La guerra del caffè

Redazione
01/02/2011

da Berlino Pierluigi Mennitti Tempi duri per gli appassionati di caffè. Secondo le indiscrezioni che ha pubblicato il Financial Times...

La guerra del caffè

da Berlino
Pierluigi Mennitti

Tempi duri per gli appassionati di caffè. Secondo le indiscrezioni che ha pubblicato il Financial Times Deutschland, «le piogge abbondanti che hanno colpito nei mesi scorsi l’Asia e parte del Sudamerica hanno pregiudicato buona parte dei raccolti e reso difficili i trasporti del prezioso chicco».
Le conseguenze sono facilmente immaginabili e, in parte, già misurabili sul mercato statunitense di New York: di fronte a una richiesta crescente di consumo di caffè, si assisterà a un aumento sensibile del prezzo. Già in questo momento, ha riportato il quotidiano finanziario, nelle contrattazioni a termine sul mercato newyorkese, la specie arabica è rincarata fino a 2,51 dollari per libbra, quantità equivalente a mezzo chilo: è il punto più alto dal 1997.
«All’origine di questi aumenti ci sono le cattive condizioni meteorologiche che hanno imperversato in Indonesia e Colombia, dove le raccolte sono state piuttosto magre, con la conseguenza che i grandi depositi risultano adesso mezzi vuoti. E a peggiorare la situazione sono arrivate le alluvioni in Brasile, il maggiore produttore di caffè al mondo».
RACCOLTI DIMINUITI. L’agenzia di stampa Bloomberg, citando Keith Flury, analista della Rabobank, conferma che anche nel Paese sudamericano la quantità di chicchi di caffè raccolta è di gran lunga inferiore rispetto agli anni scorsi.
«L’organizzazione internazionale del caffè (Ico)», ha proseguito il Financial Times Deutschland, «prevede che i cali maggiori nella raccolta saranno misurati in Indonesia e in Vietnam, dove il comportamento anomalo de La Niña ha prodotto precipitazioni torrenziali insolite anche per quelle regioni. A differenza del Sudamerica, in Asia viene coltivata principalmente la pianta del caffè del tipo robusta, che proprio in questi giorni ha toccato la vetta dei 2204 dollari a tonnellata, il prezzo più alto dal settembre 2008».

La crisi dovuta anche alla crescita della domanda in Asia

L’Ico, in verità, conta su una crescita della produzione mondiale del 10%, nonostante la caduta che si registra nelle aree alluvionate, fino a 135 milioni di sacchi di caffè: un sacco contiene 60 chilogrammi di caffè non tostato. Non abbastanza, però, per colmare la contemporanea crescita della domanda. Anche in questo particolare settore, sono i Paesi emergenti che premono sul consumo.
Sempre secondo rapporti dell’Ico, mentre in Europa negli ultimi anni si è assistito addirittura a una lieve flessione della richiesta, proprio in Brasile il consumo è schizzato alle stelle.
«I brasiliani hanno scoperto il caffè per se stessi», è stata l’osservazione del quotidiano finanziario, «dal 2006 il consumo interno è cresciuto da 16 a 18 milioni di sacchi all’anno e, secondo le stime dell’Associazione dei produttori di caffè di Rio de Janeiro, già nel 2012 il più grande paese sudamericano toglierà il primo posto mondiale agli Stati Uniti».
CAFFÈ MANIA. La passione per la caffeina sta contagiando anche i Paesi asiatici, legati tradizionalmente più al the: «In nazioni come India e Indonesia, il caffè sta avanzando, mentre resta ancora tutto da scoprire il mercato cinese, dove il consumo di caffè è solo agli inizi».
Il gruppo lobbistico China Coffee Association, interpellato di nuovo da Bloomberg, stima che nelle principali grandi città del Paese il consumo sia fermo a due tazze al mese.
Numeri che possono spaventare qualsiasi investitore, ma non gli strateghi di Starbucks, che proprio negli attuali piccoli numeri di questo potenziale grande mercato scorgono i profitti futuri: «Starbucks ha ormai Pechino nel mirino», ha rivelato il giornale tedesco, «e considera la Repubblica popolare cinese come il mercato che promette gli incrementi più alti, tanto che ha già pianificato l’aumento delle sue filiali dalle 400 di oggi a 1.500 entro il 2015».
COLTIVAZIONI IN MESSICO. L’Ico, tuttavia, non ha perso la speranza di poter mettere un freno all’aumento dei prezzi e di far ritrovare al proprio prodotto la stabilità minacciata. Alcuni Stati stanno pensando di tornare alla coltivazione del caffè, riattivando vecchie piantagioni dismesse.
È il caso del Messico, il cui governo ha appena varato un piano da 16 milioni di dollari per accrescere del 40% le coltivazioni.
Molti produttori avevano negli anni scorsi abbandonato le piantagioni di caffè, a seguito della grave crisi che nel 2001 aveva investito globalmente il settore, portando il prezzo fino a 40 centesimi per libbra. Una crisi congiunturale, causata dall’aumento della produzione in Brasile e Vietnam, che aveva gettato sul lastrico milioni di contadini in Africa, Asia e Sudamerica. Ora, invece, pare che ci sia spazio per tutti.