La guerra dell’Expo

Alessandro Da Rold
05/12/2010

Dall'idea di Luigi Roth allo scontro Moratti-Formigoni.

C’è un episodio dello scorso ottobre che spiega meglio di ogni altro i rapporti tra il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni, e il sindaco di Milano, Letizia Moratti.
Erano passati appena dieci giorni dall’accordo sui terreni che ospiteranno i padiglioni dell’esposizione universale del 2015. Dopo un lungo braccio di ferro che aveva visto come antagonisti proprio il governatore e il primo cittadino milanese, il 18 e 19 ottobre 2010 nel capoluogo lombardo si è svolto il MobilityTech, forum sulla mobilità sostenibile dove erano esposti nuovi modelli di automobili a impatto ambientale zero. L’organizzazione aveva previsto un giro istituzionale su un pulmann a idrogeno. Formigoni non era ancora salito, mentre la Lady di ferro di palazzo Marino si era già accomodata su un sedile al fianco dell’autista. Appena vide il governatore avvicinarsi, Moratti chiese all’autista di mettere in moto e partire. E lui rimase appiedato.
Un episodio paradigmatico dello scontro tra istituzioni locali che da un paio d’anni si svolge attorno alla manifestazione che tra cinque anni dovrebbe portare su Milano gli occhi del mondo e, indirettamente, risolvere i problemi infrastrutturali della Lombardia. Una battaglia iniziata l’1 aprile 2008, a nemmeno due giorni di distanza dalla celebrazione della vittoria di Milano su Smirne.
È da quel giorno che Formigoni cerca, invano, di tenere in mano il pallino della manifestazione. Ma Moratti, seppur in difficoltà, pur perdendo pezzi importanti lungo la strada, ha saputo comunque gestire meglio la propria rete di relazioni. Anche perché ha avuto dalla sua il potente binomio nordista costituito dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e dalla Lega Nord in contrapposizione al potere ciellino di Formigoni.
È infatti questo asse inedito, Moratti-Tremonti-Bossi, ad aver costretto all’angolo il Celeste e il pervasivo potere della Compagnia della Opere.

Un investimento che renderà tre volte tanto

Il fatto è che l’Expo 2015 è un affare. «Per ogni euro speso in infrastrutture, consumi dei visitatori e investimenti esteri, si potrà generare un’attività pari a un valore compreso fra 2,3 e 3 volte tanto». Così Lanfranco Senn, docente dell’Università Bocconi nonchè presidente della Metropolitana milanese ha illustrato, mercoledì 25 novembre 2010, i risultati di una ricerca sull’ impatto economico che potrà avere l’evento nel Paese e in città.
Senn ha spiegato che l’occupazione generata direttamente o indirettamente tra il 2011 e il 2020 sarà di 61 mila addetti in media all’anno e, di questi, già 13 mila troveranno lavoro nel corso del 2011. È vero che, per un precedente studio della Bocconi, avrebbero dovuto essere 70 mila, «ma nel frattempo sono saltate alcune infrastrutture che avrebbero generato occupazione».
La produzione aggiuntiva, il fatturato insomma, che sarà complessivamente generato nel decennio ammonterà a oltre 69 miliardi di euro, cui corrisponde un valore aggiunto (pulito dai costi, quindi) pari a circa 29 miliardi di euro. Tutti i calcoli, come ha precisato Senn, sono fatti sull’ arco decennale perché «siamo convinti che le ricadute di Expo si sentiranno anche dopo la chiusura della manifestazione».
Crescerà anche il gettito fiscale, di 11,5 miliardi di euro, che impatterà sulla crescita del Pil per lo 0,18 %. Lo studio della Bocconi si è articolato su cinque settori: le infrastrutture (per le quali si investiranno 1,7 miliardi di euro), i costi di gestione dell’evento (1 miliardo di euro), la partecipazione di 130 Paesi (0,5 miliardi), l’attrattività turistica (3,5 miliardi) e gli investimenti esteri.

Il sito costerà 1 miliardo di euro

Le opere per il sito che ospiterà l’Expo costeranno circa 1 miliardo rispetto agli 1,7 miliardi complessivi per la gestione dell’evento. I primi lavori a partire saranno quelli relativi all’eliminazione delle interferenze nei terreni, in termine tecnico sono definiti i lavori di dissodamento, che valgono circa 140 milioni di euro.
I bandi saranno pubblicati ad aprile 2011. La progettazione spetta alla Metropolitana Milanese. Quindi partiranno le gare al massimo ribasso fra marzo e aprile.
Questo riguarda il secondo capitolo, ovvero i lavori per la piastra, altri 300 milioni, e i manufatti, ulteriori 600 milioni. Non solo. È stato reso ufficiale l’annuncio di trattative in corso con il Vaticano per portare il Papa sulle aree dell’esposizione, a giugno del 2012, quando a Milano si svolgerà la Giornata mondiale della famiglia: una benedizione in più può sempre far bene.

Quell’idea di Luigi Roth nel 2005

Il progetto Expo 2015 ha origini molto lontane. L’idea venne in mente nel 2005 a Luigi Roth. Presidente della Fondazione Fiera Milano dal 2001, cavaliere del Lavoro, cattolico progressita, Roth è stato fino al 2009 in simbiosi con il presidente di regione Lombardia Roberto Formigoni.
Nacque da loro, in accordo con il gruppo immobiliare Cabassi proprietario di parte delle aree di Rho-Pero, il progetto di far arrivare a Milano un evento internazionale, in grado di rilanciare l’economia del Nord Italia, penalizzata da gravi problemi infrastrutturali. Una questione annosa, mai sanata dal «centralismo romano», che una pioggia di miliardi di euro per una grande manifestazione con un nome accativante come “Sfamare il pianeta”, avrebbe potuto risolvere.
Ma dopo la presentazione della candidatura di Milano nell’ottobre 2006, con la benedizione dell’allora governo di centrosinistra di Romano Prodi, e la vittoria su Smirne il 31 marzo del 2008, il meccanismo ideato da Formigoni e Roth si è inceppato.

Il primo problema: chi comanda

Lo scorso anno, il duo si è trovato alle prese con alcune grane non da poco. Il 2009, infatti, è stato l’anno dei grandi cambiamenti nei board dei centri del potere economico lombardo. Dal cambio di passo in Banca Popolare di Milano, dove Roberto Mazzotta ha lasciato il posto a Massimo Ponzellini, fino appunto a Fiera Milano, dove Roth ha dovuto abbandonare la presidenza per lasciarla a Giampiero Cantoni. Quest’ultimo, banchiere e cavallo di razza del Psi nei gloriosi anni 80, è stato ostacolato fino all’ultimo da Roth, ma invano.
A mettere la parola fine alla bagarre tra leghisti e ciellini, è stato (al solito) il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi insieme con il potente Bruno Ermolli, (molto vicino a Moratti), che avevano individuato in Cantoni una possibile sintesi delle istanze di entrambi.
In realtà a essere penalizzato da questa nomina è stato proprio Formigoni, che perdendo il suo appoggio in Fondazione Fiera ha dovuto ingaggiare un confronto con Moratti sulla gesione di appalti e infrastrutture di Expo 2015.
Il primo scontro si ebbe dopo la scelta del sindaco Moratti, commissario straordinario dell’evento, di nominare il suo fedele consigliere Paolo Glisenti amministratore unico della società Expo, ovvero plenipotenziario dell’esposizione.
Alla proposta del sindaco, siamo nel luglio del 2008, si alzò un’ampia schiera di oppositori: dal governatore Formigoni, con tutta la sua rete ciellina, a Ignazio La Russa con gli imprenditori a lui vicini, tra i quali il gruppo Ligresti, fino allo stesso Berlusconi, dagli industriali alla Camera di Commercio. A loro avviso, la nomina di Glisenti ad amministratore unico significava concedere «troppo potere alla Moratti».
Un fuoco di sbarramento che, nell’agosto del 2008, costrinse Palazzo Chigi, e in particolare Tremonti, a imporre alla Moratti non più un amministratore unico, ma una gestione collegiale: in questo modo i poteri sarebbero stati equamente divisi.
Dopo una serie di colpi di scena, tra cui l’addio di Glisenti, nel 2009 fu costituita la società Expo: il 40% del ministero del Tesoro, 20% della Regione Lombardia, 20% del Comune di Milano, 10% della Provincia e un altro 10% della Camera di Commercio.

Il secondo problema: l’acquisizione delle aree

A mettere i bastoni tra le ruote della macchina da soldi degli amministratori e degli imprenditori lombardi, furono due imprevisti, la crisi economica mondiale e il terremoto all’Aquila, che hanno fatto ridurre il finanziamento statale da 4 a 1,4 miliardi di euro, già stanziati e da dilazionare su cinque anni.
Ma la partita vera si sarebbe giocata sulle aree dove dovranno sorgere i padiglioni, su cui il Bureau international des expositions (Bie) di Parigi voleva avere chiarezza per concedere il definitivo nulla osta a Milano. Questione che Formigoni aveva già trattato con la famiglia Cabassi e la Fondazione Fiera di Roth nel 2005.
Dopo l’addio di Glisenti, sulla poltrona di numero uno dell’Expo 2015 il 9 aprile del 2009 andò a sedersi Lucio Stanca, deputato del Pdl, già ministro dell’Innovazione nel secondo governo Berlusconi.
Nell’aprile del 2010, la soluzione del sito espositivo sembrava vicina. Formigoni, accerchiato, sparigliò le carte proponendo la creazione di una nuova società a capitale interamente pubblico per l’acquisto delle aree.
Il piano era chiaro. Nel progetto formigoniano, il ruolo principale, definito di regia, avrebbe dovuto essere svolto dalla Regione Lombardia mentre il comune di Milano e la provincia avrebbero dovuto essere semplici spettatori.
«Un progetto semplice, trasparente e chiaro: la costituzione di una società veicolo o l’uso di un veicolo già esistente, come Finlombarda, con Regione Lombardia nel ruolo di regia. L’obiettivo era uno solo: l’acquisto delle aree con risorse integralmente pubbliche».
In questo modo, spiegò allora Formigoni, «la valorizzazione delle aree e il plusvalore rimarranno a vantaggio del pubblico».
Risolto il problema? Niente affatto. Anzi, per rendere ancora più complessa la situazione ci si mise pure Stanca che lasciò la poltrona di amministratore delegato, denunciando «basse manovre». A sostituirlo fu Giuseppe Sala, ex direttore generale di palazzo Marino, un’altra sponda per Moratti.

I Cabassi alzano la voce

Il 26 luglio del 2010 è una data che vale la pena di segnarsi. A Milano si tenne un consiglio d’amministrazione che avrebbe dovuto dare il via a sette gare per il dissodamento del sito espositivo e la progettazione della piastra. La riunione si concluse con nulla di fatto. Perché?
La Moratti propose, invece della newco, assieme alla provincia e al ministero del Tesoro il comodato d’uso, ma intervenne lo stop del governatore Formigoni, che sollevando dubbi richiese un parere legale. Forse perché era in una posizione minoritaria in Fiera Milano?
In base all’accordo, i proprietari delle aree avrebbero dovuto pagare in anticipo 250 milioni di euro come «oneri di urbanizzazione e infrastrutturazione», ma avrebbero ricevuto in cambio uno spazio con diritti volumetrici dello 0,6 (superficie lorda di pavimento per metro quadrato) per costruire a partire dal 2017.
Il parere legale spiegò che il comodato d’uso «per essere percorribile dovrebbe comportare la messa a disposizione delle aree da parte dei privati a prescindere dai contenuti della variante relativa alla disciplina per il post-Expo che dovrà essere approvata», e inoltre prevede «la compartecipazione finanziaria dei privati alle opere di infrastrutturazione che verranno realizzate dalla Società Expo 2015 sull’area di sviluppo».
I fratelli Cabassi iniziarono a lamentarsi. «L’accordo di programma è stato elaborato fin dal 2006, siglato nel giugno 2007 e sottoscritto anche dalla Regione», disse Marco, uno degli otto fratelli.
Mentre Matteo sventolò il bollettino della Regione Lombardia che, il 17 ottobre 2008, riportava l’adesione alla «proposta di accordo di programma per la trasformazione urbanistica delle aree prescelte per ospitare l’Expo 2015».
Insomma, condizioni diverse rispetto all’accordo del 2007 basato proprio sulla certezza di quanto si sarebbe potuto edificare a manifestazione conclusa. In altre parole, secondo la regione, i privati avrebbero dovuto accettare il comodato d’uso senza sapere a priori se le aree, ora agricole, sarebbero state trasformate in edificabili e con quali indici volumetrici.

A Letizia Moratti i poteri straordinari

Il 27 luglio del 2010, la Moratti, il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, e Giulio Tremonti furono avvistati in centro a Milano, durante una riunione su Expo 2015.
Il malcontento del trio verso il Celeste è noto. Come pure l’esigenza da parte dei tre di riprendere in mano la regia della manifestazione, che con la newco proposta da Formigoni, avrebbe concesso poteri solamente al Pirellone.
Fu allora che venne ratificata la richiesta che la Moratti aveva fatto al governo già nel 2009: poteri straordinari che garantiscano deroghe su appalti e lavori e che, soprattutto, «autorizzano (Moratti, ndr) ad adottare tutti i provvedimenti necessari per assicurare, nei tempi richiesti dal Bureau International des Expositions, la disponibilità delle aree che ospiteranno l’evento».

Scacco matto a Roberto Formigoni

L’ordinanza della Protezione civile per rendere Moratti «superwoman» è arrivata il 5 ottobre del 2010, a due settimane dall’incontro con il Bie sulle aree. Sarà un caso, ma proprio il 19 ottobre Moratti, insieme alla società che gestisce Expo, di cui fanno parte comune, Regione, provincia, governo e Camera di Commercio, avrebbe dovuto dimostrare a Parigi l’effettiva disponibilità dei terreni.
L’assegnazione dei poteri straordinari,che il sindaco commissario aveva chiesto fin dal 2009 (ma erano stati concessi soltanto per le opere pre Expo) dimostrò la preoccupazione dello stesso governo di fronte alle difficoltà pratiche e politiche ad avviare la macchina dell’esposizione del 2015.
In questo modo, la Fondazione presieduta da Cantoni e i Cabassi hanno accettato di percorrere la via del comodato d’uso. La delibera è stata adottata all’unanimità dal Consiglio generale della Fondazione e, prima, dal comitato esecutivo. Il sì dei Cabassi è arrivato nel tardo pomeriggio del 19 ottobre.
Al centro dell’accordo la modalità di comodato già delineata nel luglio scorso e, prima ancora, nel 2007. La parte dei terreni che ospiterà i padiglioni e le strutture smontabili dell’Expo (340 mila metri quadrati, il 44% del totale) sarà solo presa in prestito dagli enti pubblici fino ai 18 mesi successivi alla kermesse.
Quindi torneranno ai proprietari che potranno edificare secondo l’indice dello 0,6. La parte delle aree destinate al grande parco tematico e agli orti botanici (440 mila metri quadrati) resterà pubblica anche dopo l’evento. A Formigoni non rimase che fare buon viso e ammettere: «Siamo allineati con il sindaco».