La resa dei conti

Redazione
13/12/2010

di Salvatore Cannavò Il 13 dicembre, una delle giornate più lunghe della recente storia repubblicana, si è conclusa senza grossi...

La resa dei conti

di Salvatore Cannavò

Il 13 dicembre, una delle giornate più lunghe della recente storia repubblicana, si è conclusa senza grossi colpi di scena.
Ha visto molta strategia, molte manovre, abboccamenti e riunioni riservate, in particolare in casa di Futuro e Libertà, dove lo stesso Gianfraco Fini è stato impegnato con assiduità a recuperare i pacieri guidati da Silvano Moffa, ma alla fine ha ribadito la sostanza.
Questa crisi è una crisi di fondo del centrodestra e si rappresenta nello scontro frontale tra i due leader che domani, 14 dicembre, si giocheranno il futuro politico. «Ne resterà solo uno» dicevano in Highlanders e questo sarà quello che avverrà alla Camera dopo che le operazioni del voto di fiducia saranno espletate.
Se in mattinata il dibattito al Senato è stato soporifero, avviato da una relazione di Silvio Berlusconi molto blanda, fatta tutta di appello alla responsabilità con il rilancio di un «patto di legislatura» aperto a tutti i moderati, cioè anche all’Udc, alla Camera si sono visti gli scontri.
Si è visto Berlusconi assentire vistosamente quando il finiano Benedetto Della Vedova ricordava di essere stato definito «traditore».
E lo si è visto applaudire con forza quando un ex aennino Massimo Corsaro, molto legato al ministro Ignazio La Russa, ha attacato duramente il presidente della Camera. Anche Enrico La Loggia, uno dei fondatori di Forza Italia, non ha voluto chiamare Fini presidente, ma solo onorevole.
Colpi bassi, sotto la cintola, ma anche piccoli drammi come quello del Fli Menia, convinto anticomunista triestino che ha fatto un intervento molto sofferto per l’accusa di essere un traditore e un alleato della sinistra.

A caccia di incerti in Fli: Moffa e Siliquini verso Berlusconi

Per tutto il giorno sono andate avanti sia la caccia ai deputati incerti sia una trattativa tanto sfibrante quanto inutile.
La più sofferta è stata quella in casa di Fli con un Silvano Moffa offeso per come Fini aveva liquidato, in diretta tv domenica a In 1/2 ora, la sua proposta di mediazione con il governo. Moffa, e con lui la deputata Maria Grazia Siliquini, è stato dato per tutto il giorno in procinto di passare con Berlusconi. Secondo indiscrezioni, il primo era allettato da un incarico ministeriale, la seconda da un posto come sottosegretario.
Due voti che avrebbero garantito non solo la fiducia al governo, ma anche la vittoria schiacciante di Berlusconi in grado di strappare a Fini due parlamentari del suo gruppo.
Alla fine il dissenso di Moffa è rientrato grazie all’ennesima manovra parlamentare: un documento del gruppo di Fli al Senato che assicura l’astensione sulla fiducia, che al Senato vale come voto contrario ma che comunque rappresenta una distensione simoblica, in cambio della disponibilità di Berlusconi a dimettersi subito dopo prima della conta alla Camera. Un modo per recuperare le colombe e cercare un’ultima soluzione in grado di evitare un voto che comunque si presenta come del tutto incerto.

La posta in gioco: superare il Berlusconismo

La contesa è una sfida all’Ok Corral, uno scontro che non prevede pareggi. Il fatto è che in Parlamento si sta giocando la partita che ruota attorno alla fine del berlusconismo. Sarà difficile per Fini formare un governo con Massimo D’Alema o Antonio Di Pietro, ma quello che ha unito gli interventi di Fli, Pd, Idv e Udc in particolare alla Camera, è stato l’obiettivo del superamento di Berlusconi, la chiusura di un lungo ciclo, la possibilità di andare oltre.
D’Alema ha addirittura affermato, con il gusto per il paradosso, che per il premier sarà «più umiliante» vincere per uno o due voti che perdere. Per Berlusconi, ovviamente, l’obiettivo è l’esatto contrario. Quindi si andrà al voto.
Al momento, considerando le dichiarazioni formali i due schieramenti sono in parità, 313 a 313 con Paolo Guzzanti che non vuole rivelare il suo pronunciamento – Berlusconi lo ha omaggiato di una citazione al Partito Liberale ma lui gigioneggia – e Scilipoti, Massimo Calearo e Bruno Cesario, i tre parlamenti della “responsabilità nazionale” eletti con il centrosinistra, che hanno annunciato di votare a favore del governo se il loro voto sarà decisivo (evidentemente lo sarà). Resta l’incognita della “sala parto”: le tre deputate Federica Mogherini, Giulia Cosenza e Giulia Bongiorno, non hanno spiegato come si comporteranno ma è difficile che l’ultima sia presente. Anche per questo la democratica Mogherini ha buttato lì una proposta “impossibile”: che almeno tre deputate del centrodestra rinuncino al voto per riequilibrare la contesa. Nessuno ha risposto.

Il silenzio della Lega: Bossi incline a elezioni anticipate

Tutti in attesa dell’esito della votazione, dunque, ma anche di capire quali saranno le prospettive future. In caso di vittoria, Berlusconi ha assicurato che lavorerà a ricomporre i moderati, a rifare il governo aprendo all’Udc. Prospettiva a cui non credono in molti, in particolare Bossi che non smette di indicare la strada delle elezioni anticipate come l’unica possibile. E il modo con cui Casini e i suoi sono intervenuti in aula non lascia ampi margini a questa eventualità. Ma è chiaro che, anche se con un solo voto di scarto, Berlusconi cercherà di restare in sella prima di prepararsi al voto, che comunque resta la strada più probabile.
In caso di sfiducia, invece, si ha lo scenario più intricato. Tramontata l’ipotesi del governo tecnico o del ribaltone, sia per indisponibilità di  Futuro e Libertà sia per assenza di numeri (nemmeno i radicali lo voterebbero) restano solo due strade: la ricostituzione del centrodestra che però non potrebbe avvenire senza l’assenso di Berlusconi, oppure uno smottamento nel Pdl, contrario alle elezioni anticipate, in grado di costituire le sembianze di un governo di unità nazionale. Ipotesi che vede il solito Beppe Pisanu come sponda possibile ma che al momento non si è manifestata più chiaramente (anche se la non partecipazione del senatore sardo alla discussione del Senato è apparsa sospetta).