La via del rigore

Vita Lo Russo
16/12/2010

L'economista Marco Onado spiega come uscire dalla crisi.

La via del rigore

Il 2010 verrà ricordato nella storia economica mondiale per il subprime europeo, quel (malsano) meccanismo finanziario che ha portato al progressivo deprezzamento dei titoli di Stato dei Paesi caratterizzati da un elevato debito pubblico e privato, e da una scarsa produttività.
Per arginare il fenomeno l’Unione europea ha istituito in primavera un fondo da 700 miliardi di euro: un bacino di risorse che avrebbe dovuto proteggere i Paesi a rischio default e, indirettamente, tutta l’Eurozona. Grecia e Irlanda, i primi due Paesi colpiti dalla bufera, hanno già attinto là dove potevano ma i risultati, in termini di valore dei loro bond, ancora non si sono visti. Come se non bastasse nel frattempo all’orizzonte si è affacciata anche la minaccia del declassamento dei titoli spagnoli da parte di Moody’s.
E se la Spagna dovesse veder crollare il valore dei suoi titoli e chiedere aiuto a Bruxelles, non solo il fondo anticrisi avrà esaurito le sue risorse ma si aprirà la strada del contagio per la quarta economia dell’Europa, l’Italia. La quale, dalla sua, ha un debito pubblico che continua a crescere a ritmi vertiginosi (63 miliardi di euro negli ultimi 12 mesi) e un futuro politico traballante.
Questi due ingredienti sono, secondo Marco Onado, uno dei massimi esperti italiani di economia e finanza, esplosivi. Spaventano non solo l’Italia ma tutto l’Eurogruppo che, riunito il 16 dicembre a Bruxelles, ha studiato una strada per evitare il pericolosissimo contagio spagnolo (leggi la notizia della decisione della Bce).
Ma al di là del rafforzamento delle misure di sicurezza, che significa creare un fondo permanente o fare ricorso alla liquidità tramite gli eurobond, secondo Onado va perseguita, senza indugi, la strada del rigore della spesa pubblica e del controllo dei mercati finanziari. In altre parole «nessuna connivenza tra organi regolatori e mercati finanziari».

Domanda. Perché Grecia e Irlanda, nonostante gli aiuti dell’Unione europea, si ritrovano ancora ad avere i tassi di interesse dei bond a livelli stellari?
Risposta. Per raffreddare i mercati ci vorrà tempo: queste manovre non producono effetti misurabili in qualche giorno. Atene e Dublino devono andare avanti con i nervi saldissimi, e realizzare quanto promesso in termini di crescita e tagli alla spesa pubblica. Senza guardarsi indietro.
D. Se però non si raffreddano l’Italia rischia il contagio. Molti hanno fissato il funerale della nostra economia a marzo. È forse una manovra speculativa?
R. Non credo proprio. Il rischio per un Paese con le nostre debolezze strutturali è di carattere politico. L’incertezza della politica assieme al rallentamento delle azioni di governo possono provocare la sfiducia dei mercati ed esporci al rischio speculazione.
D. Mentre la finanza europea piange, quella americana festeggia le ottime performance. È possibile che tra gli speculatori dei nostri debiti sovrani ci siano anche le banche di Wall Street?
R. Identificare gli speculatori è difficile, oltre che inutile. Non si può pretendere che i mercati smettano di fare il loro lavoro: sono i governi che devono rafforzare i propri asset e controllare, insieme ai regolatori sovranazionali e alle autorità di vigilanza, che gli istituti di credito non facciano speculazioni con i soldi degli altri. Ma già stiamo andando in questa direzione con le proposte di abolizione, per esempio, delle negoziazioni over the counter, cioè non regolamentate.
D. Com’è possibile allora che banche come Goldman Sachs o a Morgan Stanley, che erano sull’orlo del fallimento, abbiano chiuso il 2010 con profitti da capogiro?
R. Il problema non è che le banche facciano profitti. Quelli ben vangano. Il problema è come li hanno realizzati. Nella fattispecie sviluppando le attività di trading e di investment banking.
D. Cosa vuol dire?
R. Significa che queste banche si sono arricchite facendo soldi con la compravendita di bond, titoli derivati, monete e con le manovre sui tassi di interesse degli Swaps. Operazioni che producono profitti, è vero, che però sono molto rischiose. E anche se gli strumenti finanziari dopo Lehman sono formalmente diversi, la zuppa è sempre la stessa.
D. Ma i paletti fissati da Basilea 3 e dal Financial stability board non dovevano servire proprio a evitare la trappola della finanza tossica?
R. Alle banche è stato chiesto di potenziare i loro patrimoni. E per potenziarli devono fare profitti. Il punto è che stanno scegliendo la strada più facile che alla lunga porta a un rafforzamento fragile.
D. Però i bonus ai manager continuano a pagarli.
R. L’etica è una bella cosa ma meglio lasciarla altrove. Se i profitti vanno a finire nelle tasche dei manager il problema è innanzitutto economico perché vengono tolti dalle casse delle banche che sono costrette a ricorrere ad altri profitti. È un circolo vizioso.
D. Rispetto al 2008, oggi abbiamo degli organismi deputati al controllo. Perché non pressano le banche per veder garantiti capitali di qualità anziché elargire bonus?
R. Il Financial stability board detta le linee guida ma poi spetta alle banche centrali e alle autorità di vigilanza, in Italia la Consob, alzare la voce. Se non lo fanno è perché forse sono conniventi. Questo è un punto su cui riflettere.