La svolta del settimo giorno

Redazione
31/01/2011

Al settimo giorno di proteste lo scenario egiziano si fa sempre più complesso. Da un lato i manifestanti, che non...

La svolta del settimo giorno

Al settimo giorno di proteste lo scenario egiziano si fa sempre più complesso. Da un lato i manifestanti, che non si spostano dalle strade; dall’altro Mubarak, così impegnato nel tentativo di conservare la poltrona da mandare qualche segnale di appertura all’opposizione. In mezzo gli Stati Uniti e l’Unione Europea che finalmente, dopo giorni di tentennamenti, il 31 gennaio si sono decisi parlare apertamente della necessità di un processo democratico di transizione. Che, fuor di metafora, significa togliere il proprio sostegno al dittatore trentennale.
Nel quadro non mancano le proteste degli israeliani, preoccupati per una possibile ascesa del ruolo dell’islam nella regione: il premier Bibi Netanyahu ha fatto pressione alle cancellerie occidentali perché si mantenessero neutrali sulla situazione del Cairo (leggi la notizia del messaggio del premier Netanyahu).
BLOCCO TOTALE. Intanto, a una settimana dall’inizio della rivolta del Faraone, l’Egitto è bloccato: fermi navi e treni, chiusa la Borsa e le banche. E mentre continua l’esodo dei turisti (100 gli italiani rincasati oggi), le aziende straniere fermano la produzione per proteggere i propri connazionali. Ha aperto le danze la nippo-francese Nissan, che ha imposto lo stop allo stabilimento di Giza, a sudovest del Cairo; a seguire l’americana General Motors, che al Cairo assembla i propri Suv e il produttore di birra olandese Heineken, il colosso della chimica Akzo Nobel e il gigante britannico dei prodotti al consumo Unilever.
L’Italia, da parte sua, ha inviato un nucleo di carabinieri del Tuscania per rafforzare la sicurezza all’ambasciata e nei centri di accoglienza straordinaria che sono stati predisposti in città.
 

Arrivano il nuovo governo e lo sciopero generale

Gli egiziani, nonostante i 150 morti dei giorni scorsi, sono nuovamente impegnati in manifestazioni ad Alessandria, Suez e nella capitale Cairo, per chiedere le dimissioni del presidente Hosni Mubarak. Non è bastato quindi l’annuncio di un nuovo governo a fermare le proteste sempre più infuocate della settimana scorsa. All’orizzonte anche lo sciopero generale, convocato per martedì 1 febbraio, con il quale il neoproclamato leader dell’opposizione El Baradei (leggi il profilo del premio Nobel) spera di raccogliere circa un milione di persone.
IL NUOVO ESECUTIVO. Le novità più rilevanti del governo egiziano che ha giurato lunedì mattina riguardano il dicastero dell’Interno, assegnato al generale Mahmud Wagdy, già capo del dipartimento criminale investigativo ed ex direttore generale degli istituti di pena, e quello del Commercio e industria andato alla signora Samia Fawzy Ibrahim. Due ministri, Rashid e Boutros Ghali, hanno rifiutato di entrare nel nuovo governo.
Altra novità di rilievo è la nomina del cosiddetto ‘Indiana Jones d’Egitto’, già segretario generale del Consiglio superiore delle Antichità, Zahi Hawass, a ministro di stato delle Antichità. L’incarico è di nuova creazione ed è stato scorporato dal ministero della Cultura, che ha visto l’uscita di scena di Faruq Hosni, in carica da circa 20 anni.
SACCHEGGI A LUXOR. Nella capitale, sotto la vigilanza di un elicottero dell’esercito, i manifestanti di piazza Tahrir si preparano alla rituale preghiera. «Invochiamo un Egitto unito, in cui tutto un popolo sia insieme e stia bene», ha detto il leader spirituale di Al Azhar nel proprio sermone. Un auspicio che non allegerisce la tensione (leggi la cronaca degli eventi in Egitto): mentre i ministri del governo appena proclamato giuravano sulla Costituzione, il coprifuoco veniva esteso dalle 14 del pomeriggio alle 8 del mattino, i carri armati schierati ovunque per le strade e sei giornalisti dell’emittente al Jazeera arrestati. Il fermo, risoltosi nel corso di qualche ora, è l’ennesimo tentativo del regime in panne di fermare la stampa e i nuovi media, che tanta importanza hanno avuto nel diffondere il verbo della protesta (leggi la notizia dell’oscuramento di Internet).
Forti della confusione, alcuni delinquenti hanno provato a saccheggiare il tempio di Luxor, che raccoglie reperti archeologici di inestimabile valore, ma sono stati fermati dagli stessi stessi cittadini auto-organizzatisi in ronde per garantire la sicurezza delle città in questi giorni concitati.

Gli Usa e la Ue scaricano il presidente

Con il precipitare della situazione, gli Stati Uniti hanno infine fatto sentire la propria voce. «Chiediamo una transizione ordinata verso un governo che rispetti la volontà del popolo», hanno detto sia Barack Obama che Hillary Clinton, rispettivamente presidente e segretario di Stato degli Usa. Dopo giorni di tentennamenti, è la prima volta in cui gli americani si riferiscono apertamente all’eventualità che il Raìs molli il potere, invocando elezioni libere e democratiche durante ripetute occasioni pubbliche.
Una mossa gravida di conseguenze, considerato il ruolo cruciale che il dittatore egiziano ha sempre svolto per l’America nel quadro mediorientale (leggi il parere dell’analista), ma necessitata anche per non perdere il treno del rinnovamento nell’area nord africana.
Anche l’Unione Europea, dopo un lungo silenzio, ha preso posizione sulla rivolta egiziana: i ministri degli Esteri dell’eurozona hanno chiesto «libere e giuste elezioni».
EQUILIBRI INTERNI. Intanto, secondo il giornale governativo al Ahram, Mubarak ha chiesto al primo ministro Ahmed Shafik di mettersi in contatto con le opposizioni per studiare le riforme che potrebbero salvare la sua presidenza. Contestualmente, il colonello ha nominato il generale Mourad Mowafi a capo dei servizi segreti. L’uomo, ex governatore del Sinai del Nord, sostituisce Omar Suleyman, che nel rimpasto di sabato 29 gennaio era stato indicato per la vice presidenza.

Un turista denuncia torture

Lunedì 31 è giunta dall’Egitto anche la drammatica la testimonianza di un turista svedese 22enne, Aaed Nijim, L’uomo  ha raccontato di essere stato imprigionato e torturato per quattro giorni dalla polizia del Cairo, prima di riuscire a scappare durante una manifestazione che ha messo a fuoco la prigione in cui si trovava. «Mi hanno quasi ucciso» ha riferito al giornale Expressen.
Il racconto è stato confermato dalle autorità svedesi, che hanno detto di essere state in contatto con un uomo dai 20 ai 25 anni tenuto in una cella del  Cairo. Non sono state in grado di confermare la veridicità della testimonianza del giovane.
Nijim non ha chiesto al momento l’assistenza dell’ambasciata di Stoccolma al Cairo. Al giornale, l’uomo ha raccontato che era in vacanza in Egitto quando è stato arrestato da due agenti in borghese per aver provato a scattare alcune immagini alla moschea di al-Abasia, alla periferia del Cairo. «Hanno minacciato di aggredirmi sessualmente», ha aggiunto raccontando di torture subite per scariche elettriche agli organi genitali. «Un uomo perbene che era accanto a me è stato ucciso quando siamo scappati ed ero terrorizzato, ma ho continuato a correre», ha concluso.