La narcoballata di Uriel

Alessandro Giberti
19/10/2010

In Colombia spopolano le canzoni di chi vive di coca.

La narcoballata di Uriel

«Vivevo per strada chiedendo l’elemosina». Comincia così la parabola del “figlio della coca”, una delle canzoni più popolari di Uriel Henao, il “re dei corridos prohibidos”.
Corrido nello slang latinoamericano significa “ballata”, mentre proibito è tutto il resto: le parole, i temi, e le persone. I corridos esaltano la vita fuorilegge dei narcos e la guerriglia paramilitare che incendia la Colombia. Ma sono anche inni che celebrano la liceità morale del lavoro di cocalero.

Il figlio della coca è cresciuto

Non solo non c’è condanna e non c’è sospensione del giudizio. Non soltanto si inneggia alla vida loca, l’esistenza sempre sull’orlo del baratro dei narcotrafficanti milionari, che potrebbero essere ammazzati o catturati dalla polizia in qualsiasi momento. Ma si va oltre, sancendo come “cosa buona e giusta” l’attività del singolo cocalero che, ben lontano dalle ville neo-barocche di Medellin, coltiva la pianta di coca semplicemente perché è l’unica attività che gli permette di vivere decorosamente.
Il figlio della coca di Henao, dopo essersi ridotto a rubare per mettere insieme il pranzo con la cena, decide di cambiare vita. Si trasferisce sulle montagne colombiane a coltivare la magica piantina. I genitori sono stati uccisi, ed è lì, una volta realizzato di essere diventato orfano legalmente, che ritorna a essere figlio, anche se di una madre illegale, la coca. Che lo accudisce, lo cura, gli dà da mangiare. Di più, gli fa fare i soldi.
Ora «ho la mia gente che mi difende, molto denaro e faccio la bella vita. Vivo felice e mi sento bene, mi chiamano il figlio della coca e gli altri, contro di me, è meglio che non si mettano», è la chiusa esplicita che sublima la scelta. Una specie di cassazione etica.

Come il gangsta rap, ma 50 anni prima

I corridos prohibidos non sono una novità assoluta: discendono dagli analoghi narcocorridos messicani, che secondo una convinzione abbastanza diffusa sarebbero la risposta al gangsta rap americano. Niente di più falso.
A testimonianza che il germe vanta solide radici in Centroamerica, i primi cantori delle gesta dei narcos si aggiravano per il Messico addirittura negli anni 30. Dal Messico, le “ballate proibite” sono discese alla Colombia e ad altri Paesi latinoamericani. C’è anche chi le ha adattate. Il cantante guatemalteco Oscar Ovidio porta in giro per il continente una serie di narcocorridos cristiani. Storie di cattivoni redenti, in fondo un grande classico.
Oggi il mercato dei corridos prohibidos colombiani è più che mai florido: più di 600 band possono essere ascritte al filone (solo per citarne alcune: “Gli sterminatori”, “I rangers del Nord”, “La Commissione”). Il profilo facebook di Uriel Henao vanta circa due mila affezionati e una serie interminabile di messaggi di affetto e, elemento per certi versi forse più preoccupante, di stima profonda per i temi affrontati nelle sue ballate. Certo, la complessità musicale è un po’ così, stile mazurka da sagra emiliana, ma insomma, non stiamo qui a sindacare sui gusti.
Quello che conta è il senso di affermazione sociale, di riscatto nei confronti di un mondo che terrebbe tutti questi miserabili al loro posto, e cioè ai margini. Non c’è altra via d’uscita per chi non è destinato a trovare un lavoro sicuro o a frequentare le migliori scuole del Paese: rassegnarsi a una vita di stenti oppure passare dall’altra parte, costi quel che costi, perché, come canta Henao in un’altra ballata dedicata al narcotrafficante più famoso della storia, Pablo Escobar, «preferisco una tomba in Colombia, che una cella negli Stati Uniti».