anni.

In Italia ci si finanzia ancora con lo scoperto di conto

In Italia, per il momento, il fenomeno è assente. Da un lato per via dei “processi lumaca”: l’ultimo richiamo del Consiglio d’Europa risale allo scorso mese di dicembre. Dall’altro sono gli avvocati stessi che non hanno alcuna dimestichezza con la finanza. Secondo una ricerca condotta sul foro di Milano dall’Osservatorio dei rischi legali d’impresa, circa l’87,5% della quota media di contribuzione al fabbisogno dello studio deriva dagli introiti derivanti dall’attività professionale.
IL 3% SI FINANZIA. Solo 3 avvocati su 100 hanno dichiarato di aver fatto ricorso a forme di “finanziamento” per sostenere la propria attività. La più frequente? Lo scoperto di conto corrente, a cui ha fatto ricorso un avvocato su due tra quelli che hanno ammesso di non affidarsi solo alle proprie casse.

L’incognita degli interessi

Intanto negli Usa si manifestano già alcune derive pericolose del fenomeno. Siccome gli avvocati non sono obbligati a informare i propri clienti che per seguire il loro caso hanno deciso di ricorrere a un finanziamento esterno, in molti casi è successo che gli assistiti si siano trovati a dover pagare interessi esosi sulle cifre richieste dai loro rappresentanti legali. I tassi, mediamente viaggiano intorno al 15%, ma in alcuni possono anche superare il 18%, come nel caso di Counsel Financial che a oggi ha investito nel third party funding circa 200 milioni di dollari.
Il motto di LawFinance («We do what banks won’t», ovvero, «facciamo quello che le banche non faranno») chiarisce l’approccio di questi fondi: il loro denaro costa caro perché, dicono, sono gli unici pronti a investire (o forse sarebbe meglio dire scommettere?) in questo settore.
IN CAMPO LE BANCHE. In realtà, però, le cose non stanno più così. Negli Usa, istituti come Citigroup e Credit Suisse hanno cominciato a strutturare questo tipo di finanziamenti. A New York, nel 2006, è stata fondata una banca specializzata nei finanziamenti ai professionisti e anche nel third party funding: Esquire Bank. In Europa, la compagnia Allianz, nel 2007, ha partecipato alla costituzione di un fondo in collaborazione con Harbour e Juridica Investments. E la giustizia, così, diventa un business.