La Tunisia di De Michelis e l’oro di Leila

Pino Dato
18/01/2011

Dietro i recenti fatti di Tunisi, una storia (dimenticata) tutta italiana.

La Tunisia di De Michelis e l’oro di Leila

La cronaca spesso è uno straordinario puntello della Storia. In due Paesi completamente diversi, che tuttavia hanno la colonizzazione della Francia come matrice comune ancora ineludibile, Tunisia e Haiti, stanno risalendo in questi giorni in contemporanea rigurgiti di storia alla quale avevamo tutti messo colpevolmente la sordina.
Sono altrettanti segnali che quella che un po’ troppo ottimisticamente chiamiamo la coscienza democratica dell’Occidente non è che una pia illusione, utile solo a dare una patina di retorica a buon mercato ai discorsi da ministri degli Esteri alla Frattini.
La coscienza democratica dell’Occidente, ammesso che esista davvero, come minimo dorme o si addormenta spesso, cullata dagli interessi della real politik e dalle mediocri ambasce del quotidiano.
LA FUGA DI BEN ALI. Dalla Tunisia il presidente Ben Ali, impotente nel fronteggiare la (per ora) piccola rivoluzione di piazza, è fuggito in Arabia Saudita. Ma l’avvenimento più interessante riguarda la moglie, la procace Leila Trabelsi, perché lei non è fuggita con il marito ma un po’ più tardi, con un secondo aereo presidenziale. Prima doveva fare un’importante commissione, ovvero recarsi alla Banca di Tunisia a fare shopping presso le riserve auree di quel disgraziato paese. Il bottino dell’affascinante Leila è stato di una tonnellata e mezza d’oro.
Come sia riuscita, e con l’aiuto di quale autista di bulldozer, a portarsi dietro un simile peso d’oro ancora non è dato sapere. Chi le abbia generosamente aperto il fort Knox tunisino non si sa di preciso. Ma lei, bravissima e imperterrita, se ne è andata in Dubai con il suo oro. Il suo aereo è atterrato nell’aeroporto più offshore del mondo. Nessuno ha alzato un dito.
I reati politici internazionali sono ben visti negli aeroporti offshore. La bella Leila è stata accolta come una regina. Il suo aereo ha fatto carburante (a buon prezzo) e poi è ripartito per l’Arabia Saudita, dove l’attende il marito Ben Ali.
Il nuovo presidente ad interim Ghannouchi ha dichiarato: «Negli ultimi tempi avevamo l’impressione che fosse Leila e non Ben Ali a governare». I successori della ex coppia erano tuttavia fidati collaboratori della stessa.

L’arrivo al potere di Ben Ali? Merito di Craxi e Andreotti

Cosa attende, ora, la Tunisia? L’Italia vi faceva affari ma nessuno si è mai sognato di contestare qualcosa a Ben Ali e signora. Ora tutto il fango è buono. Ma in questi ultimi dieci anni chi ha mai fatto indagini sulla politica repressiva di ogni minoranza attuata dal presidente tunisino?
Eppure il buon Ben Ali, classe 1936 (come Berlusconi, stesso mese di settembre) è stato installato nel suo scranno proprio dagli italiani Bettino Craxi e Giulio Andreotti nel lontanissimo 1987 dopo una deposizione morbida dell’ottantaquattrenne Bourghiba.
L’AZIONE DEL SISMI. Deposizione concepita e attuata dai servizi segreti italiani, il Sismi, agli ordini dell’ammiraglio Fulvio Martini (morto nel 2003). Martini confessò il golpe senza spargimento di sangue (italiani brava gente) nel 1999 e ne scrisse in modo edulcorato in un libro di memorie. Fu chiamato anche il Golpe medico, perché Bourghiba venne deposto per la falsa attestazione medica di una sua presunta grave malattia siglata da sette medici compiacenti. Da quel golpe, di matrice Cuf (Craxi, Forlani, Andreotti) nacque l’attuale regime, senza soluzione di continuità.

Gli interessi energetici dietro l’attivismo italiano in Tunisia

Perché l’Italia ha voluto il golpe contro Bourghiba che pure era un eroe dell’indipendenza tunisina dalla Francia coloniale dal lontano 1956? Perché aveva bisogno di rinnovare le proprie credenziali in un’area, il Maghreb, che le dava il gas a buon prezzo. Il gas algerino passava in parte attraverso il territorio tunisino ma nel 1987 le tensioni fra Algeria e Tunisia erano altissime. L’Algeria minacciava di invadere la Tunisia per vecchie vertenze di confine e perché Bourghiba voleva mandare a morte 12 integralisti islamici, accusati di cospirazione e gli islamisti stavano riacquistando potere in Tunisia.
Bourghiba era un presidente laico e questo poteva creare qualche problema. Per salvare il gas algerino e riportare una pace fittizia bisognava deporre Bourghiba. E così fu fatto, nel silenzio dell’Europa, dei suoi giornali, della stessa Francia.
STATO AMICO DEL CRAXISMO. L’Italia indubbiamente ci guadagnò, ma non la Tunisia, che ebbe in dono un ex generale come Ben Ali, durato in carica quasi un quarto di secolo. Da quel golpe nacque la Tunisia amica del craxismo e ospite a eterna riconoscenza del Bettino poi ‘perseguitato’ da Mani Pulite e residente fino alla morte ad Hammamet.
La fuga di Ben Ali ha imbarazzato non poco gli ex craxiani. Il più cinico, e più informato, è stato ancora una volta il vecchio Gianni De Michelis. A chi gli chiedeva se non sapesse, lui che lo conosceva bene, che Ben Ali aveva instaurato una dittatura in Tunisia, rispose: «Non una dittatura, diciamo una democratura». Il neologismo di De Michelis spiega in abbondanza l’ambiguità della politica estera di un Paese del profondo occidente come il nostro. E sancisce la fine, se mai c’è stata, della sua famosa coscienza democratica, ovunque (teoricamente) esportabile. Magari in cambio di ottimo gas del deserto.