Labirintite da calciomercato

Andrea Del Carlo
04/02/2011

Inverno di sofferenza per i tifosi con solito giro di valzer di giocatori e uomini simbolo.

Labirintite da calciomercato

Terminato il mercato invernale, il tifoso praticante, dopo aver assistito alla vendita del giocatore simbolo della sua squadra, si ritrova in un abisso di straniamento.
Lo pervade cioè un sentimento di sconcerto, di impotenza e distacco dal contesto che lo circonda. Tale e quale l’agrimensore K. sul ponte di legno. Tale e quale l’amara constatazione che ognuno di noi fa dopo l’acquisto di un qualsiasi elettrodomestico allorché si accorge che le istruzioni non sono in italiano.
A metà strada fra l’incazzatura e la dolorosa presa di coscienza che la propria lingua madre vale meno dello Swahili. Con tutto il rispetto per lo Swahili, per il Croato e per tutte le altre lingue del mondo e del libretto delle istruzioni. Lo sguardo si fa vitreo, poi nero, poi di nuovo vitreo e mentre prendi a cazzotti la confezione del decoder digitale appena comprato, riecheggia nell’aere il mantra salmodiato da tuo padre quand’eri adolescente: «Studia il Giapponese studia il Giapponese, che ti servirà nella vita». E nell’elettronica di consumo.
CONFUSIONE. È così per il tifoso sampdoriano, dopo le cessioni di Cassano e Pazzini (tre volte in gol in due giornate con i nuovi colori neroazzurri), così per il tifoso catanese al solo pronunciare Giuseppe Mascara, così per il cagliaritano con Matri. E così dovrebbe essere per lo juventino a proposito di Legrottaglie e Amauri: ma in questo caso, non lo è.
D’altronde il tifoso praticante è in una posizione di assoluta scomodità perché può far sentire la propria voce solo allo stadio e nei negozi di merchandising e tali ricavi, per una squadra di serie A, rappresentano circa un terzo del fatturato. Se a questi dati si aggiunge che parte degli introiti derivanti dai diritti tivù non è legata al numero dei tifosi reali bensì al bacino d’utenza (un concetto ancora da decifrare), è davvero immediato capire perché l’opinione del tifoso pesi in modo minoritario sulle vicende del Club.
Dopo la vendita di Fernando Torres al Chelsea, i tifosi del Liverpool hanno bruciato la maglia del loro ex beniamino,dispregiato come El Traitor.
Per ricordare scene di inviperimento di massa dalle nostre parti si deve tornare agli anni di Baggio, i Pontello e Firenze. Nemmeno la vendita al Real Madrid nel giugno 2009 di Kakà, il giocatore icona e uomo immagine del Milan, ha creato eccessivi disturbi. Vorrà dire che a forza di permutare la maglia ci hanno anestetizzati all’affezione e al dispiacere.
CONTROINDICAZIONI. Come rileva il mio carissimo amico Ing. Ronco, tifoso genoano abituato ai valzer di mercato più frenetici, il calcioshopping invernale ha seri inconvenienti. Innanzitutto alimenta nel calciatore ceduto quella strana sindrome che lo porta a non esultare in caso di gol alla sua ex squadra. Oppure a esultare, perché sopraffatto dalla gioia, ma con rispetto e moderazione. Una cosa che non sta né in cielo né in terra.
In secondo luogo, con tutti questi andirivieni si creano degli scompensi negli album di figurine e ci sono interi reparti editoriali che lavorano per sistemare le cose. Ranocchia, per fare un cognome, su Calciatori Panini veste rossoblù ma ora dovrebbe essere nerazzurro. Preparate la coccoina.
Infine, dal punto di vista legale, in caso di partita sospesa prima della cessione del giocatore ma da recuperare a cessione avvenuta come ci si muove? Il giocatore dovrebbe ritornare a indossare la vecchia maglia oppure no? E se la partita sospesa è contro la squadra in cui milita attualmente? Non vorrei sollevare un vespaio, ma si tratta di interrogativi davvero profondi, degni dei legulei di prim’ordine che abitano la patria del bel sole e di cui abbondiamo.