La Cina teme l’onda del Nilo

Redazione
02/02/2011

di Alessandro Carlini La Cina teme il contagio. Il rischio è che il vento della rivoluzione che anima le proteste...

di Alessandro Carlini

La Cina teme il contagio. Il rischio è che il vento della rivoluzione che anima le proteste egiziane e degli altri Paesi arabi (leggi la cronaca della giornata di scontri al Cairo) soffi verso Oriente. Arrivando fino ai giovani cinesi, che potrebbero tornare in piazza come fecero nel 1989, occupando il centro di Pechino.
Allora i carri armati massacrarono centinaia di studenti a Piazza Tien an Men. Per evitare tutto questo il governo ha messo in allarme i suoi censori telematici (leggi l’atlante della censura web) che tengono sempre sotto controllo l’accesso ai siti da parte del popolo cinese. Così sono state bloccate le ricerche che contengono la parola ”Egitto” sui cosiddetti microblog (leggi l’editoriale su come aggirare il Grande Firewall).
INFORMAZIONE LIMITATA. Come ha spiegato il Wall Street Journal, le manifestazioni in Egitto, che hanno raggiunto i 2 milioni di partecipanti, hanno suscitato una grande curiosità tra gli internauti cinesi, anche perché i principali mezzi d’informazione si sono limitati a dare scarse notizie.
«Guardate la Tien an Men egiziana», ha scritto per esempio un noto avvocato democratico. Altri utenti hanno diffuso le notizie sulle manifestazioni, sottolineando che «sono spontanee e che si sono svolte in un gran numero di città», trovando così un’altra analogia con il movimento degli studenti cinesi del 1989, che ebbe il suo centro a Pechino ma che si diffuse anche in molte località di provincia.

Le informazioni sono filtrate dall’agenzia ufficiale

Non è di certo la prima volta che le autorità cinesi ricorrono a queste forme di censura “preventiva”. Lo avevano già fatto in occasione delle cosiddette ‘rivoluzioni colorate” che nel 2003-2005 hanno attraversato l’ex Unione sovietica, e addirittura nel 2009, quando l’Iran ha vissuto giorni di sanguinose proteste. Nello stesso anno, in certe regioni del Paese asiatico internet è stato oscurato del tutto.
COME LE RIVOLUZIONI COLORATE. In un editoriale, il quotidiano cinese Global Times  ha paragonato gli eventi in Tunisia e in Egitto proprio alle ondate di rivolta di Georgia, Ucraina e Kirghizistan.
Secondo il giornale, queste non hanno portato a una «vera democrazia», anzi. Hanno instaurato dei governi non «compatibili con le condizioni della società» di quei Paesi.
LETTURA DISTORTA. I quotidiani cinesi sono riusciti a scrivere delle proteste egiziane solo attraverso i resoconti dell’agenzia di stampa ufficiale, la Xinhua News Service. Non solo, quando si parla di ciò che sta accadendo in Nord Africa, la chiave di lettura è sempre la stessa: non si tratta di un tentativo di abbattere una dittatura. La rivoluzione egiziana è vista come il prodotto negativo delle democrazie occidentali.
Il controllo delle autorità sui mezzi di comunicazione è destinato comunque ad aumentare nei prossimi mesi, visto che nel 2012 è atteso il decennale cambiamento ai vertici del partito comunista: il presidente Hu Jintao e altri sei leader sono pronti a lasciare la scena politica.
La Cina poi ha un certo interesse nel mantenimento dello status quo in Egitto, soprattutto se si considerano gli accordi commerciali fra i due Paesi. Pechino ha, infatti, venduto armi per decine di milioni di dollari al regime di Hosni Mubarak.