La lenta discesa del grande Adriano

Alberto Schiavone
13/12/2010

L'ex campione della Roma, bidone d'oro per la terza volta, tra donne, eccessi e mamma Inter.

La lenta discesa del grande Adriano

Adriano non è più un bambino. Nemmeno un ragazzino di buone speranze. Non più un giovane campione. Adriano Leite Ribeiro compirà tra un paio di mesi ventotto anni, e nel calcio a ventotto anni hai già dovuto dire la tua. Oppure sei rimasto nelle serie minori per tanti anni e poi sbocci, sorprendi, ti togli qualche soddisfazione.
Adriano invece no. Lui è diventato subito campione. Un orgasmo incredibile per chi lo ha visto giocare in quel periodo. Tonico, potente, tecnico, preciso, grintoso, fisico statuario. Insomma tutto quello che un attaccante degli anni duemila deve avere per essere il migliore. Il migliore, esatto. Adriano in quella manciata di anni, pochi, e poi in qualche richiamino ogni tanto, ci aveva illuso di vedere davanti il giocatore più forte del mondo.
Illuso, appunto. In un Inter-Udinese del 2004 realizza due gol fantastici: una punizione da più di trenta metri potente e precisa e una azione uno-contro tutti in contropiede in cui si sradica da dosso i calciatori dell’Udinese e infila la porta. Ecco, quello forse è stato il momento più alto. Dopo, piano piano, la discesa.
Qualche gol. Qualche punizione. Qualche sgroppata. Tante birre. Dopo la sua partenza per il Brasile, finalmente separatosi dall’Inter, il suo ex-allenatore Mancini rivelò di averlo trovato ubriaco all’inizio di un allenamento. Più altri aneddoti bukowskiani. Si è parlato di depressione, della difficoltà a superare la morte del padre, di una fragilità umana che non è riuscita a reggere la calca del successo. È sintomatico che un calciatore del genere sia capitato nell’Inter.
Vi aveva esordito alla grande, con un gol su punizione in un torneo estivo. Contro il Real Madrid. Ricordo ancora: entra, si prende la responsabilità del tiro, segna. Chi avrebbe mai detto che un ragazzone così capace e talentuoso si sarebbe fatto intimidire dalla vita? È successo. Nell’Inter, che negli anni della presidenza Moratti bis ha servito ai media tanto materiale simile: Kanu, il gigante dal cuore malato, che si fa curare dal papà-presidente e poi fugge via. Ronaldo, amante che ha lasciato rimpianti e amarezza.
La telenovela Adriano così inizia con Roberto Mancini, che tenta le varie strade possibili: padre, amico, fratello maggiore. Ogni tanto pare esserci una reazione, subito cancellata dall’apatia e dalla antipatica sregolatezza del giocatore.
Arriva Mourinho, colui che ha sedotto e abbandonato l’Inter come mai nessuno prima. È l’uomo giusto, pensano tutti, per un caso del genere. Fallisce anche lui, come il suo predecessore. Adriano torna in Brasile, si rianima apparentemente come si rianimano tutti i brasiliani sulla loro sabbia. Ancora racconti di amicizie pericolose, tante bevute, donne. Quelle foto che lo ritraggono su un motorino malandato, ai piedi infradito qualsiasi, la pancia prominente, il sorriso babbeo. In mano la birra. Ed è qui che Adriano diventa un caso unico.
Non lo fotografano con una Bmw sotto il sedere. Ma una specie di Califfone. Sembra uno di quei figli di mammà di cento chili che scorazzano per Bari vecchia. Lui non beve moijito, e tira di coca. Beve birra. Il suo fisico imponente ora è un’arma che si ritorce contro. Dopo un periodo così lungo di inattività e di bagordi rimettere in moto quel colosso di carne è difficile. Impossibile.
Siamo negli anni duemila, e i calciatori hanno i muscoli con le pagelle, e ogni loro capillare sappiamo come deve comportarsi. Adriano fa avanti e indietro dal Brasile. Torna, mette il capoccione e segna un gol ogni tanto. Subito i giornali tentano titoli patetici: è tornato l’Imperatore. Non è tornato. Non c’è più. La Roma nel 2010 lo prende.
Fanfare. Silenziose, però. Meste. Lo scetticismo generale è forte. Le battute si sprecano. I ristoratori e i baristi della regione Lazio gioiscono. Il primo appuntamento ufficiale di Adriano è proprio contro la sua ex squadra. Supercoppa italiana. Entra a partita decisa, con l’Inter avanti e decisamente più in palla. Trascina il suo corpicione per il campo, cerca una volta il tiro, provocando risa. È lento. È goffo. È un ex calciatore. La Roma inizia la sua stagione, Borriello segna, Menez pare crescere, Totti recita la parte di Totti, ma vecchio. Di Adriano nessuna notizia. Nemmeno negativa.
Non viene visto nei bar a ballare sui tavoli. Non si presenta agli allenamenti ubriaco. Semplicemente è un uomo al seguito della squadra. Di quelli che purtroppo nei grandi club se ne trovano di frequente (Mancini o Suazo nell’Inter, ad esempio, tanto per ripetersi). Non stupisce che Adriano venga premiato con il prestigioso Bidone d’oro. Se lo merita tutto. Adesso è un bidone. Un cinghiale sudato. Era un campione.
Poteva diventare il campione. Si è perso. Poteva andargli peggio. Quando si era in piena polemica circa il suo comportamento, Massimo Moratti aveva trovato un escamotage dei suoi per calare la scure sul suo giocatore. Lo multava per i ritardi in allenamento, ma il ricavato lo donava in beneficienza. Perfetto. Molto radical-chic. Quale proprietario di un’azienda, quale superiore, nel mondo conosciuto, avrebbe usato tanta pazienza con un ragazzo di vent’anni?
Chi riassumerebbe ancora uno che è stato cacciato da un’altra azienda? Eppure l’opinione pubblica, che ormai vede nei calciatori i loro veri condottieri esemplari, non ha mai davvero sbottato di fronte a ciò. Tutti hanno voluto bene ad Adriano. Tutti lo incitavano. Dei bidoni ci si dimentica in fretta. Degli ex campioni no, e non riusciamo a essere con loro così cattivi come dovremmo.
La magia, o follia, del calcio è anche questa.