La rottura

Redazione
20/10/2010

di Daniele Martini Dice di sé Maurizio Landini, il segretario della Fiom, i metalmeccanici della Cgil: «Sono uno di campagna». Per...

La rottura

di Daniele Martini

Dice di sé Maurizio Landini, il segretario della Fiom, i metalmeccanici della Cgil: «Sono uno di campagna». Per sottolineare non solo che è nato davvero lontano dalle città, nell’Appennino emiliano, ma che si sente una persona semplice, senza dietro pensieri e secondi fini.
Una di quelle che quando dice bianco è bianco e nero è nero. Ma come spesso succede tra ciò che uno crede di essere e ciò che effettivamente è, anche nel caso di Landini ci corre di mezzo il mare. Citando il filosofo tedesco Wilhelm Wundt, si potrebbe parlare di «eterogenesi dei fini».
La grande manifestazione di sabato 16 ottobre della Fiom non è stata solo una prova di forza, il biglietto da visita con cui il neosegretario dei metalmeccanici si è imposto all’attenzione di giornali e televisioni. Quel corteo che per ore ha attraversato Roma sta innescando una serie di reazioni a catena che Landini probabilmente non aveva previsto né si era augurato.

È iniziato l’effetto domino

Conseguenze politiche, prima di tutto, ma poi anche di ordine strettamente sindacale e relative alle relazioni industriali, cioè ai rapporti con la Confindustria e il mondo delle imprese. 
Dal punto di vista politico la manifestazione Fiom è come la pioggia che cade sul bagnato del Pd. Nel senso che innesca all’interno del più grande partito del centrosinistra l’ennesimo conflitto e esaspera la tendenza al cupio dissolvi che lo attanaglia da mesi. 
Seguendo una specie di linea ondivaga, tipo «non aderire né sabotare», il Pd alla manifestazione di sabato un po’ c’era e un po’ no: il segretario, Pierluigi Bersani, è rimasto a casa, ma ha mandato in avanscoperta uno dei suoi collaboratori più fidati, Stefano Fassina.
E poi c’erano altri politici pidiessini, dall’ex segretario della Cgil e sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, a Vincenzo Vita, esperto di faccende televisive. Altri dirigenti, tipo Enrico Letta o Giuseppe Fioroni, però, non solo non sono andati, ma hanno fatto sapere di non essere interessati né poco né punto ad iniziative del genere.

Nuove forze si stanno formando tra i delusi

Il corteo ha avuto probabilmente più successo di quanto il vertice Pd si aspettava rammentando ancora una volta al gruppo dirigente che alla sua sinistra si stanno coagulando forze diverse, dalla Fiom appunto al Popolo viola, dai Comitati contro la privatizzazione dell’acqua ai No Tav a Sinistra e Libertà di Nichi Vendola alla Federazione della sinistra di cui è portavoce l’ex ministro Cesare Salvi.
Un movimento che raccoglie anche gente che alle ultime elezioni non è andata a votare o ha votato scheda bianca e che comunque ha ritirato la delega allo stesso Pd e che ora è in cerca di nuovi approdi, forse addirittura di un nuovo raggruppamento organizzato alla sinistra del Pd.
Sono gli elettori delusi dalle polemiche perenni e dalle non scelte del grande partito di Bersani e che lo stesso Bersani dopo l’imponente manifestazione Fiom potrebbe avere la tentazione di inseguire in base al vecchio riflesso condizionato di origine comunista del «pas d’ennemi à gauche», nessun nemico a sinistra.

Alleanze sempre più instabili

Una scelta del genere avrebbe, ovviamente, riflessi immediati all’interno dello stesso Pd, non essendo condivisa dall’ala più moderata e di origine popolare ed ex democristiana del partito. E produrrebbe ripercussioni sulla politica delle alleanze possibili del centrosinistra. 
A scanso di equivoci, Pier Ferdinando Casini, il leader dell’Udc, con un’intervista al Corriere della Sera ha già fatto sapere, per esempio, che lui non si metterà mai insieme ad un Pd che corre dietro a Landini e alle tute blu della Fiom. Lasciando Bersani alle prese con l’ennesimo dilemma di difficile soluzione.

Il corteo della discordia

Anche da un punto di vista sindacale e delle relazioni industriali la manifestazione romana del 16 ottobre è deflagrante come una bomba. Dopo un’estate sindacalmente contrassegnata dall’aspra vicenda di Pomigliano, l’autunno si era aperto all’insegna di un ripensamento.
Ci sono stati, è vero una serie di atti inconsulti, dal petardo alla Festa dell’Unità contro il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ai ripetuti lanci di uova accompagnati da scritte ingiuriose contro sedi cisline e della Uil.
Ma il 24 settembre a Genova, in occasione delle celebrazioni del centenario della Confindustria, era stato autorevolmente aperto uno spiraglio verso una nuova fase di rapporti.
Proprio negli stessi giorni in cui la presidente Emma Marcegaglia in polemica con il governo di Silvio Berlusconi negava che l’Italia stesse reagendo meglio di altri alle staffilate della crisi, nel capoluogo ligure Alberto Bombassei, il responsabile delle relazioni sindacali, considerato il capo dei falchi, si diceva convinto della necessità di effettuare un «tagliando» all’accordo del 22 gennaio 2009, a quell’accordo, cioè, firmato da Cisl e Uil e dal governo con l’esclusione della Cgil. 

Il nodo dei contratti nazionali

Un’intesa che la stessa Cgil considera nefasta perché sancisce il principio della «derogabilità» agli accordi contrattuali nazionali, cioè la possibilità di modifiche non «in meglio» come era stato fino ad oggi con gli accordi integrativi, ma eventualmente anche «in peggio» dal punto di vista dei lavoratori.
Il discorso di Bombassei era stato considerato dal segretario uscente Cgil, Guglielmo Epifani, e da Susanna Camusso, che all’inizio di novembre prenderà il suo posto, come l’offerta di una mano tesa proprio alla Cgil, un tentativo di rimetterla in pista dopo le polemiche passate e dopo lo scontro su Pomigliano.
Insomma, il timido prodromo della possibile apertura di una nuova fase di relazioni industriali. Su cui il 16 ottobre il corteo di Landini è caduto come una gelata fuori stagione.