La cura estera non sempre fa bene

Redazione
18/10/2010

di Dario Mazzocchi È piena di debiti, ma tutti la vogliono. Sarebbero addirittura 12 i pretendenti stranieri in coda per...

La cura estera non sempre fa bene

di Dario Mazzocchi

È piena di debiti, ma tutti la vogliono. Sarebbero addirittura 12 i pretendenti stranieri in coda per comprarsi la Roma, che deve fare i conti con oltre 360 milioni di debiti nei riguardi di Unicredit e Mps. A dirlo è il Financial Times. 
Nell’aprile 2008 come possibile acquirente aveva fatto la sua comparsa George Soros, imprenditore filantropo ungherese di origine, statunitense di adozione: dopo un susseguirsi di voci ufficiose, arrivò la conferma da parte del club che, alla fine, ha detto no, nonostante le pressioni della banca di piazza Cordusio, che detiene il 49% di Italpetroli, di proprietà della famiglia Sensi, formalmente anche a capo della squadra capitolina.

Quando l’Inghilterra fa scuola

Ora, anche ammesso di trovare un acquirente straniero, c’è da domandarsi quanto fruttano gli investimenti esterinel calcio.E a questo proposito il caso inglese aiuta a tirare le somme. La Premier League, infatti, da tempo è terra di conquista. L’ultimo caso è quello del Liverpool, rilevato dalla statunitense New England Sports Ventures, che domenica 17 ottobre ha perso il derby con l’Everton per 2-0, rimanendo sul fondo della classifica.
Poco lontano dalla città del Merseyside, a Manchester, americani e arabi si sono divisi il mercato. Malcom Glazer, nel 2005 ha comprato lo United per 800 milioni di sterline, quando a gennaio il club ha reso noto di avere un debito di circa 817 milioni di euro.
Ma almeno i Red Devils hanno vinto negli ultimi cinque anni tre campionati, tre coppe di lega, una Champions League e un Mondiale per club per merito soprattutto del manager Sir Alex Ferguson, mentre il City è a secco.

I soldi non sempre fanno goal

Nel 2009 lo sceicco Mansour ha sborsato 100 milioni di sterline (140 milioni di euro), ma a dicembre ha esonerato il gallese Mark Hughes, chiamando Roberto Mancini. E ha mancato la qualificazione alla Champions. Quest’anno ci riprova, ma deve vedersela con il Chelsea del russo Roman Abramovich, che se lo regalò nel 2003 per 60 milioni di sterline.
I Blues hanno fatto il salto di qualità, vincendo tre campionati (l’ultimo la scorsa stagione con Carlo Ancelotti), tre Coppe d’Inghilterra, due Coppe di Lega, due Community Shield. E zero Champions League. Nemmeno José Mourinho (sulla panchina del 2004 al 2007) è riuscito nell’impresa europea.
I soldi, d’altra parte, non fanno la felicità se non c’è un progetto a lungo termine: è questo il grande rischio che accompagna l’ammontare di investimenti d’oltre confine. Perché le squadre di calcio non funzionano, se considerate un modo come un altro per divertirsi con transazioni e assegni.
Unica eccezione in questo panorama è quella dell’Arsenal, che per il 45,2% è di proprietà del tyconn americano Stan Kroenke, uomo immagine di una cordata che comprende Alisher Usmanov, miliardario russo, e Farhad Moshiri, imprenditore di origine iraniana. Dopo aver dominato la Premier a cavallo tra gli anni ’90 e gli inizi del 2000, ha ridimensionato il peso in campionato, ma puntando su giovani talenti che fanno gola a molti, come il capitano Cesc Fabregas.