La lobby delle emissioni

Redazione
09/12/2010

di Antonietta Demurtas La classifica che l’associazione non governativa Germanwatch stila ogni anno analizzando i 60 Paesi che rappresentano il...

di Antonietta Demurtas

La classifica che l’associazione non governativa Germanwatch stila ogni anno analizzando i 60 Paesi che rappresentano il 90% delle emissioni globali di anidride carbonica lascia l’Italia a metà strada tra il mediocre e l’insufficiente. Tra i 27 Paesi dell’Europa la performance climatica dell’Italia è al 21º posto, avanti soltanto a Estonia, Grecia, Slovenia, Bulgaria, Lussemburgo e Polonia.
In occasione della conferenza mondiale sui cambiamenti climatici in corso sino al 10 dicembre a Cancun (Messico) la pubblicazione rappresenta l’ennesima conferma di quanti Paesi si impegnino ancora troppo poco per salvare l’ambiente. Soprattutto l’Italia che risulta al 41° posto nella graduatoria dei Paesi che emettono più anidride carbonica nel mondo e al 58° per quanto riguarda le politiche ambientali.
Ma per la presidente del partito verde europeo ed ex europarlamentare, Monica Frassoni, unica italiana nella classifica di Foreign Policy «per la diffusione delle idee ambientaliste», il posizionamento dell’Italia non dice niente di nuovo. Raggiunta al telefono da Lettera43.it a Cancun, dove partecipa ai lavori della 16esima conferenza Onu sul clima (Cop 16), ha solo potuto raccontare la tristezza suscitata dal fatto «che qui non c’è nessun rappresentante del Paese che sia venuto a contribuire e ascoltare i gruppi di lavoro che dovranno presentare i testi per il negoziato finale, e cercare di sciogliere il nodo del protocollo di Kyoto».
Domanda. Ma è vero che l’Italia è uno dei Paesi europei più scettici sulla green economy?
Risposta. Siamo l’unico Parlamento al mondo che ha detto per ben due volte che i cambiamenti climatici non esistono. Che cosa ci possiamo aspettare?
D. In Europa gli investimenti verdi non superano i 30 miliardi di dollari e il 40% sono della Germania. E l’Italia?
R. Innanzitutto la Germania ha fatto una serie di scelte a partire dall’uscita dal nucleare, ha creato delle politiche ambientali all’avanguardia e ora continua a raccogliere risultati, per ottenere i quali, però, ha iniziato a lavorare fin dagli anni 90. Da noi invece manca una politica che sia attenta all’argomento. Sulle energie rinnovabili o le tecnologie pulite non si investe abbastanza. Un giorno si mette un incentivo e il giorno dopo si toglie, e così molte aziende difficilmente colgono il valore dell’ecobusiness. Inoltre Emma Marcegaglia e company vanno contro questo tipo di sviluppo perché sono i primi a produrre prodotti non verdi.
D. Confindustria è contro l’ambiente?
R. Semplicemente fa lobby per evitare che l’Italia affronti in maniera positiva e propositiva il tema sulla riduzione delle emissioni. Non è che la green economy non esiste, è che i poteri forti non ci credono. In Italia sono tantissime le imprese che lavorano nel rispetto dell’ambiente, ma non riescono a fare sistema. E soprattutto quelli che ci provano non sono considerati. Basta vedere i numeri dell’associazione italiana non profit Kyoto club, a cui sono associate oltre 234 tra imprese, enti, associazioni e amministrazioni locali, tutte impegnate nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas-serra assunti con il Protocollo di Kyoto. Le aziende sono oltre 200. L’interesse e la voglia di lavorare in questa direzione c’è, ma non è premiata. Se è vero che l’Italia tra il 2010 e il 2020 avrà a disposizione un business potenziale di 90 miliardi di dollari nel settore dell’energia pulita, è bene che inizi a investire seriamente.
D. Com’è vista l’Italia da Bruxelles per quanto riguarda le tematiche ambientali?
R. Come un partner irrilevante e poco affidabile. D’altronde se avesse fatto qualcosa, il commissario per l’ambiente Janez Potočnik non avrebbe deciso di ricorrere alla Corte di giustizia perché l’Italia, insieme a Cipro, Portogallo e Spagna, non ha fino ad ora dimostrato di affrontare in modo efficace il problema delle emissioni eccessive del particolato fine (Pm10).
D. Per risolvere il problema, il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha proposto di limitare la circolazione dei mezzi pesanti, a meno che non si dotino di filtro antiparticolato. Per questi filtri il suo Ministero metterà a disposizione 60 milioni di euro.
R. Innanzitutto bisogna vedere quando e come questi soldi saranno stanziati e poi, comunque non bastano. Bisognava adeguarsi alla direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa già entro il 2005, e gli Stati membri potevano chiedere di essere esentati dall’obbligo di rispettare i limiti in materia di Pm10 fino al giugno 2011. Ma questa esenzione era subordinata al rispetto di una serie di condizioni che noi non abbiamo rispettato. La Commissione ha giustamente sottolineato come nel nostro Paese troppe volte siano stati superati i limiti di Pm10, ben oltre le 35 giornate all’anno consentite, e come manchi la prova che siano state adottate le misure necessarie per rientrare nei limiti.
D. Oltre alla qualità dell’aria, la maggior parte dei richiami dall’Ue nei confronti del nostro Paese riguarda l’ambiente e in particolare le norme in materia di sostanze chimiche, prodotti fitosanitari, trattamento delle acque reflue e rendimento energetico degli edifici.
R. Il problema è sempre lo stesso. La politica italiana non fa rispettare le regole europee e così arrivano le sanzioni. Ci dovrebbe essere una riconsiderazione delle priorità di spesa. Fare economia verde vuol dire non dare priorità a progetti come la Torino-Lione, il ponte di Messina, il nucleare o le centrali a carbone dell’Enel. Ma investire in energie rinnovabili, studiare le cause del dissesto idrogeologico, prevenire i disastri ambientali, fare ricerca. La Commissione europea ritiene, per esempio, che le norme italiane in materia di rilascio degli attestati di rendimento energetico degli edifici non rispondano alle esigenze fissate dalla direttiva e che l’Italia non abbia adottato alcuna misura relativa all’obbligo di ispezioni periodiche degli impianti di condizionamento dell’aria per valutarne il rendimento. Insomma anche quando le regole ci sono non si fa nulla per farle rispettare.