La ripresa è giovane

Gea Scancarello
19/01/2011

Tunisia: persi 1,6 miliardi di euro. Ora si punta al rilancio.

La ripresa è giovane

Lo chiamavano il miracolo tunisino. Prodotto interno lordo in crescita costante da un decennio, turisti a frotte, aziende dell’altra sponda del Mediterraneo sempre disponibili a fare affari.
Un vanto, per il regime del presidente deposto Ben Alì. Fonte di invidia per il resto del Nord Africa, in affanno per emularne il modello.
Sono bastate tre settimane di tumulti per far crollare il castello di carta. Decapitato il regno, svanite le speranze di voltare pagina con un rimpasto di vecchie glorie e spuntate promesse (leggi l’analisi sulla rivoluzione tradita), anche il sogno economico di Tunisi si è schiantato al suolo. Mentre gli aerei dei vacanzieri europei restavano a terra, ordinatamente in fila negli hangar degli aeroporti.

Bruciato 1 miliardo e mezzo in tre settimane

Dall’inizio della rivoluzione dei Gelsomini, 1 miliardo e 600 mila euro si sono già volatilizzati. Più di un trentesimo del Pil del Paese. Nonostante un ritmo di crescita del 4% anno su anno  – un sogno per l’Europa – l’economia tunisina è tutt’altro che solida. E la rivoluzione ne ha accentuato le fragilità.  
VIAGGIATORI IN STAND BY. Primo malato il turismo, che conta per il 5% delle entrate nazionali. Inglesi, italiani e tedeschi hanno rimesso negli armadi costumi e infradito e sospeso le partenze fino a data da destinarsi. I tour operator di Berlino hanno chiuso le prenotazioni fino a fine febbraio; quelli svedesi addirittura fino a maggio.
«È difficile prevedere quando la situazione tornerà alla normalità. Noi, fino ad allora, ci cauteliamo», ha detto il portavoce della Apollo, una delle principali agenzie turistiche del Nord del continente.
Ben 300 cacciatori svedesi, d’altra parte, erano stati assaltati qualche giorno fa, scambiati per facinorosi. Con le strade nuovamente infiammate dagli scontri, dopo la débâcle del 18 gennaio del governo di Mohamed Ghannouchi, niente fa sperare che la situazione migliori in fretta.
E comunque c’è già chi non ci crede più. «È un settore importante, ma bisogna puntare su altro. I profitti per i tunisini sono comunque troppo limitati: i margini si riducono costantemente sotto il peso della forza contrattuale dei tour operator», ha avvertito avertit Jean-Raphaël Champonnière, economista francese.
BORSA CHIUSA A -12%. Non se la passa meglio la Borsa di Tunisi. Nella settimana tra il 7 e il 14 gennaio, ha perso il 12,5% del proprio valore. Per salvare il salvabile, l’Autorità per i mercati finanziari ha imposto lo stop alle contrattazioni dallo scorso lunedì 17. Al collasso sia l’indice che raccoglie i beni di consumo, sia quello delle industrie, in calo entrambi di 12,7 punti percentuali.
Ma il punto non è certo la tempesta dei giorni della crisi. «Lo stock è drogato», ha commentato un analista del Maghreb interpellato dal quotidiano francese Le Figaro, «i 32 valori che compongono l’indice sono manipolati».
Le parole non sono sfuggite all’agenzia Moody’s: mercoledì mattina da deciso il downgrading dell’outlook tunisino, modificandolo da stabile a negativo (leggi la notizia del taglio del rating tunisino). Colpa delle «significative incertezze economiche e politiche» che pesano sul Paese dopo i gravi disordini, hanno scritto gli analisti. Un segno chiaro che, oltre al debito del Paese, anche gli indici borsistici sono destinati a restare in affanno.
L’INDUSTRIA NON TIRA. Al premier Ghannouchi, almeno fino a quando ricoprirà il ruolo, non resta che sperare nell’industria, che rappresenta il 34% del Pil nazionale. Il piatto forte della produzione è dato dal tessile e dalla componentistica per automobili: ma la loro crescita, l’anno scorso, si è limitata a un misero +1,5%. Colpa della crisi europea.
Il vecchio continente accoglie il 77% delle esportazioni tunisine, ma in tempi di magra tutti hanno rallentato il ritmo degli acquisti. «Senza menzionare», ha aggiunto Mohamed Ali Marouani, economista all’università Sorbona di Parigi, «che la concorrenza sul tessile dei Paesi asiatici è insuperabile e destinata a stritolare le fabbriche tunisine». Per questo, secondo Marouani, «serve investire a lungo termine in ricerca e sviluppo, promuovendo i servizi ad alto valore aggiunto e l’hi-tech».

Il rinnovamento passa per il 25% di giovani disoccupati

La faticosa rinascita della Tunisia deve quindi ripartire dall’economia. Tenendo bene a mente quel 25% di giovani diplomati che non hanno un lavoro: circa un quarto della popolazione.
Sono stati loro a incrinare prima il regime di Ben Alì, poi il governo fantoccio con cui i suoi uomini ancora al potere avevano provato a riportare la calma. Sono tornati in strada ed esigono risposte reali, a costo di continuare la battaglia che è già costata 78 vite.
LA RAGNATELA DEI CLAN. Il nuovo esecutivo dovrà mettere in campo un ampio piano di sviluppo infrastrutturale, ha recitato ancora Marouani. Il primo passaggio è eliminare la regnatela di interessi del clan Trabelsi, i parenti dell’ex parrucchiera Leila, diventata moglie del presidente deposto Alì e manovratrice dietro le quinte delle sue scelte economiche e finanziarie (leggi il profilo dell’ex first lady, Leila Trabelsi).
Sono loro a tenere in mano le fila della Banca di Tunisia e del gruppo Carthago, capofila di una serie di strutture turistiche e del traffico aereo. E, pare, manovratori dei movimenti doganali con la concupiscienza di Slimane Ourak, a capo dell’agenzia di controlli. Possiedono titoli in borsa capaci di far muovere gli indici come meglio loro aggrada. E sono riusciti a sfilare dal Paese, pur nella fuga frettolosa, una tonnellata e mezzo d’oro.
«Le risorse dello Stato sono limitate», ha concluso Marouani, «e per il momento non coinvolgono i più sfavoriti». La strada per il rinnovamento, insomma, è ben tracciata. E a quanto pare i giovani tunisini sono del tutto intenzionati a costringere il governo a percorrerla.