La verità su Rostagno

Redazione
04/02/2011

di Andrea Gerli Quella sera del 26 settembre 1988 Mauro Rostagno fu ucciso da una mano probabilmente armata dalla mafia....

La verità su Rostagno

di Andrea Gerli

Quella sera del 26 settembre 1988 Mauro Rostagno fu ucciso da una mano probabilmente armata dalla mafia. Le sue inchieste, i suoi servizi e le sue interviste per Radio tele cine, emittente trapanese, avevano dato troppo troppo fastidio. Il primo febbraio, è partito un processo atteso da 22 anni: sul banco degli imputati, Vito Mazzara e Vincenzo Virga, rispettivamente presunto esecutore e mandante.
IL VOLTO DELLA SOCIETÁ. Il tribunale era affollato da decine di giornalisti, associazioni, cittadini, giovani: il volto pulito della società civile si è stretto attorno a questo caso, per documentare o anche solo per testimoniare che la morte di Rostagno è ancora una ferita aperta.
Due anni fa l’associazione Ciao Mauro raccolse 10 mila firme, inviate al presidente della Repubblica, per chiedere la riapertura delle indagini.
Ventidue soggetti si sono costituiti parte civile, tra familiari, enti locali e associazioni: la Regione, la Provincia, alcuni comuni del trapanese, l’Ordine dei giornalisti, il sindacato, la Cgil, Libera, l’Antiracket di Trapani.

Da Lotta Continua a Radio tele cine

Mauro Rostagno, nato a Torino nel 1942, figlio di dipendenti della Fiat, aveva studiato sociologia a Trento, partecipando ai movimenti studenteschi del ’68. Fu tra i principali fondatori di Lotta continua, assieme a Giorgio Pietrostefani, Adriano Sofri, Marco Boato e nei primi anni Ottanta decise di trasferirsi a Trapani. Proprio nel trapanese fondò, assieme alla compagna Chicca Roveri e all’amico Francesco Cardella, una comunità di recupero per tossicodipendenti chiamata Saman.
GIORNALISMO D’INCHIESTA. Nell’86, con alcuni ragazzi della comunità, cominciò a lavorare per Radio Tele Cine, un’emittente televisiva locale. Realizzò inchieste e denunce: una dimensione nuova per il giornalismo locale trapanese, che andava a scontrarsi con gli interessi dei gruppi di potere locale (guarda il video con le interviste di Rostagno). La mafia in primis, ma anchela  politica collusa e la massoneria deviata, secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti.
UN UOMO SCOMODO. Secondo il collaboratore di giustizia mazarese Vincenzo Sinacori, «Rostagno è morto per le sue trasmissioni televisive. Ricordo che in quel periodo, per quasi tutti gli uomini d’onore, era diventato un argomento comune, dava fastidio a tutta Cosa Nostra». Sinacori ha anche affermato di esser stato testimone della riunione in cui se ne decise l’omicidio. A far partire l’ordine sarebbe stato Ciccio Messina Denaro, all’epoca boss di Castelvetrano e padre di Matteo, attualmente il ricercato numero uno di Cosa Nostra.
OMISSIONI E DEPISTAGGI. La sentenza fu eseguita una sera di 22 anni fa: i killer uccisero Rostagno mentre tornava alla Saman a bordo della sua Fiat duna bianca. Seguirono anni di omissioni e depistaggi, che portarono prima su una pista interna alla comunità Saman, escludendo che a premere il grilletto fosse stata una mano mafiosa.
Ma sotto la pressione della società civile, grazie alla forte volontà di alcuni magistrati e della squadra mobile di Trapani, le indagini hanno avuto nuovo impulso. Una ulteriore perizia balistica ha rivelato che una mano mafiosa aveva sparato quella sera, come scritto anche in un primo rapporto della polizia risalente a pochi giorni dopo l’omicidio. Di qui la svolta.

Le inchieste scomode e i nastri scomparsi

«Rostagno è stato ucciso dalla mafia perché faceva paura come giornalista. A Trapani si era insediato un sistema di potere che aveva paura che Rostagno diventasse specchio di quella realtà criminale, che la raccontasse con fin troppa dovizia di particolari in tivù» ha detto il pubblico ministero Gaetano Paci, che costituisce l’accusa assieme ad Antonio Ingroia.
L’UOMO CON LA BARBA. Rostagno era riuscito a rompere la cappa di omertà che soffocava il trapanese, portando le telecamere addirittura dentro le aule dei tribunali. L’intero processo al boss di Mazara del Vallo, Mariano Agate, fu mandato in onda, sotto gli occhi della gente, che aveva visto un mafioso dietro le sbarre manifestare a dentri stretti il suo fastidio per quelle telecamere volute da «l’uomo con la barba».
Aveva poi cominciato a fare interviste, come quelle a Paolo Borsellino, allora procuratore di Marsala, o a Leonardo Sciascia. Di tutto ciò rimangono 120 ore di registrazione, ritrovate dalla sorella Carla solamente sei anni fa, ora in corso di digitalizzazione presso una società di Perugia. 
IL MISTERO DEI NASTRI. All’archivio mancano però alcune cassette, in cui risiederebbe proprio il movente della sua condanna a morte da parte di Cosa nostra. Negli ultimi tempi, secondo alcuni testimoni,  Rostagno s’era occupato anche di altre inchieste mai andate in onda e custodite in due videocassette e un nastro audio, scomparsi nella notte dell’omicidio.
Secondo alcune testimonianze, in una delle ultime inchieste Rostagno aveva filmato, nell’aeroporto militare in disuso di Kinisia, un C-130 dell’aeronautica che scaricava medicinali e caricava armi. Quella cassetta non è mai stata ritrovata, ma condurrebbe, secondo alcuni testimoni, alla stessa pista di indagini su cui si intersecano mafia e servizi segreti deviati.
UNA VITTORIA DI TUTTI. Ora, dopo 22 anni, la verità sull’omicidio Rostagno può venire a galla. Lo vogliono i familiari, le parti civili, i ragazzi davanti al tribunale alla prima udienza. «È come se questi giovani avessero conosciuto mio padre. So che è impossibile perché non hanno neppure vent’anni. Ma è come se avessero fatto tesoro di ciò che lui diceva nel 1988, quando chiedeva impegno e determinazione nel rapportarsi con lo Stato. Ecco, questa oggi è una sua vittoria», ha spiegato Maddalena, figlia del giornalista.
Ma è anche una vittoria di tutti. Solo qualche anno fa, intercettato in carcere, Vito Mazzara, rivolgendosi alla moglie, diceva a proposito della riapertura delle indagini: «Il magistrato avrebbe voluto chiudere l’inchiesta, ma l’opinione pubblica ha spinto e non gliel’hanno fatta chiudere. Comanda l’opinione pubblica, non la magistratura, hai capito?».