La Ue vuol tassare l’attività finanziaria

Redazione
07/10/2010

La Commissione Ue ha cambiato idea. Niente tassa sulle transazioni finanziarie, ma sull’esercizio dell’attività finanziaria. La nuova imposta  «deve essere...

La Ue vuol tassare l’attività finanziaria

La Commissione Ue ha cambiato idea. Niente tassa sulle transazioni finanziarie, ma sull’esercizio dell’attività finanziaria. La nuova imposta  «deve essere interpretata come una proxy sul valore aggiunto generato dai gruppi operanti nel settore finanziario», spiega il documento della Commissione. Nei fatti dovrebbe gravare su stipendi e profitti delle banche.
La Ue ha fatto marcia indietro dopo che la tassa sulle transazioni finanziarie è finita sul binario morto.  Il premier italiano Silvio Berlusconi l’aveva definita ridicola, opposizione sarcastica anche da parte di Gran Bretagna e Svezia. Tra i favorevoli c’erano Francia, Germania e Austria.
La nuova gabella potrebbe ricucire la spaccatura europea.
La nuova tassa sull’attività finanziaria (Taf) frutterebbe 25 miliardi euro all’anno.  Noccioline rispetto all’imposta sulle negoziazioni dei prodotti finanziari, che avrebbe portato 150 miliardi all’anno, ma il nuovo menu appare più digeribile.
Avrebbe anche il vantaggio di una connotazione populista, nei fatti i gruppi finanziari verrebbero invitati a pagare per essere stati salvati dal fallimento con i soldi dei contribuenti.
La proposta sarà sul  tavolo del prossimo G20 in programma il 20 novembre a Seul.  C’è infatti da capire cosa ne pensano gli altri big del pianeta. Se ricevesse il via libera, le entrate della Taf confluirebbero in uno speciale fondo da utilizzare per fini di stabilizzazione finanziaria globale. 
Il problema è che a livello mondiale si continua a procedere in ordine sparso. Negli Usa, Nancy Pelosi, democratica e speaker della Camera dei Rappresentanti Usa, è invece favorevole all’introduzione di una tassa dell’1% su tutte le transazioni finanziarie, bancomat compreso, ma niente sarà discusso e deciso prima delle elezioni di mid-term che rinnoveranno il Congresso.
Il Giappone rimane freddo. Australia, Canada, Cina e India, che la crisi delle banche l’hanno letta sulle agenzie di stampa, sono gelidi.  In ogni caso, l’Occidente si dovrà muovere con cautela, la Taf avrà senso solo se introdotta a livello globale, altrimenti si  rischiano pericolose asimmetrie competitive.
Nell’ultimo decennio, nel Bacino del Pacifico non si è spostata solo la produzione manifattturiera ma anche capitali, reddito, risparmi e ricchezza. Questo processo sta determinando un radicale cambiamento nella ”Premier League” dei centri finanziari.
Alla fine del secondo millennio insieme a Londra e New York, c’erano piazze europee come Francoforte, Parigi, Zurigo, Ginevra, tra quelle asiatiche solo Tokyo, Hong Kong e Singapore.
In soli 10 anni, la situazione e’ radicalmente cambiata, basta guardare il Global Financial Centres Index, che misura la rilevanza dei principali centri finanziari del pianeta. Nelle prime 10 posizioni, in testa sempre Londra e New York, tallonate da Hong Kong, Singapore e Tokyo. Poi Chicago, Zurigo, Ginevra, Shenzen (Cina) e Sidney. Parigi e Francoforte? ”Non pervenute”. Una tassa applicata solo in Occidente rischia di alimentare la crescente multipolarita’ dei centri finanziari a vantaggio del Bacino del Pacifico.