La lobby del succo

Redazione
27/12/2010

di Daniele Martini Miracolosa come l’acqua di Lourdes e costosa come lo Chanel numero 5. Si chiama Xango, è una...

La lobby del succo

di Daniele Martini

Miracolosa come l’acqua di Lourdes e costosa come lo Chanel numero 5. Si chiama Xango, è una bevanda e si presenta in un’elegante bottiglietta dalla silohuette che ricorda la Coca Cola, sormontata, però, da un tappo di un giallo squillante.
Se qualcuno ve la offre, state attenti. Per due motivi.
Primo: le sue multiformi proprietà terapeutiche, dalla prevenzione del cancro all’influenza, dall’Alzheimer all’acne, più altre 40 patologie, derivanti dalla spremitura di un frutto esotico, il mangostano, originario delle isole della Sonda e dell’arcipelago delle Molucche, sono più vantate che dimostrate.
Secondo motivo di cautela: acquistandola, rischiate di finire avviluppati in una rete di vendita che vi risulterà costosa e da cui difficilmente potrete uscire senza conseguenze. Perché lo Xango non si compra come una qualsiasi bevanda al bar o al supermercato, ma solo registrandosi al sito dell’azienda ed entrando così a far parte di una complicata rete strutturata come una piramide e che per certi aspetti somiglia ad una corporazione. 

L’allarme dell’associazione dei consumatori

I primi a mettere in guardia dallo Xango furono all’inizio di settembre il ministero della Salute e i dirigenti di Altroconsumo a cui si sono presto associate altre tre organizzazioni di difesa dei consumatori a cui erano arrivate centinaia di segnalazioni da parte degli associati e che si erano fatte forti di una lettera di avvertimento ed ammonimento inviata quattro anni fa alla Xango dall’americana Food and Drug Administration. 
LA DIATRIBA SULLE PROPRIETÀ. Ne nacque una polemica feroce perché la società di origine statunitense che commercializza il prodotto in Italia attraverso un’altra società di diritto olandese, la Xango Beverage Nederland, si è sentita ingiustamente colpita ed è passata all’attacco minacciando azioni legali.
Ora, però, interviene l’Antitrust che al termine di un’istruttoria accurata durata diverse settimane ha, di fatto, accolto le perplessità delle associazioni dei consumatori interrompendo la catena di Sant’Antonio di vendite che si era messa in moto intorno al prodotto, considerata in piena espansione e dotata di «un elevato grado di offensività».
UNA RETE CAPILLARE. In realtà nel frattempo, grazie ad internet e a un tam tam sempre più martellante, la diffusione dello Xango si è estesa a macchia d’olio, passando in poco tempo da un fatturato di poco più di 500 mila euro al mese a 1 milione e mezzo.
Anche i consumatori-venditori-rappresentanti affiliati alla rete commerciale sono cresciuti in via esponenziale diventando la bellezza di 21 mila.
A loro la Xango ha affidato una specie di missione apostolica per la vendita del prodotto rinunciando totalmente a commercianti, rappresentanti e venditori in proprio.
Durante un sopralluogo effettuato alcuni giorni fa nella sede di Milano della multinazionale americana, i dirigenti dell’Antitrust si sono trovati di fronte non un ufficio strutturato con responsabili, dipendenti, scrivanie e telefoni, ma lo studio di un commercialista, Moores and Rowland, incaricato dalla casa madre statunitense (Xango Llc) di effettuare i versamenti Iva e Inps di Xango Italy.

Una catena con nove gradi gerarchici

Per entrare a far parte della rete delle vendite Xango bisognava prima di tutto iscriversi via internet acquisendo la qualifica di «incaricato alla promozione» tramite l’esborso di 34 euro che davano diritto ad un «kit incaricato»
UNA COMPLESSA SCALA GERARCHICA. Ogni incaricato era poi tenuto ad acquistare ogni mese quattro bottiglie da 750 millilitri di Xango per un importo di 115 euro, importo che raddoppiava per gli incaricati di qualifica più elevata.
Dal grado più basso fino al grado più alto, le qualifiche erano nove, strutturate come una piramide: in fondo la platea dei nuovi arrivati e in vetta, in posizione preminente e di rilievo, i cosiddetti premier, poche decine in tutto.
Dalle indagini dell’Antitrust è risultato che questi ultimi potevano mettere insieme compensi annuali di una certa consistenza, oltre i 50 mila euro, a fronte dell’obbligo di acquistare succo per importi tra i 5 mila e i 7 mila euro e di venderne per un totale di 50 mila, equivalente a 500 casse di Xango al mese.
NESSUNA CONFERMA DELLE GUARIGIONI. Per salire nella scala gerarchica l’elemento fondamentale era il reclutamento di nuovi incaricati alla vendita, con un meccanismo da catena di Sant’Antonio in base al quale chi arruolava un nuovo affiliato guadagnava anche sulle vendite fatte da lui.
Le proprietà terapeutiche dello Xango erano vantate in una brochure dal titolo promettente («44 problemi, una soluzione»), fatta circolare dagli incaricati alla vendita. Ma l’Anitrust fa presente che non trovano «conferma nella letteratura scientifica di settore».