La diaspora dei veltroniani

Marianna Venturini
05/10/2010

Lui li ha fatti emergere. E loro l'hanno lasciato.

La diaspora dei veltroniani

Non c’è bisogno di arrivare al nono cerchio dell’Inferno dantesco per capire cosa sta succedendo intorno a Walter Veltroni: basta fare un giro al largo del Nazzareno, sede del Partito democratico. Molti volti nuovi hanno scelto di non seguire l’ex segretario nel percorso che il 29 settembre ha lanciato con Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni, del Movimento democratico, una nuova corrente nel Pd.
Della società civile che era stata squadernata da Veltroni nel 2008, è rimasto poco, sono tanti gli assenti tra i settantacinque firmatari del documento che si stanno organizzando in un nuovo soggetto politico il cui obiettivo è «essere aperto all’esterno del partito», come ha spiegato l’ex segretario.

Dopo l’incoronazione, Madia corre da sola

L’inesperienza è durata il tempo di un rossore sulle guance per Marianna Madia che nel 2008 si è presentata alla stampa proprio con la sua «straordinaria inesperienza» e oggi si dimostra una politica completa. La timidezza e l’imbarazzo per un ambiente un po’ ostico come quello di un partito ha lasciato spazio a una lucida visione del Pd.
«Non mi hanno chiesto di firmare il documento e non lo avrei fatto perché non ho capito gli argomenti che lo sorreggevano e le differenze di programma», ha confessato Madia. «Io mi sento veltroniana quando Walter dice no alle correnti, ma adesso non mi riconosco nel progetto che mi aveva affascinato. Perché ha raccolto delle firme per fare ciò che aveva combattuto? Che differenza c’è tra corrente e movimento?».
Madia era un’economista 27enne quando l’allora segretario del Partito democratico la scelse come capolista alla Camera del collegio Lazio 1. Lui le lasciò il gradino più alto per rinnovare l’immagine del partito unico che voleva far funzionare alla grande e aveva bisogno di volti nuovi, società civile, anticata. La ragazza fece la campagna elettorale accompagnata dalla canzone di Jovanotti Mi fido di te e di Veltroni si fidava davvero. Il totale digiuno politico, ammesso da subito con candore, fu in breve colmato grazie alla campagna elettorale del «Si può fare».
Sembrano passati secoli, è successo solo due anni e mezzo fa. Adesso qualcosa è cambiato e l’inesperienza ha lasciato il passo al disegno politico di ampio respiro: «Veltroni ha lanciato una nuova generazione democratica per costruire e combattere qualcosa di nuovo. Questo è quello che voglio portare avanti».
Se nel 2008 Madia subiva «la seduzione di questo nuovo orizzonte politico», ora la giovane deputata è disincantata e si muove con abilità tra i banchi di Montecitorio alla ricerca di una legittimità che vada oltre la candidatura veltroniana. «Non ci sono leader eterni», ha detto solo due mesi dopo l’elezione.

Picierno preferisce Franceschini

Se Marianna Madia ha rappresentato il rinnovamento biondo, Pina Picierno è l’alternativa mora. Era proprio il suo nome che l’allora segretario Veltroni aveva scelto nel 2008 per garantire alla nuova creatura politica di centrosinistra un cambiamento radicale: «Sarà capolista là dove lo era De Mita. È una 26enne, da anni impegnata in politica. Non c’è bisogno di avere tanti anni per saper dare tanto».
Insomma, Veltroni preferì una giovane campana, già responsabile nazionale dei giovani della Margherita e nipote del sindaco di Teano, Raffaele Picierno, invece delll’ottantenne segretario della Democrazia cristiana. Al suo primo ingresso a Montecitorio la deputata casertana era ancora convinta che l’ex sindaco di Roma fosse adatto alla guida del partito: «Il Partito democratico senza Veltroni non riesco a immaginarlo».
E ancora ribadiva la sua fedeltà al leader: «Rimane l’unica guida possibile per le sue grandi intuizioni». Adesso qualcosa è cambiato e l’addio di Pina Picierno è stato stringato: «Io resto con Franceschini. Il Pd ha bisogno di unità».   

Calearo ha lasciato per il gruppo misto

Poi c’è Massimo Calearo, l’imprenditore trascinato in politica per rappresentare un ulteriore elemento di novità nel Pd (vedi l’articolo). Lui ha fatto di più: non solo ha lasciato Veltroni che l’aveva lanciato ma anche il partito, per rifugiarsi nell’Api di Francesco Rutelli prima e nel gruppo misto dopo. Non ha votato la fiducia al governo Berlusconi il 29 settembre e ha detto: «Mi sono astenuto: lo dovevo a Walter». Il suo nome figura ancora nel consiglio di amministrazione della fondazione Democratica, presieduta da Veltroni. Chissà per quanto.

Lo sguardo europeo di Sassoli

A Strasburgo non è andata meglio. L’eurodeputato ed ex volto del Tg1, David Sassoli, si è smarcato dalla proposta di Movimento democratico e ha contestato a Walter il tradimento delle sue stesse idee: «L’ iniziativa di Veltroni vuol dire abdicare alla missione storica del Pd e metterne in crisi la vocazione maggioritaria».
Capisco lo spirito ma non ne condivido il merito». Era il «punto di riferimento veltroniano» al Tg1, è diventato un altro che gli ha voltato le spalle. «I documenti possono piacere o meno ma quello firmato dai 75 deputati del Pd non c’è una sola volta la parola Europa. L’orizzonte per fare più grande il Pd invece passa da lì». Da vicedirettore del Tg1, Sassoli, uno dei volti più noti della Rai, ha guidato le liste europee nell’Italia centrale nel 2009.
Dai volti sconosciuti a uno conosciutissimo, che tutte le sere entrava nelle case degli italiani all’ora di cena attraverso il primo telegiornale nazionale. Con uno spot da trailer cinematografico, il bel mezzobusto tanto apprezzato dal pubblico femminile ha chiesto il voto con uno slogan morbido come lui: «Crediamoci. Possiamo Cambiare». Lui è riuscito a cambiare per davvero, diventando un eletto a Strasburgo e abbandonando Saxa Rubra.

Serracchiani parla di malessere trascurato

«Deborah Serracchiani al Parlamento europeo sarà un bene per Udine, il Friuli Venezia Giulia e l’intero Paese». Così Veltroni aveva lanciato la candidatura alle europee della giovane friulana. Era il 2009 e le speranze erano riposte nella giovane pronta a «portare in Europa la sua freschezza intellettuale».
Oggi è lei a osservare critica il suo ex leader per commentare: «Il documento dei 75 è stato il sintomo di un malessere trascurato, un’azione sbagliata seguita da una reazione sbagliata. Abbiamo dato uno spettacolo triste con i dirigenti che si parlano per via di comunicati stampa e i militanti disorientati a guardare il loro partito che si sfarina».
Seracchiani fa parte di Area democratica, l’associazione di Dario Franceschini e da quell’osservatorio privilegiato preferisce seguire il partito.

Ma in 75 hanno firmato per Walter

La posizione di chi invece ha scelto di seguire Veltroni è convinta. Roberto Giachetti, uno dei 75 firmatari del documento, ha detto: «Vogliamo rilanciare il progetto del Lingotto. Il bipolarismo è uno strumento essenziale e l’idea di Veltroni era indispensabile per non far morire il partito.
Ci sono i tempi per avviare il recupero del partito, però è iniziare subito». Le giovani leve sono ormai lontane mentre il 20 novembre è in calendario il primo appuntamento di Movimento democratico. Tutti insieme per il bene del paese poi tutti divisi per evidenziare le differenze.