La Mirafiori spagnola

Redazione
20/01/2011

da Madrid Davide Mattei Tutto il mondo è Paese, e ancora di più in tempi di multinazionali. Il 12 gennaio...

La Mirafiori spagnola

da Madrid
Davide Mattei

Tutto il mondo è Paese, e ancora di più in tempi di multinazionali. Il 12 gennaio si è svolto un referendum nei due stabilimenti Nissan di Barcellona dove 3.229 lavoratori hanno messo ai voti, proprio come a Mirafiori, le nuove regole su retribuzioni e flessibilità poste dalla direzione come condizioni per partecipare alla gara di assegnazione di un nuovo modello. E, come a Mirafiori, i sindacati iberici si sono spaccati, tra favorevoli (Ugt e Usoc) e contrari (Ccoo e Cgt).
CONSENSO PLEBISCITARIO. Alla fine è prevalso il sì con una maggioranza schiacciante: il 70,24% dei lavoratori ha deciso di congelarsi lo stipendio nel 2012 e ha patteggiato aumenti dello 0,5% nel 2013 e dell’1,5% nel 2014.
Gli operai hanno, inoltre, accettato di aumentare del 6% la produttività, accrescendo il tempo effettivo di lavoro, con 15 sabati produttivi per turno (12 obbligatori) e offrendo una “borsa” di 40 ore per lavoratore che l’azienda potrà usare a seconda della richiesta di produzione.
Sacrifici che sono stati ricompensati: Nissan, che all’inizio non aveva garantito l’assegnazione del pick up, l’ha finalmente annunciata il 19 gennaio. Le fabbriche di Montcada e Zona Franca produrranno 60 mila fuoristrada all’anno, ricevendo un investimento di 80 milioni di euro che dovrebbe garantire il loro futuro fino al 2014. (In realtà la metà dell’investimento sarà costituito da crediti agevolati forniti dal ministero dell’Industria).

Nel 2010, in Spagna costruiti 2,4 milioni di auto

Gli strattoni tra sindacati e multinazionali dell’automobile sono da tempo all’ordine del giorno in Spagna – terzo produttore europeo di veicoli dopo la Germania e quasi a parimerito con la Francia – dove una miriade di multinazionali (Renault, Nissan, Volkswagen, Mercedes, Ford, Gm, Peugeot-Citroën, Seat fino a Iveco) hanno prodotto nel 2010 quasi 2,4 milioni di pezzi, l’87% dei quali destinati all’esportazione, secondo i dati provvisori dell’Anfac, l’associazione spagnola dei produttori di autovetture.
LA ROTTURA TRA I SINDACATI. «Siamo soddisfatti e orgogliosi del risultato del referendum, perché non ci siamo lasciati scappare l’occasione», ha dichiarato a Lettera43.it Andrés Mateos, rappresentante di Ugt. «È stato un ricatto in piena regola», gli ha risposto a distanza Raul López di Ccoo.
I favorevoli come Mateos hanno sottolineato che, «partendo dal fatto che entro il 2014 la fabbrica avrebbe chiuso, la votazione è stata un successo e un esercizio di responsabilità». López, dal canto suo, ha denunciato la profonda ingiustizia del referendum: «Non possono essere solo i lavoratori a sacrificarsi, mentre le multinazionali giocano al ricatto. Noi abbiamo in ostaggio il pick up, se lo vogliono devono accettare le nostre condizioni».
IL PLAUSO DEL SINDACO. Il sindaco socialista di Barcellona Jordi Hereu ha accolto con soddisfazione la decisione della casa giapponese complimentandosi per il voto «responsabile e coraggioso» dei lavoratori dei due stabilimenti. Per il dirigente socialista il si al referendum è stato anche l’espressione «di un sindacalismo capace di difendere una tesi di sacrificio per mantenere la produzione e i posti di lavoro».

Il Ccoo: «Vittime di un ricatto in piena regola»

Quello di Barcellona non è il primo e, probabilmente, non sarà  l’ultimo caso del genere in Spagna: dal 2009 a oggi i lavoratori di diversi stabilimenti hanno dovuto cedere alle minacce di Renault a Vallalolid, Gm a Saragozza, Seat a Barcellona e Vw in Navarra.
Secondo David Barrientos, portavoce di Anfac, raggiunto da Lettera43.it, «questo ha fatto sì che negli ultimi tre anni di enorme crisi il settore abbia perso solo 4 mila posti di lavoro», mentre nel Paese ci sono oltre 4 milioni di disoccupati.
L’ARMA DELLA DELOCALIZZAZIONE. Lo scenario che hanno dipinto sindacati e produttori è comunque quello di multinazionali, come Fiat, che hanno sempre di più il coltello nelle loro mani, perché possono giocare sulla concorrenza – al ribasso – resa possibile dalla delocalizzazione produttiva.
«Ultimamente succede sempre più spesso che arrivano e dicono: o riduci le tue richieste o non ti affido la produzione di questo veicolo», ha spiegato López di Ccoo. «In Spagna tante fabbriche sono già passate per processi come questo», ha ribadito Mateos di Ugt, «e chi non l’ha fatto lo dovrà fare presto».
Anche la stessa Anfac ha ammesso indirettamente questo pericolo: «L’importante è che ci sia un messaggio di pace sociale perché alla fine le decisioni se produrre o no arrivano da invesitori stranieri, sensibili a queste notizie».

L’accordo di Mirafiori per la Spagna è «incostituzionale»

I sindacalisti hanno, poi, commentato il caso Fiat. Un accordo che, in Spagna, nessuno si sarebbe sognato nemmeno di mettere sul tavolo. «Credo che proibire gli scioperi in alcuni giorni sia un attentato contro le libertà personali», ha denunciato esterefatto López. «In Spagna», ha ricordato, «questo diritto è sancito dalla Costituzione».
GIÙ LE MANI DAI DIRITTI. E non ha avuto dubbi a definire «incostituzionale» anche la proposta che i sindacati contrari all’accordo rimangano senza delegati in fabbrica o non possano indire assemblee. «Tutti hanno diritto a votare liberamente senza subire rappresaglie», ha concluso.
Molto duro anche Andrés Mateos, rappresentante di Ugt Nissan, che ha votato sí all’accordo: «Il diritto allo sciopero è primordiale, una proposta del genere da noi sarebbe impensabile, è un diritto fondamentale».
E sulla possibile mancata rappresentanza della Fiom ha assicurato secco: «Se Nissan ci avesse proposto una cosa simile noi non avremmo firmato l’accordo».
IL RICORSO ALLA TRATTATIVA PRIVATA. I sindacati spagnoli sono invece d’accordo nel definire la trattativa aziendale «molto più vantaggiosa» rispetto al contratto nazionale. Tanto il sindacato di ispirazione comunista Ccoo come il socialista Ugt, ma anche i produttori di Anfac, credono sia lo strumento migliore per risolvere i problemi delle aziende.
«È molto utile perché dà una maggior capacità al lavoratori di lottare per i propri diritti», ha assicurato López, «a condizione che si parli di realtà importanti con una forte rappresentanza sindacale». In sintonia anche Ugt, secondo cui, però, questo tipo di contratto è «positivo a patto che parta dalle garanzie base del contratto nazionale».