La sindrome di Custer

Redazione
13/10/2010

Sopra, la mappa ufficiale Nato che indica la disposizione delle truppe sul territorio afghano (vedi qui) di Marco Mostallino La...

La sindrome di Custer

Sopra, la mappa ufficiale Nato che indica la disposizione delle truppe sul territorio afghano (vedi qui)

di Marco Mostallino

La proposta del ministro della Difesa Ignazio La Russa di armare i nostri aerei, avanzata all’indomani dell’uccisione di quattro alpini in Afghanistan, non entusiasma i militari italiani che oggi sono impegnati o che sono stati nel teatro di operazioni (vai all’articolo per approfondire).
Parlano con discrezione, perché ancora in servizio, ma per lo più fanno notare come non può essere l’aviazione a impedire «un agguato a un convoglio di settanta mezzi che si muove lungo un percorso di circa cinquecento chilometri, attraverso strade spesso isolate e difficili».
Insomma, utilizzare le bombe non avrebbe evitato quanto avvenuto il 9 ottobre, quando una potente carica di esplosivo è scoppiata al passaggio di un blindato Lince, mentre un gruppo di guerriglieri apriva il fuoco con armi leggere contro le truppe italiane.
L’attentato è avvenuto durante il ritorno al comando di Herat dopo il trasporto delle attrezzature necessarie a rafforzare “base Ice”, l’avamposto appena preso in consegna, prima c’erano i georgiani, nel turbolento distretto del Golistan.

Attentati: un pericolo costante

È dal 2006 che gli italiani operano nella zona insieme ai marines, rivelano fonti militari degli Stati Uniti, ma solo da un mese la presenza dei nostri è diventata stabile, con la necessità di organizzare una sorta di fortino dal quale partire per le missioni di controllo, per la messa in sicurezza del territorio e per l’avvio della ricostruzione.
L’ex capo di Stato maggiore della Difesa, generale Mario Arpino, commentando l’attacco, ha spiegato che in Afghanistan le forze armate svolgono anche compiti di carattere civile, con la riapertura di scuole, la consegna di materiale didattico, lo scavo di pozzi e l’utilizzo di sistemi di depurazione.
«Per riuscire a svolgere questi compiti serve rendere la zona in cui si agisce meno pericolosa possibile», spiega un ufficiale rientrato da poche settimane dal Paese asiatico. Ciò significa muovere gli uomini dell’intelligence, poi le truppe che tuttavia «si espongono ovviamente al fuoco mentre entrano in un’area dove operano formazioni di talebani o comunque gruppi armati».
L’Afghanistan ha una struttura tribale ed è necessario prendere contatti con gli anziani e i capi delle comunità locali, per garantirsi un clima favorevole o comunque non ostile. I combattenti afghani trovano naturalmente appoggio in questi villaggi, grazie al consenso o alla paura, ed è allora necessario portare l’opinione pubblica dalla parte degli italiani.

I rischi inevitabili della guerra

«Per guadagnare la fiducia devi mantenere le promesse», spiega un’altra fonte della Difesa. Altrimenti si corre il rischio degli americani nella zona di Marjah, il territorio afghano dove i combattimenti sono in questi giorni più intensi.
In quella zona, le truppe del Pentagono avevano in una prima fase costretto i talebani a ripiegare, ma non sono state poi in grado di mantenere le posizioni col risultato che ora la guerra è riesplosa più violenta di prima.
«Prima che arrivaste voi eravamo in pace», rimprovera oggi la gente di Marjah agli statunitensi. Ed è una trappola in cui gli italiani non intendono cadere, considerate anche le diverse dottrine militari: aggressiva quella americana, prudente quella italiana.

L’idea di La Russa: armare i Predator

Laddove c’è guerra, tuttavia, è impossibile non subire attacchi. «Come fai a impedire che qualcuno piazzi dell’esplosivo in una strada deserta, o che un gruppo di guerriglieri si apposti lungo un passo stretto?», osserva ancora l’ufficiale di rientro. Gli americani ci provano con i Predator, aerei senza pilota, capaci di individuare movimenti sospetti e di segnarli alle truppe più vicine. Oppure di colpire il presunto nemico con il lancio di missilei: anche l’Italia dispone in Afghanistan dei Predator del 32° Stormo di Amendola, Aeronautica, e sono questi i mezzi, oggi disarmati, che La Russa vorrebbe dotare di bombe.
Il problema dei Predator è che, computerizzati ma non infallibili,hanno spesso fatto strage di civili. L’uso che ne stanno facendo gli americani, infatti, hanno inasprito i rapporti tra il Governo di Ahmid Karzai e le forze della coalizione Isaf.
È il gioco della guerra a insegnare, fa notare un sottufficiale dell’Esercito, come «tatticamente la soluzione perfetta non esiste». In un Paese quale l’Afghanistan, di fronte a un nemico mobile, che si sposta con facilità e che conosce bene ogni metro di terra, «accade che la scelta operativa che fino a una settimana fa funzionava, oggi non sia più idonea».

Il dilemma: camion o elicotteri?

In Afghanistan l’Italia dispone di circa 3.500 uomini e di appena sei elicotteri Mangusta da combattimento, considerati assai efficaci nell’attacco al suolo (sono armati con mitragliatrici e missili) ma dal costo di circa 25 milioni di euro ciascuno.
Oltre ai Mangusta, le nostre forze hanno dislocati sul terreno alcuni aerei d’attacco Amx, usati con compiti di ricognizione, e alcuni elicotteri da trasporto. Sono questi velivoli che ora la Difesa intende aumentare di numero.
Ma persino l’elicottero può, come i lince, essere colpito da terra, anche se è certamente un bersaglio più indisciplinato rispetto ai camion, oltre che disporre di mitragliatrici anche nelle versioni cargo.

La sindrome del generale Custer

L’attacco agli alpini spingerà così la Difesa, in attesa di capire come si evolverà l’exit strategy della missione in Afghanistan, a rivedere alcune modalità operative, prima fra tutte la messa in discussione delle lente ed esposte colonne terrestri, a vantaggio di una logistica, movimentazione di armi, attrezzature e viveri, sempre più affidata ai Chinook e agli Ab 412.
Misure utili, anche se resta il limite intrinseco di questa guerra “asimmetrica”, dove grosse formazioni si confrontano con piccole unità. Forme di guerriglia, da sempre ostiche per gli eserciti tradizionali: «È come nei film western, osserva il sottufficiale reduce dell’Afghanistan, e lo dico affinché chi non è stato qui possa farsi un’idea: le giubbe blu avanzavano ordinate e ben armate, ma gli indiani, con i loro cavalli velocissimi e la conoscenza del territorio, fecero fare a Custer la fine che sappiamo».