La Gelmini contro figli, padri e anche i nonni

Pino Dato
23/12/2010

L'università pensata dal ministro. Confusa, burocrate e per ricchi.

La Gelmini contro figli, padri e anche i nonni

Il ddl Gelmini sull’università è passato, ma di sicuro non passerà la crisi degli atenei e della nostra scuola in generale. Non solo in tempi brevi (impensabile) ma neanche in quelli più lunghi. Il travagliato iter di approvazione, con gli emendamenti inseriti e quelli bocciati, ne hanno fatto un provvedimento omnibus, da cui possono poi partire tutti i decreti attuativi possibili e immaginabili.
Insomma, quello della Gelmini è un moderno azzeccagarbugli legislativo, privo di radici autentiche e di anima (radici e anima che chiunque possa discutere per approvare o respingere). Il provvedimento è diventato, con il tempo, solo un luogo deputato allo scontro ideologico e politico. Chi è contro la Gelmini è contro Berlusconi e il governo e viceversa. Non è con questo tipo di scontri, evidentemente, che si possono risolvere i problemi della scuola italiana.
Della sua sostanza si sono capite poche cose, ma sono i punti dolenti della riforma sono per lo meno sette.
1- TROPPO GENERICA. La genericità di gran parte delle norme consentirà ai governi prossimi venturi di intervenire con decreti attuativi che potranno modificare sostanzialmente e silenziosamente molti aspetti strutturali delle nostre università.
2- RIFORMA PER BUROCRATI. la famosa valutazione del merito di cui la destra da sempre si fa paladina è alla fine demandata a un organismo politico-burocratico centrale togliendo alle università quel che resta della loro storica autonomia. È su questa base certa (e molto negativa) che si basa lo sventolio da parte di Mariastella Gelmini dello slogan: «È una legge anti baroni». In realtà lei toglie ai baroni per dare ai burocrati e dimentica che non tutti i rettorati sono baronie. Invece diventerà sicuramente una super baronìa il potere demandato per stabilire il merito a questo super organismo centrale. Questo è il punto più negativo della presunta riforma: non si può gettar via il bambino con l’acqua sporca. Il bambino è però una cosa sacra: l’autonomia dell’università.
3- MANCA IL MERITO. Togliere ai cosiddetti baroni la gestione del merito non toglierà agli stessi la gestione delle nomine. Mancando i concorsi (perché sono sempre mancati anche nell’era berlusconiana?) di che merito parliamo?
4- SENZA AUTOREVOLEZZA. I pasticci giuridico formali, come quello dell’articolo 29 che toglie quello che l’articolo 6 dà, tolgono a questo contenitore legislativo ogni autorevolezza.Quinto: non si capisce affatto come questo provvedimento possa avviare a soluzione il problema dei ricercatori, precari, organici, presenti o futuri. Sul tema non c’è alcuna indicazione strutturale. E’ vero che, in mancanza di fondi, qualsiasi struttura nasce morta, ma almeno la buona intenzione sarebbe stata apprezzata.
6- FAVORITE LE PRIVATE. Non c’è dubbio che tra Università pubbliche e Università private, a gioco lungo, il provvedimento, proprio per la sua genericità, favorisca quelle private. Le uniche che possono cantar vittoria.
7- STUDI PIÙ CARI. Una sola cosa è certa, per gli studenti. Aumenteranno (sono già aumentate) le tasse.

Codicillo finale

La Gelmini nel commentare pubblicamente le manifestazioni degli studenti ha recitato fino alla noia la raccomandazione-slogan di non fare uso dell’ideologia per contestare il provvedimento. Era sottinteso che di ideologia ne bastava una, quella dei legislatori. Due o tre erano troppe. Ma nell’ultima apparizione ha voluto andare oltre: «Non utilizzino gli studenti l’ideologia dei loro padri». L’invito meriterebbe altri approfondimenti ma è certo che il fantasma più evocato dal ministro è sempre stato quello del ’68. Quello dei padri, appunto. Anzi, dei nonni. Niente maestri, insomma. Mercato per tutti. Quello della Gelmini è un cripto conservatorismo. Neanche la tradizione è invocata. Il mercato, appunto, basta e avanza.