L’Aquila, processo Grandi rischi: ambiguità e mistificazioni

Ranieri Salvadorini

L’Aquila, processo Grandi rischi: ambiguità e mistificazioni

10 Aprile 2014 07.15
Like me!

Prove tecniche di propaganda? In occasione della ricorrenza del
terremoto de L’Aquila (nel sisma del 2009 morirono 309
persone), e in vista del processo di secondo grado fissato a
ottobre, la rappresentazione del processo ‘Grandi rischi’
continua a essere avvolta da una cortina fumogena di ambiguità e
mistificazioni.
Enzo Boschi, ex dirigente dell’Istituto nazionale di
geofisica e vulcanologia (Ingv) e condannato in primo grado a sei
anni di reclusione per omicidio colposo plurimo e lesioni
colpose, è il più attivo sul piano mediatico: nel suo
comprensibile e legittimo tentativo di difesa mediatica – dal
giornale locale o blog, fino a Science o al Los Angeles
Times
– tuttavia travisa e mistifica fatti e documenti.
Ecco, uno per uno, i punti che vanno liberati da equivoci.

1. A L’Aquila non si tratta di un ‘processo alla
scienza’

L’idea che gli imputati siano stati condannati in primo grado
per non aver previsto il terremoto («For failing to give
adequate advance warning
», ha scritto Boschi
su Science del 27 Settembre 2013), si
oggettivizza nel reato di «mancato allarme», come lo avevano
definito, erroneamente, i media. Ma non è vera.
Nel processo de L’Aquila alcuni scienziati sono stati valutati
e condannati per il loro cattivo operato: negligenza,
informazioni fuorvianti, accondiscendenza al potere politico.
La scienza semmai è la grande assente. Perché la sostanza della
sentenza tende a verificare se sussista il nesso di causalità
tra il messaggio di «rassicurazione disastrosa» (come si evince
dalla consulenza chiave del processo) espresso dalla Commissione
grandi rischi (Cgr) e il cambiamento di abitudini che in 29 casi
si è rivelato fatale.
I riferimenti agli studi scientifici sono marginali e del tutto
ininfluenti in termini penali.

2. La Cgr deve fornire «precise indicazioni normative per
il comportamento»

Boschi ha scritto che la comunicazione è compito esclusivo della
Protezione civile. Falso.
La legge istitutiva della Protezione civile (225/1992, articolo
3) non separa nettamente le sue responsabilità da quella dei
consulenti tecnico-scientifici. Secondo tale legge, il compito di
«previsione» della Cgr «consiste nelle attività, svolte anche
con il concorso di soggetti scientifici e tecnici competenti in
materia, dirette all’identificazione degli scenari di rischio
probabili e, ove possibile, al preannuncio, al monitoraggio, alla
sorveglianza e alla vigilanza in tempo reale degli eventi e dei
conseguenti livelli di rischio attesi». Attività che non si
concretizza nel porgere «informazioni e notizie», bensì nel
fornire «precise indicazioni normative per il comportamento»;
non ha una valenza «intellettuale», ma «operativa»; non è
descrittiva ma prescrittiva.
Dunque, che «scenari di rischio probabili» descrisse la Cgr il
31 marzo del 2009? Ci fu una riunione di mezz’ora (finita negli
atti del processo) ben riassunta dalle parole di congedo da
Daniela Stati (un dirigente presente alla riunione):
«Grazie per queste vostre affermazioni che mi permettono di
andare a rassicurare la popolazione attraverso i media che
incontreremo in conferenza stampa».

3. Il mantra dello «scarico di energia» e del non-terremoto

La Cgr previde un non-terremoto: «Più scosse ci sono, meglio
è», perché significa che «sta scaricando
energia». Questo il senso dell’intervista rilasciata da
Bernardo De Bernardinis, il 30 marzo 2009, alle televisioni.
Fu con queste parole che molti aquilani convinsero i propri cari
a restare a casa al crescere dell’intensità delle scosse. Quel
messaggio, «state tranquilli», agì come un semaforo verde, in
forza di un principio cardine della disastrologia: la diminuzione
della percezione del rischio aumenta l’esposizione al
pericolo.
L’intervista dello «scarico d’energia», contestano alcuni
imputati, fu fatta prima della riunione.
BOSCHI IGNORA TUTTO. Boschi ha affermato in
proposito di non averne saputo nulla. E su Il Foglietto della ricerca (notiziario
online dell’Usi-Ricerca)
ha scritto: «La rassicurazione
data a L’Aquila, (…), è consistita esclusivamente
nell’affermare che tante piccole scosse in una zona
impediscono il verificarsi di scosse forti e distruttive perché
in quella zona si avrebbe così uno scarico ‘tranquillo’
di energia sismica. Affermazione, mi si dice, riportata
continuamente dai locali mezzi di informazione nei giorni
immediatamente precedenti al terremoto del 6 aprile 2009. Forse
la cosa più stupida che mi sia capitato di sentire negli ultimi
anni. Nettamente superiore in stupidità alla storia del tunnel
scavato da Ginevra al Gran Sasso per verificare se i neutrini
vanno più veloci della luce».
IL SILENZIO SULL’ARGOMENTO. Eppure, nel
corso della riunione, Franco Barberi, della Protezione civile,
come si risulta dagli atti del processo, informò i membri della
Cgr: «Ho sentito il capo della Protezione civile dichiarare alla
stampa, anche se non è un geofisico, che quando ci sono
frequenze sismiche frequenti si scarica energia e ci sono più
probabilità che la scossa non avvenga».
Sorge spontanea la domanda: se era una tale bestialità
scientifica, perché nessuno dei presenti alzò la mano? Perché
calò il silenzio e «si cambiò subito argomento»?

4. La pena è personale, ma la responsabilità può essere
collettiva

Molti commentatori hanno rappresentato – se non aggredito – la
sentenza sostenendo che «la responsabilità collettiva è
una mostruosità giuridica». Ma se è vero che il principio che
la responsabilità penale è personale è anche vero che il
giudice Marco Billi ha fatto tutt’altra operazione: ha legato
tutto, grazie alla norma sulla «cooperazione colposa» (articolo
113 del codice penale), che prevede che in certe situazioni i
membri di un’organizzazione debbano essere consapevoli della
propria e della altrui condotta. E di quello si risponde, secondo
la legge, a maggior ragione se l’organizzazione è
istituzionale (per esempio un’equipe medica). Quindi,
nulla a che vedere con la «responsabilità collettiva» di cui
ha parlato la difesa. In appello questo punto di diritto – per
molti esperti problematico – è destinato, quasi certamente, a
essere aggredito per differenziare le responsabilità.

5. Negli avvisi di garanzia, niente accuse per non aver
previsto il sisma

Quando arrivarono gli avvisi di garanzia per «negligenza e
informazione fuorviante» (1 giugno 2010) i «dirigenti
dell’Ingv» (questa a formula scelta per la firma) scrissero
una «lettera aperta» al presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano (18 giugno 2010) che inviarono ai colleghi di tutto il
mondo.
Che c’era scritto in quella lettera? «L’accusa è per non
aver previsto un terremoto», avevano messo nero su bianco
i «dirigenti dell’Ingv».
Eppure, negli avvisi di garanzia – ai tempi della lettera già
pubblici – non c’era una sola parola sul mancato allarme, o
sull’assurdità di ‘prevedere l’imprevedibile’.
CONTROLETTERA DEGLI SCIENZIATI. Insomma,
misero in giro un falso, che 4 mila ricercatori firmarono in
buona fede nel giro di 72 ore. Ma nessuno verificò, inclusa la
stampa nazionale, internazionale e specializzata e quando ci si
accorse dell’errore era tardi: il mantra del «processo alla
scienza» era già diventato globale.
Gli unici ad avere delle «perplessità» furono il sismologo
californiano Lalliana Mualchin e il russo Vladimir Kossobokov.
Chiesero i documenti originali e verificarono che la lettera
fosse sbagliata.
Iniziò così un contro-giro di mail tra colleghi che ha avuto
come esito una controlettera, a Napolitano, «favorevole» alla
sentenza, perché metteva a tema responsabilità personale,
corretta comunicazione del rischio e indipendenza della scienza.
Ma Science e Nature – e la stampa in generale – non
pubblicarono gli ‘scienziati del dissenso‘.

6. Il rapporto tra potere e scienza e la logica di compiacenza

La telefonata di Guido Bertolaso – al di là del profilo penale,
è lui il personaggio con maggiori responsabilità sul piano
etico – con Daniela Stati (ex Forza Italia ora candidata in una
lista civica a sostegno del Partito democratico alle
amministrative di maggio in Abruzzo) è la chiave di lettura di
una vicenda paradigmatica della commistione tra scienza e potere
politico, un rapporto malato regolato da una logica di
compiacenza.
«Li faccio venire a L’Aquila o da te o in prefettura, decidete
voi, a me non frega niente, di modo che è più un’operazione
mediatica, hai capito?». E ancora: «Così loro, che sono i
massimi esperti di terremoti diranno: è una situazione normale,
sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano 100 scosse
di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio, perché 100 scosse
servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa,
quella che fa male».
Perché in una situazione in cui era in gioco la vita umana,
degli scienziati sono venuti meno alla loro responsabilità verso
la comunità e ai loro obblighi di civil servants.
Parlare di processo alla scienza, alla luce delle informazioni
disponibili, significa colludere con una ‘chiamata alle
armi’ corporativa fondata su una mistificazione degli atti
giudiziari.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *