La dittatura degli algoritmi e la solitudine imposta dal capitalismo digitale: estratto del nuovo libro di Paolo Landi

Redazione
20/01/2024

Da moderni padroni manovrano le masse. Che, dipendenti dai social, continuano a essere sfruttate dal capitalismo digitale senza accorgersene. L'autore nel suo ultimo libro edito da Krill Books racconta questo nuovo impero digitale, la trasformazione del lavoro e la conseguente ridefinizione dei gruppi sociali. Nell'illusoria mobilità che la democrazia fittizia di Internet incoraggia.

La dittatura degli algoritmi e la solitudine imposta dal capitalismo digitale: estratto del nuovo libro di Paolo Landi

Cosa c’entrano gli algoritmi con la lotta di classe? Dei primi si parlava già nel nono secolo, visto che il termine deriva dal nome del matematico persiano Al-Khwarizmi; oggi la parola è circondata da un’aura di modernità, rilanciata dai calcoli informatici che governano le nostre vite digitali. La lotta di classe è ormai diventata un’espressione obsoleta. Utilizzarla come strumento per analizzare la nostra epoca è la sfida de La dittatura degli algoritmi. Dalla lotta di classe alla class action l’ultimo libro di Paolo Landi edito da Krill Books. Nel pamphlet l’autore spiega la comunicazione dei fenomeni sociali attuali come eterna competizione tra sottomissione e potere. Sui social le divisioni, gli antagonismi, le ostilità resistono: subiscono soltanto aggiornamenti psico-sociologici. Gli algoritmi, che riuniscono in unità statistiche e sottoinsiemi il popolo del web, sono i moderni padroni delle masse, le orientano, le manovrano. E le masse, dipendenti dai social, continuano a essere sfruttate dal capitalismo digitale ma in modo nuovo, senza che se ne accorgano. Landi racconta questa invisibile dittatura tecnologica, la trasformazione del lavoro e la conseguente ridefinizione dei gruppi sociali, nell’illusoria mobilità che la democrazia fittizia di Internet incoraggia, mentre cambiano modelli e aspirazioni, verso un futuro dove l’homo novus sarà un “gemello digitale” ridisegnato dalla tecnologia. Lettera43 ve ne propone un estratto.

La dittatura degli algoritmi: estratto del nuovo libro di Paolo Landi
La copertina de La dittatura degli algoritmi di Paolo Landi.

La solitudine, condizione necessaria della subalternità digitale

Qualcuno lo ha chiamato “il secolo della solitudine”, il XXI secolo che, nel principio dei suoi Anni 20, elabora un nuovo modello di individuo: l’uomo e la donna soli. Il marketing si è subito adeguato adottando il principio della dematerializzazione del consumo: la tendenza a orientarsi verso prodotti che hanno una minore densità fenomenologica, una minore presenza fisica ma, di contro, una densità simbolica e immaginativa molto più importante. Le porzioni di qualunque cibo si riducono e diventano monoporzioni, da consumare in solitudine con gli auricolari, mentre guardiamo una serie spezzettata sul telefono o sullo schermo del pc; molti prodotti vengono venduti in versione mini (biscotti, bottiglie di vino, salumi) per adattarsi a pratiche che moltiplicano i momenti di fruizione. Gli smartphone hanno dovuto frenare la loro miniaturizzazione perché tastiere troppo piccole diventano impraticabili per le dita umane (ma già i nuovi modelli rispondono ai comandi vocali). Sempre più spesso quel che si consuma sono emozioni, immagini, racconti. La condizione di dipendenza e di sottomissione in cui ci troviamo, nuovi gruppi sociali – formati da persone sole – che il potere degli algoritmi esclude dalle decisioni ma dando l’impressione del massimo di inclusività, si sta perfezionando. I gruppi subalterni subiscono da sempre l’iniziativa dei gruppi dominanti, ma ora di più, ora che ribellarsi e indignarsi significa sfogarsi con un post su Facebook, un tweet, o una foto su Instagram.

La dittatura degli algoritmi: estratto del nuovo libro di Paolo Landi
Jeff Bezos e La dittatura degli algoritmi (digital artist Luca Trucca).

Il nuovo capitalismo ci vuole soli: a nessuno del resto verrebbe in mente di unirsi o di organizzarsi per contrastare la struttura del consenso così ben architettato dalle corporation digitali. Siamo parti separate che non costituiscono mai un intero e intratteniamo una relazione diversa da quella che lega tra loro elementi di una somma, per il fatto di non considerare (o di considerarla superflua) l’esistenza di un ordine tra le parti, grazie al quale esse formano una costruzione modulata. È la stessa differenza che passa tra i mattoni in quanto parti che costruiscono un muro e i mattoni come unità costitutive di un mucchio. Tutte e due sono fatte di mattoni, ma quelli che fanno il muro contribuiscono a costruire quell’insieme ordinato, quell’“intero” che è appunto il muro (così ben rappresentato da una fotografia di August Sander, 1876- 1964, quella in cui un giovane muratore porta sulle spalle un carico simmetrico di parallelepipedi di argilla cotta). Nel mucchio, invece, i mattoni non formano alcun “intero”, appaiono ammassati disordinatamente; i loro rapporti sono lasciati al caso, tutto quello che si può dirne è quanti sono. Si direbbe che la consapevolezza della totalità, uno degli aspetti rivelatori del pensiero di Marx quando parla di lotta di classe, è l’obiettivo principale contro cui si scaglia il capitalismo digitale, impegnato a dividere e a frammentare nell’illusione paradossalmente instillata in noi di appartenere a una comunità tanto grande e passibile di ingrandirsi, quanto astratta. La matematica, i numeri prodigiosi con i quali Zuckerberg millanta democrazia, non sono altro che l’astrazione operata per rinchiuderci nel nostro isolamento (e tutto ha avuto origine dal selfie: con la gratificazione narcisistica del nostro individualismo). Il confronto con le varie parti che costituiscono un intero e l’intero nel suo complesso restano appannaggio di un capitalismo che evolve verso un’unità del mondo sempre più fittizia, dove la rappresentazione del reale si sovrappone al reale stesso.

La dittatura degli algoritmi: estratto del nuovo libro di Paolo Landi
Mark Zuckerberg e La dittatura degli algoritmi (Digital artist Luca Trucca).

Mentre il capitalismo autoritario lascia il posto a questa nuova forma di capitalismo edonistica e permissiva, la sfera privata muta di significato, l’individualismo si estremizza nel narcisismo, in complicazioni psicologiche che conducono a una solitudine emancipata da qualsiasi inquadramento, devitalizzata, spoliticizzata. Vivere nel presente, senza alcuna connessione con il passato né progettazione per il futuro, nella perdita di qualsiasi continuità storica, è quello cui dobbiamo conformarci, rinchiudendoci nella nostra sfera privata, interessati al nostro benessere, alla situazione economica personale, ad aspettare il weekend e le vacanze. È interessante che l’avvento della cultura digitale abbia coinciso con un’esaltazione della giovinezza che è andata di pari passo con la svalutazione del passato: sono stati ragazzi di 20 anni a inventare i social network, la ricchezza è a portata di mano di chi ha un’idea, il lavoro, lo studio e la fatica ridicolizzati. Con il pretesto della modernità la solitudine cui ci spingono gli algoritmi appare frivola, popolata di like e di una coscienza epidermica del mondo, fatta di superficiale indifferenza. Il nuovo capitalismo digitale è abile a trasformare il materialismo della società dell’abbondanza in un’espansione soggettiva che, liberando l’individuo da qualunque inquadramento di massa, lo disintegra, isolandolo, ne depotenzia qualunque presa di coscienza, lo rende inerte e “felice”. Gli algoritmi premiano l’esibizione di questa presunta felicità sui social, dove prevale l’atto di comunicare sulla natura di ciò che si comunica, con il mittente che fa di sé stesso il proprio destinatario principale. Comunicare per comunicare, nella sparizione di qualsiasi appartenenza e antagonismo di classe, pronti a essere sfruttati senza saperlo, manovrati incoscientemente dalla dittatura invisibile degli algoritmi.