La Lega si slega

Alessandro Da Rold
15/10/2010

I fedelissimi con Bossi. Ma la corsa alla successione è partita.

La Lega si slega

«Sono stanco», ha detto Umberto Bossi, leader della Lega Nord lo scorso 12 settembre, sulla riva degli Schiavoni a Venezia alla Festa dei popoli padani. Due parole che sono piovute sopra il popolo leghista come l’annuncio di un possibile ritiro al termine di periodo difficile per il Carroccio.
Forte nei sondaggi, che danno il partito al 12 % su scala nazionale, il Senatùr ha dovuto affrontare durante la pausa estiva un problema dietro l’altro, prima con il breve dicastero di Aldo Brancher, nominato ministro per il Federalimo il 18 giugno e dimessosi il 5 luglio, quindi con il riconteggio dei voti nel Piemonte dove ha vinto Roberto Cota, poi con una Finanziaria lacrime e sangue per gli enti locali, infine con il timore dell’inizio di una «Carrocciopoli», tra politici locali in odor di ‘ndrangheta e concorsi pubblici truccati.
In questo bailamme nordista, che ha reso pesante l’aria nella sede leghista di via Bellerio a Milano, hanno iniziato a prendere posizione sullo scacchiere del partito tutti i protagonisti.
Dagli storici colonnelli, Roberto Calderoli e Roberto Maroni, ministri, rispettivamente, della Semplificazione e dell’Interno, fino agli emergenti Giancarlo Giorgetti, sottosegretario all’Economia, e Marco Reguzzoni, capogruppo alla Camera. Dai pretoriani del cosiddetto «Cerchio magico», l’entourage del leader guidato con polso fermo da Rosy Mauro, vicepresidente del Senato, ai giovani governatori di Veneto e Piemonte, Luca Zaia e Roberto Cota.

Il «Cerchio magico» dei fedelissimi

C’è una data che in via Bellerio si ricorda come l’inizio della conquista della Padania. È il 30 marzo 2010, quando Cota, dopo la vittoria scontata di Zaia in Veneto, vinse sul filo di lana le regionali in Piemonte battendo il governatore uscente Mercedes Bresso, del Partito Democratico.
Fu un successo per Bossi, ma anche l’inizio dei problemi per la corte del Senatùr. Il nuovo governatore, infatti, lasciò a Marco Reguzzoni il posto di capogruppo alla Camera dei deputati, tra le proteste dei parlamentari «romani» del Carroccio che firmarono persino un documento per chiderne la testa.
A spingere per la nomina dell’ex presidente della provincia di Varese fu Manuela Marrone, moglie di Bossi, preoccupata dall’attivismo dei due colonnelli, Maroni e Calderoli. Spesso, infatti, il capo, debilitato dalla malattia che lo ha colpito l’11 marzo del 2004, è superato politicamente dalle sortite del primo o da quelle del secondo.
Il 4 novembre del 2009, per esempio, il ministro dell’Interno, durante la discussione del decreto sicurezza a Montecitorio, annunciò che la Lega avrebbe votato con l’opposizione per evitare i tagli alle forze dell’ordine. Pronta la replica di Bossi un paio di giorni dopo. «Maroni farà quello che dice la Lega». Un richiamo all’ordine. Spia, però, di una divergenza inedita tra i due.
Di qui la decisione di creare uno scudo attorno al Senatùr, il cosiddetto «Cerchio magico», appunto, non solo per sostenerlo politicamente, ma anche per soffocare sul nascere la lotta alla successione, destinata di diritto, secondo la Marrone, a un altro Bossi.
E Reguzzoni è uno su cui il Senatur può contare. Fu lui, con l’aiuto del deputato boss di Ponte di Legno e direttore di Telepadania Davide Caparini, nel gennaio 2010, a sedare l’accenno di rivolta della base di Brescia, in subbuglio e piena di mugugni per l’inserimento di Renzo Bossi, il “Trota”, nelle liste regionali lombarde.
E sarà Reguzzoni a inserire Roberto Libertà, il secondogenito del Senatùr, in quelle per il comune di Milano (leggi l’articolo).
Dei pretoriani fanno parte Rosy Mauro, la “terrona” di Barletta che ha sostenuto Bossi nei suoi incontri pubblici subito dopo la malattia, Federico Bricolo, capogruppo al Senato, lo stesso Reguzzoni e Francesco Belsito, amico del “Trota”.
Ma è soprattutto Mauro, sindacalista del Sinpa, il Sindacato Padano, quella di cui la Marrone e il Senatùr si fidano. È stata scelta lei, il 15 settembre, per sedare a Bologna  la rissa tra i vertici leghisti dell’Emilia in vista delle elezioni comunali del 2011 (leggi l’articolo).

L’asse Calderoli-Tremonti

Un’altra spaccatura destinata a lasciare traccia si è creata la scorsa estate con il caso Brancher, già sottosegretario al ministero per le Riforme, coinvolto nel processo Antonveneta, l’indagine che ha coinvolto anche la Lega con il disastro finanziario di Credieuronord, la banca del Carroccio.
La nomina di Brancher a ministro per il Federalismo il 21 giugno 2010, ha indispettito oltre allo stesso Bossi, anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il Colle è un’istituzione che la Lega Nord ha iniziato a rispettare negli ultimi anni, anche perché è fondamentale nella chiusura della madre di tutte le riforme: il federalismo fiscale.
Secondo alcune indiscrezioni, menti dell’operazione sono stati Calderoli e Tremonti, soprattutto il primo, la cui posizione nel processo Antonveneta è stata stralciata nel 2009. Il blitz pro Brancher fallì, ma non l’asse tra i due ministri, da sempre a braccetto sulla riforma federalista.
Il ministro per la Semplificazione ha formato intorno a sè una vera e propria corrente, composta innanzitutto dalla compagna Gianna Gancia, presidente della provincia di Cuneo, leader insieme a Cota del Carroccio piemontese.
Non solo, la cerchia è arricchita dai fedelissimi bergamaschi, tra cui i deputati Giacomo Stucchi, Ettore Pirovano, Carolina Lussana e Pierguido Vanalli, fino all’assessore regionale lombardo Daniele Belotti.

Maroni e i varesini

In quel frangente, Maroni fu il più duro nel condannare la vicenda Brancher («Ha fatto bene a dimettersi» disse il 5 luglio 2010), confermando i suoi attriti con il ministro dell’Economia, già manifestati più volte dopo il varo della Finanziaria. La manovra economica di maggio, infatti, ha irritato non poco gli amministratori locali leghisti, inviperiti per i vincoli del patto di stabilità e toccati nel vivo del loro serbatoio elettorale.
A contestare la manovra di Tremonti è stato soprattutto Attilio Fontana, presidente dell’Anci Lombardia, ex sindaco di Varese.
Una presa di posizione che ha creato qualche frizione tra il gruppo varesino dei “maroniani”, capitanato da Giancarlo Giorgetti, segretario nazionale e mente economica della Lega, e quello di Calderoli, pasdaran del federalismo e vicino da sempre all’economista di Sondrio.
Ma è in generale Maroni a essere in questo momento il più forte all’interno del Carroccio. Con i successi sulla lotta alla Mafia e la politica contro l’immigrazione, il ministro dell’Interno sta raccogliendo consensi alla base, come ai vertici del partito.
L’europarlamentare Matteo Salvini, l’assessore alla Sicurezza in provincia di Milano Stefano Bolognini, il presidente del Consiglio regionale lombardo Davide Boni, il capogruppo al Pirelli Stefano Galli, il segretario dei Giovani Padani Paolo Grimoldi e molti altri consiglieri comunali e regionali, sono solo alcuni dei nomi su cui Maroni può contare.
Su Varese hanno iniziato così a convergere movimenti sotterranei, che sono esplosi durante la riunione del Federale del 2 luglio in via Bellerio, riunione di partito dove sono volati i piatti tra Reguzzoni del cerchio magico da una parte, Giorgetti e Grimoldi dall’altra.
Il primo, infatti, non fa più mistero di voler diventare il nuovo segretario nazionale e allo stesso tempo vorrebbe dare a Renzo Bossi le redini della segreteria dei Giovani Padani.
A confermare la situazione incandescente è stato lo stesso Bossi a Pontida il 20 giugno 2010, quando dal palco ha tuonato contro «quegli squallidi personaggi» di Terra Insubre, storica associazione varesina, molto vicina a Giorgetti e Maroni.

L’emergente Zaia e il caso Cota

Ma se il fronte lombardo resta in stand by con la guerra di successione alla segreteria nazionale tra Giorgetti e Reguzzoni, dopo le dimissioni di Alessandro Profumo da Unicredit si sono aperti allo stesso tempo due fronti, il veneto e il piemontese.
Non che tra “Lega” e “Liga” sia mai corso buon sangue, ma l’attivismo della fondazione Cariverona sul terremoto che ha scosso la più grande banca italiana non è piaciuto né a Tremonti né allo stesso Bossi, che nei giorni successivi alle dimissioni di Profumo da piazza Cordusio aveva detto: «Con i soldi non si scherza».
Chiaro il riferimento, secondo alcuni leghisti, alle intemperanze del sindaco di Verona, Flavio Tosi, a lungo in prima linea contro il banchiere milanese. Un assist indiretto all’emergente governatore del Veneto, Luca Zaia, che può già contare sull’appoggio del segretario regionale Gian Paolo Gobbo e su molti amministratori locali veneti: l’ex ministro dell’Agricoltura tiene ogni anno lezioni ai dirigenti del Carroccio veneto.
Ma se Zaia ride, per Cota, invece, la situazione si sta facendo davvero difficile. Il governatore traballante ha fatto parte del cerchio magico fino a quando è rimasto a Montecitorio. Ora c’è il rischio che oltre a perdere la sedia più alta di palazzo Barberis (leggi articolo), possa restare a capo dell’opposizione in regione.
Un’eventualità che non sembra piacere all’ex capogruppo alla Camera che, oltre a non aver ancora smatellato il suo ufficio romano, promette di aprire un nuovo fronte all’interno del monolite padano.