La sfida del papi bielorusso

Redazione
18/12/2010

di Marta Allevato begin_of_the_skype_highlighting     end_of_the_skype_highlighting In Bielorussia, stando all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), non si sono...

La sfida del papi bielorusso

di Marta Allevato begin_of_the_skype_highlighting     end_of_the_skype_highlighting

In Bielorussia, stando all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), non si sono mai svolte elezioni libere e oneste. E le presidenziali del 19 dicembre non saranno diverse. I risultati del voto che vede impegnati 10 milioni di bielorussi si preannunciano come un trionfo scontato per il capo di Stato uscente Aleksandr Lukashenko, batka (piccolo padre) per i suoi connazionali, «ultimo dittatore d’Europa» per le diplomazie occidentali. Una fama, confortata anche dalle modifiche costituzionali, con cui ha fatto piazza pulita di ogni ostacolo alla sua rieleggibilità.
Il leader che, tra frodi, censura e intimidazioni raccoglie consensi bulgari nella piccola Repubblica ex sovietica corre praticamente senza rischi per il quarto mandato consecutivo. Ha guidato la Bielorussia con pugno di ferro dal 1994, controllando i media, riducendo al silenzio l’opposizione e usando in modo sistematico i servizi segreti, che in questo fazzoletto di terra stretto tra Russia e Unione europea si chiamano ancora Kgb.
Non è questo l’unico retaggio di un passato che Lukashenko ha fatto rivivere, trasformando il Paese quasi in un museo vivente della vecchia Urss, con un’economia statale pianificata, un controllo capillare dell’informazione e della società, una pena di morte ancora vigente e una retorica stalinista. I nove candidati dell’opposizione, per lui, sono «nemici del popolo». Il suo rivale più noto, Aleksandr Milinkevich, premio Sakharov nel 2006, ha rinunciato in partenza a partecipare a una campagna elettorale a senso unico e con un’opposizione incapace di esprimere un candidato condiviso.
Un vero e proprio regno, difeso grazie a una strategica altalena politica tra aperture verso Bruxelles e promesse di fedeltà al Cremlino. E anche grazie all’abile valorizzazione del ruolo della Bielorussia come strategico crocevia verso l’Europa delle risorse energetiche russe: petrolio e gas, di cui qui transita il 20% dell’export dalla Federazione.  

L’ottimo rapporto con Silvio Berlusconi

«Ci saranno cambiamenti politici, ma non un cambio di potere» ha rassicurato batka Lukashenko. E in effetti gli ultimi sondaggi gli hanno dato ragione: i dati lo vedono già al 75% al primo turno, contro l’83% del voto del 2006, bocciato dagli osservatori Osce per brogli poi ammessi dallo stesso Lukashenko, quando spiegò di aver ordinato di abbassare il risultato dal 93% all’80% circa «perché superare la soglia del 90% non passa psicologicamente».
Numeri che i più maligni hanno detto fare molta invidia al presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. Che con il dittatore bielorusso ha un ottimo rapporto tanto da aver giocato nel 2009 da “apripista” nei rapporti tra Minsk e la Ue dove il dittatore non era praticamente più ammesso.
Negli ultimi due anni il presidente bielorusso non solo ha abbandonato la nostalgia sovietica per promuovere l’identità nazionale, ma ha messo in atto una rischiosa partita politica con cui è riuscito ad avvicinarsi a Bruxelles, ottenendo l’integrazione del Paese nel cosiddetto “parteneriato strategico orientale”. Un’apertura a Occidente, ribadita anche con l’impegno alla trasparenza, proprio in vista delle elezioni. Promesse che non vincono le perplessità dei Ventisette sugli scarsi progressi sul fronte dei diritti umani.

Interdipendenza energetica tra Minsk e Mosca

La Russia non ha gradito l’occhiolino all’Europa e così ha alzato il prezzo del gas e iniziato a razionare il flusso di gas verso le centrali bielorusse, limitando così le esportazioni gestite di fatto da Lukashenko.
Le tensioni sono arrivate al massimo a giugno scorso quando Lukashenko ha interrotto le forniture verso il Vecchio Continente, reclamando 260 milioni di dollari per i diritti di transito al colosso Gazprom. Richiesta a cui il Cremlino ha risposto pretendendo 200 milioni di dollari di arretrati. Il mancato riconoscimento di Abkazia e Ossezia del Sud, dopo la guerra tra Mosca e Tbilisi, e l’ospitalità offerta al presidente in esilio del Kirghizistan Kurmanbek Bakiev sono alcuni degli atti di insubordinazione che Lukashenko potrebbe pagare più cari.
Oltre alle ritorsioni economiche, come il boicottaggio dell’import bielorusso, il Cremlino non ha esitato a sfoderare l’arma della propaganda mediatica. Questa estate, la tivù russa Ntv ha trasmesso un documentario, intitolato Il Padrino, in cui l’ex alleato viene ritratto come un corrotto e un sanguinario e paragonato a Hitler. Lukashenko ha risposto facendosi intervistare accanto all’acerrimo nemico di Mosca il presidente georgiano Michail Saakashvili, da cui ha ottenuto solidarietà.
Nonostante tutto, la Bielorussia ha ancora bisogno della Russia. E viceversa. «Mosca continuerà a investire in Lukashenko perché con lui non c’è rischio di rivoluzioni colorate» (con riferimento alle rivoluzioni che hanno fatto crollare regimi filorussi in Ucraina e Georgia, ndr) ha dichiarato Sergej Markov, un deputato del partito di governo Russia Unita.
Lo ha dimostrato anche l’accordo sui dazi petroliferi raggiunto di recente: la Russia si è impegnata a togliere le imposte sul greggio che manda a Minsk, la quale in cambio cede a Mosca parte delle rendite dei prodotti fatti con il petrolio. Una concessione che ha fatto risparmiare a Lukashenko 4 miliardi di dollari e ha chiarito gli interessi della Russia, disposta a tutto pur di non far uscire la Bielorussia dalla sua orbita e dall’Unione doganale con il Kazakhstan, in vista di un futuro spazio economico comune.

Gli sfidanti, dal poeta all’ex vice-ministro

Dimostrare la propria forza e la propria inossidabilità nonostante le ultime tensioni con l’alleato russo pare essere la vera sfida alle urne per il dittatore dagli inconfondibili baffi. Che sfida un’opposizione debole e frammentata.
I rivali sono nove e gridano già tutti ai brogli. C’è un poeta, Vladimir Nekliaev, 64 anni, che spera di «liberare il Paese dalla dittatura»; Nikolai Statkevich, 54enne, condannato a tre anni di campo di lavoro per aver guidato negli anni ‘90 un corteo pacifico contro batka. E poi Andrei Sannikov, ex vice ministro degli Esteri e fondatore di un popolare sito internet d’opposizione.
“Piccolo padre” ha concesso a tutti un paio d’ore in tivù, ma fino a tre settimane prima del voto. È una delle piccole aperture formali fatte per rendere più accettabile l’esito di elezioni da cui non si aspettano sorprese.