«La crescita ci seppellirà»

«La crescita ci seppellirà»

13 Dicembre 2010 04.00
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di Gea Scancarello

Il fantastico mondo di Ken Loach si cela dietro una stretta porta di legno rosso in Wardour Street, Soho. Fuori, il quartiere più in di Londra: locali fluo, librerie d’antan e giovani bohemien con parecchie sterline in tasca. Dentro, sei stanze distribuite su tre piani, arredamento ridotto al minimo e locandine di vecchi film in bianco e nero appoggiate casualmente tra il bagno e il corridoio.
Lui, il regista 74enne autore di decine di film tanto premiati quanto impegnati (Riff raff, Piovono pietre, Terra e libertà, Pane e rose, Il mio amico Eric), si muove leggero, come per non disturbare. Sorride molto e si scusa ancora di più, perché la stanza è un po’ spoglia e non ha caffè da offrire.
La mattinata del 7 dicembre 2010 è stata concitata. La polizia britannica ha arrestato Julian Assange, il fondatore di Wikileaks. I suoi legali, attraverso una amica comune, hanno contattato Loach per chiedergli di presentarsi in tribunale per domandarne la liberazione su cauzione e la libertà vigilata (che alla fine non è stata concessa: leggi la notizia).
La cronista di Lettera43.it ha assistito al giro di telefonate; un’ora cruciale, culminata in una corsa in taxi, insieme al regista, verso Westminster court, l’aula in cui Assange attendeva di essere ascoltato dai magistrati. Così, la nostra chiacchierata con Loach, concordata da giorni, si è trasformata in un intenso dialogo sull’attualità. Monopolizzata dal fermo di  Mister Wikileaks e dalle incendiarie proteste degli studenti per le strade di Londra.
Il cellulare di Ken Loach ha squillato per la prima volta intorno a mezzogiorno: non c’è stato un attimo di esitazione nel decidere di sostenere il patron di Wikileaks. Con voce pacata ma risoluta, il regista ha comunicato il suo sì all’interlocutore all’altro capo della cornetta. Poi, raccolto sulla seggiola stretta, si è abbandonato al primo di una lunga serie di commenti: «Non importa che non lo conosca personalmente. È giusto garantire per lui, fa cose troppo rilevanti perché io mi tiri indietro».
Loach parlava, e il cellulare trillava a intermittenza. Lo hanno cercato per tutto il giorno. Prima gli uomini di Wikileaks, che lo hanno scelto per catalizzare il sostegno del mondo della cultura intorno ad Assange. Poi gli amici, come John Pilger, cineasta e scrittore, anch’egli mobilitato in difesa dell’australiano. Infine i giornalisti, asserragliati intorno al tribunale. Dove, dopo questa conversazione, ci siamo recati insieme a lui. 

Domanda. Mister Loach, perché hanno scelto proprio lei?
Risposta. Immagino perché sapevano che sarei stato vicino alla sua causa. Julian Assange è un uomo importante: smaschera le bugie e i crimini degli Stati. Per questo lo vogliono mettere in galera. Il nostro compito è cercare di non farlo estradare, non deve essere consegnato agli americani.
D. Pensa che ci siano loro dietro all’operazione?
R. Credo che ci sia qualcuno cui non piace l’informazione libera e il servizio che rende ai cittadini. Qualcuno che vuole ostacolare la capacità che ha la conoscenza di influenzare le scelte delle persone.
D. Gli studenti inglesi e i cittadini in tutta Europa sono molto arrabbiati. Per la crisi economica prima che per i cable di Wikileaks. È ordinario malcontento o c’è qualcosa di diverso?
R. Il fatto è che ogni crisi è più intensa di quelle che la hanno preceduta. Il sistema economico si trova in difficoltà sempre maggiori, il tasso di disoccupazione non è mai stato così alto e l’intera situazione non può che peggiorare.
D. Come fa a esserne così certo? Economisti e politici parlano di ripresa.
R. Ma quale ripresa. Il problema è la scelta di continuare a privatizzare. Da anni non si fa altro che affidare alle grandi aziende servizi che dovrebbero essere pubblici e pagati con le tasse. In questo modo il business sfrutta le risorse di tutti e ci specula sopra.
D. Cosa ha in mente in particolare?
R. Tutto: dalla salute, alle prigioni, alla scuola. Qualsiasi cosa viene privatizzata. Così si alzano i prezzi dei servizi e le imprese possono far più soldi.
D. Già. Ma il guadagno delle aziende può significare anche nuove assunzioni, quindi più lavoro.
R. È solo questione di tempo, il sollievo è momentaneo, mi creda. Sono le leggi dell’economia: prima si accumula denaro, poi arriva una crisi molto più dura di quella dell’ultima volta. E la gente sta sempre peggio. Un percorso irreversibile.
D. Riassumendo: si privatizza, i servizi diventano più cari e la qualità minore. C’è un modo per spezzare il circolo?
R. Dovremmo semplicemente capire che le economie di mercato non funzionano. L’idea di continuare a crescere ci sta facendo affondare: non fornisce a tutti gli standard per una vita decente.
D. Ma fermare la rincorsa alla crescita economica è la via per stare meglio?
R. Certo. Ma, mi creda, è una questione di senso comune, non bisogna essere sovversivi per pensarlo. Uscire dalla depressione economica facendo risalire il Prodotto interno lordo significa sfruttare in modo ancora più intenso le risorse del pianeta. Così facendo però lo si distrugge. Lo sappiamo, ce lo hanno detto fior di scienziati. È questa la contraddizione: più crescita economica, meno vita.
D. Se la crescita ci uccide, che futuro c’è per i ragazzi che oggi sono in piazza a protestare?
R. Di certo un avvenire peggiore di quello che ha avuto la mia generazione. Fa parte della degenerazione del sistema economico. Quando io ero giovane esisteva un cuscinetto di protezione, dato dalla co-proprietà dei lavoratori, attraverso lo Stato, di infrastrutture fondamentali: le ferrovie, l’industria del ferro, le miniere di carbone, il sistema sanitario. Oggi non c’è più.
D. Quale consiglio darebbe agli studenti che oggi sono furenti?
R . Direi loro di leggere Marx!
D. Marx? Perché proprio lui, non è un po’ superato?
R. Macché superato! Nel suo testo si trova la critica al sistema capitalistico, quello in cui viviamo oggi e che ha mostrato tutta la propria debolezza, crisi dopo crisi. Aiuta ad aprire gli occhi sul presente, a prendere consapevolezza delle cose. E quindi a volerle cambiare.
D.  Sì, ma dopo aver letto Marx uno di cosa vive?
R. Il passaggio successivo è appoggiare un movimento politico che proponga un cambiamento radicale. Questo o il suicidio. O lotti per modificare il sistema oppure ti unisci a quelli che distruggeranno la Terra.
D. Il socialismo, l’ecologia e l’economia controllata vanno a braccetto?
R. Per forza. Ripeto, non c’è da stupirsi, è matematico: se hai accesso a una quantità limitata di cibo, devi pianificare come distribuirlo. Anche se inviti degli amici a cena pensi a come dare a tutti porzioni uguali. La situazione non è diversa con le risorse della Terra: se non le preservi e le sostieni,  finiranno. Non ci sono alternative.
D. Crede veramente che oggi in Europa esista un movimento che si muova in questa direzione?
R. Non parlo certo del Labour inglese o del Partito democratico in Italia. Penso ai movimenti socialisti, di sinistra, che ancora esistono.
D. Che cosa sa della situazione italiana?
R. Da voi le cose cambiano molto velocemente, anche se in realtà non cambiano mai. Ma credo che voi abbiate bisogno di una sinistra vera, forte. Questo vale per l’Italia come per tutta l’Europa. Il tempo dei partiti nazionali è finito: ci vuole una sinistra europea.
D. Socialisti di tutta Europa unitevi? È uno slogan che abbiamo già sentito.  
R. C’è bisogno di convogliare sotto un’unica ala tutti i gruppi che oggi manifestano: gli studenti, i lavoratori, gli economisti che si battono perché le tasse siano giuste e servano a qualcosa. Tutti loro hanno un punto di vista comune ma non sanno come farlo arrivare al mondo: se riusciamo a metterli insieme sarà davvero possibile cambiare le cose.
D. Mister Loach, dopo 40 anni di lotte contro un sistema che sembra sempre vincere, lei non si è ancora stancato?
R. Il mio modo per rispondere è fare film e cercare di mostrare le cose alla gente. E no, non mi stanca mai. Perché le proteste dimostrano che c’è più consapevolezza.
D. Su cosa sta lavorando in questo momento?
R. Ho un film in uscita nei primi mesi del 2011 sull’Iraq. Sui contractor in  guerra. Persino i soldati sono privatizzati!
D. I mercenari sono sempre esistiti però. Cosa pensa dell’operato del “socialista” Obama sul fronte militare?
R. Mi sembra che Obama faccia semplicemente gli interessi dei capitali americani. In modo diverso da Bush, in modo più sottilmente politico e meno grossolano, ma il fine ultimo è lo stesso. È una grande delusione. È preferibile a Bush, ma resta un democratico conformista che fa gli interessi delle aziende.
D. Ci dica se pensa onestamente che oggi sia possibile eliminare il capitale e l’impresa privata. In fondo ci hanno già provato e non ha dato grandi risultati.
R. Basta smettere di inseguire la crescita, redistribuire quello che c’è e condividerlo in modo democratico. Prima pensavano di crescere con lo Stato. Ora abbiamo capito che bisogna fermarsi e non fare altri danni. Non è mica poco.

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