L’alternativa che non c’è

Salvatore Cannavò
20/01/2011

Pd diviso, Terzo polo incerto. Il Cav resiste.

L’alternativa che non c’è

In un Paese normale, di fronte al caso Ruby (vai all’approfondimento) qualunque opposizione si fregherebbe le mani. L’opportunità di una spallata è infatti evidente a tutti: Silvio Berlusconi (vai alla notizia) resiste con tenacia ma appare indebolito, la maggioranza è confusa, l’alleanza con la Lega tiene ma Umberto Bossi preme per avere subito il federalismo (vai alla notizia).
Di fronte a un quadro di questo tipo dalle opposizioni le voci appaiono scoordinate e afone, con richieste di dimissioni nemmeno tanto convinte, con una disponibilità di andare a elezioni anticipate piuttosto riottosa. La situazione, in realtà, è sempre la stessa da qualche anno in qua: se Berlusconi, nonostante gli scandali e la crisi in cui si barcamena, continua a rimanere un punto di riferimento per un certo tipo di Italia, ‘l’altra Italia’ un riferimento stabile non ce l’ha.
Il Pd, ovviamente, è diviso, ma non su scelte di tattica immediata. Pier Luigi Bersani ha deciso, nel corso dell’ultima direzione nazionale (vai alla notizia), di fare un po’ di chiarezza facendo approvare la propria relazione e, quindi, dotandosi di una linea precisa, che nessuno, però, ha capito davvero quale sia.
PARTITO AL BIVIO. La scelta delle due alleanze possibili, al centro con Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, a sinistra con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, non è stata sciolta e, in realtà, viene demandata agli interlocutori. Ancora ieri 20 gennaio, il segretario Pd, nel corso del dibattito milanese con Susanna Camusso e Emma Marcegaglia, ha ribadito che per il suo partito permane la centralità delle «cose vere, dei problemi reali, quello di cui non si parla mai». Ma nessuno gli ha sentito avanzare una proposta concreta sulla crisi economica, sui temi del lavoro, sulle questioni sociali. Anzi, in occasione del referendum di Mirafiori (vai alla notizia) per non scegliere tra Sergio Marchionne e la Fiom, il partito democratico ha finito per non far capire a nessuno la propria posizione.
Pierluigi Bersani, segretario dei democratici, ha comunque avviato la sua offensiva, annunciando la raccolta di diecimila firme per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio. La stessa maggioranza bersaniana, però, non ha una sola impostazione chiara. C’è chi, come D’Alema, punta tutte le sue carte su Casini. «Quanto durerebbe un governo con Vendola e Di Pietro?», esclamava qualche settimana fa nei corridoi di Montecitorio, immaginando per il leader Udc, come ha ammesso a Lettera43.it un deputato del Pd, il ruolo del nuovo Prodi: «Del resto, se non ora, quando?».
Quanto una simile strategia possa produrre risultati concreti è tutto da verificare, così come resta da vedere quanto il centrosinistra possa reggere la presentazione elettorale di uno schieramento composto da Pd-Terzo polo e di un altro imperniato sull’asse Vendola-Di Pietro.
IL BIG BANG PD. Ma c’è anche chi, come Goffredo Bettini e Nicola Latorre, non smette di gettare ami all’indirizzo del governatore pugliese per indurlo a partecipare alla formazione di un ‘nuovo Pd’, più ampio e plurale, in cui possano convivere i centristi ex-democristiani e la sinistra di Vendola. In Sinistra e Libertà non sono pochi quelli che gradirebbero una simile impostazione, a partire dallo stesso Vendola. Si tratta di quello che, qualche tempo fa, l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha chiamato «big bang» della sinistra, con un radicale rimescolamento delle carte.
Il big bang in realtà riguarderebbe innanzitutto il Pd che di fronte all’ingresso di Vendola vedrebbe senz’altro una sua parte, Fioroni, Gentiloni, forse anche Walter Veltroni, fuggire via. L’area del Modem, guidata dall’ex sindaco di Roma, si vedrà il prossimo fine settimana al Lingotto di Torino, sede del primo discorso di Veltroni in qualità di candidato alla segreteria del Pd, nel 2007, e lì metterà a punto la sua strategia: il rilancio di alcune proposte per il Paese ma anche l’avvertimento alla segreteria delle condizioni indispensabili per restare nel partito. Anche i veltroniani hanno tutto l’interesse a non far precipitare la situazione: solo un allungamento dei tempi della crisi permetterebbe loro di riposizionarsi con una proposta e una candidatura alla leadership del centrosinistra (il sindaco di Firenze, Matteo Renzi o forse il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti). Insomma, il Pd vive un dibattito del tutto parallelo a quanto sta accadendo nella maggioranza di governo e non riesce a prendere un’iniziativa.
CENTRISTI CONFUSI. In parte, lo stesso problema ha il Terzo polo che deve ancora amalgamare le idee di Casini con quelle di Fini e Francesco Rutelli. E mettere a punto la sua strategia. La richiesta di andare al voto, se Berlusconi non si facesse da parte, serve solo a dire che in quel caso ci sarà una terza lista che ipotecherebbe la maggioranza al Senato. Ma non è una vera minaccia.
Nel Terzo polo si sta cercando in realtà di capire quali spazi esistano per un rientro nella maggioranza e una ‘rifondazione’ del centrodestra senza Berlusconi. Per questo nei giorni scorsi il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, ha buttato lì, un po’ per caso, la candidatura di Gianni Letta alla presidenza del Consiglio. E anche per questo, oggi 20 gennaio, è stata annunciata la mozione di sfiducia al ministro Sandro Bondi, distinta da quella del Pd e dell’Idv, e soprattutto con l’espediente di condizionarla all’accettazione da parte del ministro della Cultura di alcune proposte presentate dai centristi. Un modo per presentarsi con un profilo diverso dal centrosinistra, dialogante, anche se Bondi, probabilmente, non potrà o non vorrà accettare quelle condizioni, e allusivo di un diverso centrodestra, più moderno, moderato, attento alle istanze sociali. La presa di posizione sulla legge del federalismo, con cui è stata chiesta una proroga della delega sulla legge 42, conferma il costante lavoro di smarcamento rispetto al centrodestra ‘filoberlusconiano’ e leghista.
Insomma, di fronte agli scandali che attorniano Berlusconi le opposizioni marciano con il freno a mano tirato. Lo dimostra anche il voto del 19 gennaio sulla Relazione annuale sullo stato della giustizia approvata dalla maggioranza con venti voti di scarto a causa delle assenze dell’opposizione. Molte delle quali sono provenute dal Pd ma anche da Futuro e Libertà e Mpa, la formazione siciliana di Lombardo che fa parte del Terzo polo. La prova evidente di un’opposizione stanca, forse la miglior garanzia sulla vita del governo Berlusconi.