La piena sul Nilo

Gea Scancarello
01/02/2011

Due milioni di persone hanno invaso il Cairo.

La piena sul Nilo

La lunga marcia del Cairo: il giorno che gli egiziani aspettavano da anni. E quello che Hosni Mubarak ha cercato di rimandare con ogni mezzo.  L’obiettivo degli organizzatori, il movimento 6 Aprile, era portare in strada un milione di persone. Ne sono arrivati due. 
In modo ordinato, senza violenze, hanno sfilato lungo le vie del centro per dare la spallata definitiva al trentennale governo del dittatore. Scandivano inni di gioia e liberazione, alzando al cielo la bandiera del Paese e striscioni bianchi con una sola scritta : «Il popolo chiede la fine del regime».
Che l’Egitto non si fosse fatto intimidire dai carri armati schierati sui ponti e le vie della capitale lo si era capito alle prime ore della mattina. Almeno 500 mila uomini e donne si erano radunati in piazza Tahrir, epicentro della rivoluzione. Molti non avevano abbandonato l’avamposto da martedì scorso, il giorno che ha cambiato l’Egitto, come lo hanno entusiasticamente battezzato i ragazzi che affollavano le strade (leggi la testimonianza della blogger). Un entusiasmo contagioso: El Baradei, capopolo della rivoluzione, circondato dalla sua gente ha alzato il tiro: «Mubarak ha tempo fino a venerdì per lasciare il potere evitando ulteriori spargimenti di sangue», ha scandito. E subito i suoi uomini si sono detti pronti a restare in piazza fino ad allora, per vedere il dittatore mollare la poltrona. Segui la diretta tv dal Cairo.

L’esercito molla, ma Israele resiste

Nemmeno un incidente è stato riferito dai cronisti e dai comitati di cittadini auto-organizzati per garantire la sicurezza della manifestazione. «Non useremo la forza contro i manifestanti», avevano annunciato gli ufficiali dell’esercito. Sono stati di parola. 
Un segnale importante nel delicato equilibrio del paese nordafricano: sono stati proprio i militari a garantire la stabilità di Mubarak, un colonnello uscito dai loro ranghi, nei 30 anni passati. La cieca obbedienza con cui nei primi giorni della protesta avevano ascoltato i suoi ordini aveva causato circa 300 vittime; qualcosa, però, si è incrinato in quel rapporto.
Consapevole delle difficoltà, il regime ancora una volta ha messo sotto controllo internet e reso difficoltose le comunicazioni in generale, così come già era successo nei giorni scorsi.
NESSUN EMIRATO ISLAMICO. In strada sono scesi anche i Fratelli Musulmani, che hanno posto l’allontanamento del presidente come precondizione per qualunque dialogo sul futuro. «La nostra prima richiesta è che Mubarak se ne vada. Solo dopo il dialogo può cominciare con i militari sui dettagli di una pacifica transizione al potere», ha detto Mohammed al Beltagi, capo del partito. Ma i responsabili dell’organizzazione hanno fatto una precisazione cruciale per il futuro del Paese: «L’Egitto non diventerà un emirato islamico». La rassicurazione che i leader occidentali stavano aspettando.
IL RUOLO DEGLI OCCIDENTALI. Non è un caso che la rivolta abbia infine avuto l’endorsement di Stati Uniti e Unione europea, dopo troppi tentennamenti pronti ad alzare la voce contro il presidente-despota (leggi la svolta egiziana).
L’ultima incognita, nel complesso scacchiere egiziano, è la presa di posizione di Israele, alleato cruciale degli States nella regione mediorientale. Il premier Benjamin Netanyahu è più preoccupato delle infiltrazioni islamiche sul confine egiziano – il rischio è che si saldino con la guerriglia palestinese minando seriamente la sicurezza di Gerusalemme – che del grido disperato dei cittadini nordafricani. E non è disposto a mollare Mubarak; tanto che, secondo l’intelligence iraniana, al Cairo sono giunti ufficiali israeliani e americani per trovare una soluzione dignitosa per tutti, che escluda l’ex colonnello.

Da Baradei ai Fratelli, tutti pronti per la successione

Consapevole del pericolo Mohamed El Baradei (leggi il profilo) ha invitato gli Usa a non cedere alla tentatazione di consevare lo status quo. «È necessario che Washington inizi a costruire la fiducia con la gente, non con chi opprime la gente», ha detto il premio Nobel ed ex direttore generale dell’Agenzia per l’energia atomica, rivolgendosi al presidente Obama.
A confermare quanto pesino gli stranieri sul fituro egiziano, sono arrivate anche le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Ramin Mehman-Parast. Il rovesciamento degli equilibri nei Paesi arabi porterebbe «un miglioramento dei loro rapporti con l’Iran e alla creazione di un Medio Oriente islamico e potente capacedi opporsi a Israele. Si tratta di un risveglio islamico, dal Medio Oriente al Nordafrica» (leggi l’articolo sulle manovre militari israeliane ed egiziane sul Sinai)
LA SUCCESSIONE. Intanto, in attesa della svolta decisiva, tutti si affrettano a staccare un biglietto per la successione. Dopo il tritorno di El Baradei, ha fatto ritorno al Cairo anche Ahmed Zewail, egiziano, esule da anni, premio Nobel per la chimica nel 1999. Ma anche i Fratelli Musulmani, affamati di notorietà dopo anni di eslusione forzata, hanno mandato messaggi chiari per il post ditattore. Abbiamo in mente un Paese in cui  «i cristiani avranno gli stessi diritti dei musulmani e di ogni altro cittadino egiziano». Più manifesto elettorale di così.

Google anti-censura

A dare una mano agli egiziani scesi in piazza, intanto, ci ha pensato Google. Nel paese infatti è sempre più difficile comunicare via internet e social network, visto che il governo ha bloccato le comunicazioni telefoniche e i collegamenti internet. Google però è riuscito a ‘bucare’ il muro della censura, in collaborazione con Twitter. Il colosso di Mountain View, infatti, ha messo a punto un sistema che permette agli egiziani di inviare messaggi nel sito di microblog attraverso i telefoni cellulari, aggirando il blocco di internet, attraverso tre numeri di telefono internazionali ai quali gli utenti possono lasciare un messaggio vocale e il servizio istantaneamente «twitta» il messaggio taggandolo ‘egypt’.