La Germania ci fa le pulci

Redazione
19/12/2010

da Berlino Pierluigi Mennitti Mettete insieme tutte le debolezze di un Paese (l’Italia), quelle storiche e quelle attuali. Conditele con le...

La Germania ci fa le pulci

da Berlino Pierluigi Mennitti

Mettete insieme tutte le debolezze di un Paese (l’Italia), quelle storiche e quelle attuali. Conditele con le dichiarazioni sconsolate di icone passate e presenti che, a torto o a ragione, rappresentano il bene che combatte il male nell’immaginario collettivo di un’altra nazione (la Germania). Aggiungete la crisi della politica, la perdita di competitività dell’economia, l’insipienza della burocrazia, la corruzione della casta politica, la disperazione delle giovani generazioni. Completate il tutto con l’osservazione che la criminalità organizzata rappresenta la prima azienda del Paese. L’Italia non gode certo in Germania di buona stampa, ma il quadro che ne offre la Welt, in un lungo reportage firmato dal corrispondente free-lance Andre Tauber, è talmente negativo che la domanda se ci sia ancora qualcosa da salvare giù nello stivale appare nient’altro che un artificio retorico.
No, il declino italiano sembra irreversibile, una nazione che festeggia i suoi 150 di unità ritrovandosi «più corrotta del Ruanda, affogata dai cumuli di spazzatura e il cui Mezzogiorno è piagato dalla Mafia». Una dopo l’altra sfilano le città simbolo raccontate attraverso storie e protagonisti più o meno noti al grande pubblico.
La Torino di Sergio Marchionne descrive i dolori dell’industria alla ricerca della competitività perduta, fra tentativi di introdurre nuovi rapporti sindacali e resistenze di operai poco produttivi: «Negli ultimi 10 anni la capacità competitiva dell’Italia è caduta del 26% rispetto alla Germania». La Milano di Carlo Stagnaro, giovane co-fondatore del think-tank liberista intitolato a Bruno Leoni, illustra attraverso i treni delle Ferrovie dello Stato che occupano tutti i binari della stazione centrale la stentata privatizzazione dei servizi.
La Palermo dell’eterno Leoluca Orlando testimonia la persistente forza economica della Mafia, che stringe il Sud in una morsa di arretratezza, corrompe la classe politica locale, condiziona il mercato economico, fa scappare i giovani qualificati e accresce la distanza dal benessere del Nord.
La Salerno di Vincenzo De Luca, linda e pulita, si contrappone alle pattumiere a cielo aperto di Napoli. E la Roma di Luca Cordero di Montezemolo, osservata attraverso una riunione della sua fondazione Italia Futura, s’interroga sul domani dei giovani, sulla loro precarietà e sulla dipendenza dalle famiglie. Il panorama è nero come la pece, forse non troppo equilibrato, forse eccessivamente pessimista, qualche volta di sicuro un po’ naïf, ma è quello che pensano i tedeschi e val la pena tenerne conto.

Bassa crescita economica e mancanza di strategie

«Il mercato del lavoro è poco flessibile» scrive la Welt « le aziende sono troppo piccole per competere a livello globale, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono insufficienti. L’industria italiana cerca ancora di difendersi dalla concorrenza di paesi dove il costo del lavoro è basso in settori contesi come il tessile, invece di orientarsi verso quelli delle tecnologie sofisticate». Il risultato è una crescita debole, stimata all’1,1% per il 2011 e all’1,4% per il 2012, sempre al di sotto della media dell’eurozona. «Il Paese è di fronte a un punto di svolta, introdurre riforme decisive o abbandonare il novero delle nazioni industriali: se non accadrà nulla, l’Italia accelererà il declino».
Il caso napoletano coinvolge la mancanza di strategie e investimenti in strutture industriali per lo smaltimento efficiente dei rifiuti e gli interessi corrotti di chi si adopera per gestire l’emergenza, favorendo clientele e amicizie spesso colluse con la criminalità organizzata: «Secondo uno studio di Trasparency International, l’Italia viene percepita all’estero sempre di più come un paese corrotto e, nell’indice elaborato, sprofonda al sessantasettesimo posto dopo Samoa e Ruanda».
I nomi citati espressamente riguardano tutti esponenti del partito di Berlusconi, Cosentino, Scajola, Lunardi. Il Paese offrirebbe in realtà un campionario anche più vasto, che non conosce confini di partito, ma dall’articolo si evidenzia senza troppi giri di parole che, per i tedeschi, un grande contributo è stato dato dalla discesa in politica del Cavaliere.

Berlusconi simbolo di un nuovo autoritarismo

In un commento pubblicato sempre sulla Welt (che sarà bene ricordarlo, è un quotidiano di orientamento conservatore), Richard Herzinger ragiona sul concetto della “rabbia dei cittadini”, la parola dell’anno scelta per il 2010 dalla Società per la lingua tedesca (leggi l’articolo).
Indifferenza dei politici e violenza dei manifestanti sono due facce di una medaglia pericolosa che minaccia la democrazia, al pari della scomparsa di quella componente centrale della società, borghese, moderata e incline al compromesso, che ha costituito la base su cui sono cresciute le società occidentali dal dopoguerra ad oggi.
«La Germania rischia di scivolare verso forme di autoritarismo, come in Italia e in Francia?», si chiede l’autore. Il nostro è, secondo Herzinger, un paese perduto: «Da tempo»  «Berlusconi è diventato il sinonimo di un nuovo autoritarismo, che certamente non elimina senza esitazioni la democrazia, come accadeva nei precedenti sistemi autocratici, ma tende a minarla lentamente dall’interno, lasciandone inalterata la facciata». Berlusconi ha vinto in scioltezza la sua battaglia parlamentare, ma la guerra con la stampa tedesca sembra averla definitivamente perduta.