L’occasione sprecata de L’Aquila per diventare accessibile a tutti

Adriana Belotti
17/03/2018

Dopo il terremoto del 2009 e la ricostruzione, le barriere architettoniche per le persone con disabilità sono persino aumentate. Un problema tutto italiano di arretratezza, per non dire ottusità, culturale e politica.

L’occasione sprecata de L’Aquila per diventare accessibile a tutti

Impossibile dimenticare la data del 6 aprile 2009, quando a L’Aquila la terra ha tremato così violentemente da provocare centinaia di vittime, migliaia di feriti, decine di migliaia di sfollati, danni incalcolabili a edifici, infrastrutture e patrimonio artistico della città. Una vera tragedia.

TRA DRAMMA E CATTIVA GESTIONE. Chissà se qualcuno si ricorda di Draquila, il film in cui l’attrice e regista Sabina Guzzanti racconta le ombre della ricostruzione, la dubbia gestione della situazione da parte del governo e della Protezione civile, la mancata prevenzione del disastro, il dramma degli aquilani privati da un giorno all’altro di tutto o quasi e costretti a vivere per interminabili mesi nelle tendopoli e successivamente distribuiti tra alberghi e le abitazioni antisismiche del progetto C.a.s.e.

DIFFICILE FAR RIPARTIRE LE VITE. Se ripenso a L’Aquila nei giorni e mesi successivi al terremoto, le prime parole che mi vengono in mente sono: panico, dolore, impotenza. Essere spettatori di cataclismi del genere, con conseguenze così impattanti sulla vita delle persone e del territorio, provoca un certo immobilismo, almeno questo è quanto è successo a me allora. In quei momenti ti chiedi: «Adesso cosa succede, come si fa a ricominciare?». E sembra impossibile che qualcuno riesca a restituire vita al quel territorio, così come la possibilità di sognare e ricostruire un presente e un futuro dignitosi ai suoi cittadini.

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Per fortuna c’è stato e c’è chi, per ruolo e competenze, ha saputo guardare oltre la distruzione e immaginare una nuova rinascita per L’Aquila. Ricostruire una città praticamente da zero, oltre a essere un grande problema e a comportare sforzi enormi, economici e non solo, è anche un’imperdibile opportunità di ripensarla interamente per migliorarne l’assetto, rendendolo accessibile e vivibile per tutti.

È TEMPO DI UNIVERSAL DESIGN. In passato non ci ponevamo certe questioni. Non ci interessava, per esempio, garantire la presenza di aree verdi e piste ciclabili. Non si parlava di dotare gli edifici di pannelli solari né di migliorare l’inquinamento da polveri sottili anche attraverso l’uso di mezzi pubblici elettrici. Ma soprattutto il termine Universal Design, la progettazione architettonica e urbana universale, cioè accessibile a tutti, era la Grande sconosciuta, non solo all’uomo e alla donna “della strada” ma anche agli esperti di settore (ne sono prova tutte le nostre città che ci regalano, chi più chi meno, barriere architettoniche a ogni angolo).

"ACCESSIBILITÀ" SULLA BOCCA DI TUTTI. Adesso dovremmo riuscire a ripensare alla struttura e architettura dei centri urbani in modo differente, se non altro perché “accessibilità” è una parola ormai masticata e ruminata non solo negli studi di architetti e ingegneri e nelle aule universitarie di chi aspira a diventarlo, ma anche dai non addetti ai lavori.

A L'Aquila dopo la ricostruzione le barriere architettoniche, lungi dall’essere diminuite, sono in certi casi aumentate, come nel palazzo ex Inail

La domanda che segue questa riflessione è: L’Aquila (e ovviamente parliamo dei suoi amministratori e tecnici) ha saputo cogliere l’opportunità tristemente offerta dalla tragedia del terremoto per ricostruirsi a misura di tutti? Purtroppo la risposta è “no”, come apprendiamo dalla testimonianza rilasciata a ilCapoluogo.it da Massimo Prosperococco, coordinatore delle Associazioni dei disabili de l’Aquila.

SCALETTE E MARCIAPIEDI SENZA SCIVOLI. Nell’intervista, infatti, spiega che dopo la ricostruzione, nel capoluogo abruzzese, le barriere architettoniche, lungi dall’essere diminuite, sono in certi casi aumentate, come nel palazzo ex Inail, dove un accesso comodo anche a chi si sposta in sedia a rotelle è stato sostituito con una scaletta e dei marciapiedi senza scivoli e pericolosamente inclinati verso la strada.

EPPURE CI SONO DUE DECRETI APPOSITI. Prosperocco a Lettera43.it spiega che, nonostante i contributi per l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici privati, previsti da due decreti ministeriali dedicati, il n. 59/2011 e il decreto Monti del 2013, la città è rimasta inaccessibile a chi utilizza la sedia a rotelle. Per quanto riguarda le infrastrutture e gli edifici pubblici, risulta ancora difficile valutare se siano “disable friendly” perché la ricostruzione, possibile grazie ad altri canali di finanziamento, ha ritmi molto più lenti.

Ma le opere di ristrutturazione già concluse, nel privato come nel pubblico, lasciano l’amaro in bocca e poche speranze di vedere dei risultati qualitativamente differenti in ciò che rimane ancora da restaurare. Le domande che mi martellano nella testa sono: perché? Come mai ripristinare tutto come prima e rifare gli stessi errori? Eppure sono stati stanziati dei fondi appositamente per eliminare tutti quegli ostacoli che impediscono di accedere agli spazi urbani a chi ha una disabilità, ma anche ad anziani, mamme con passeggini, persone rese temporaneamente invalide da incidenti o patologie reversibili.

PRIMA I DIRITTI, POI LA QUESTIONE DEI SOLDI. Non so se costruire uno scivolo, per esempio, abbia costi superiori rispetto a realizzare una gradinata ma, anche supponendo che sia così, il criterio del risparmio economico non si può in nessun modo anteporre ai sacrosanti diritti di movimento nel territorio e di accesso agli spazi urbani ed extra urbani, che dovrebbero essere garantiti a tutti i cittadini.

L'AQUILA ALL'ULTIMO POSTO IN CLASSIFICA. Tanto più che i finanziamenti per una ricostruzione che tenga conto delle esigenze di tutti sono previsti dalla legge. L’indagine Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro) sulla vivibilità e l’accessibilità delle province italiane e pubblicata nel 2016 posiziona L’Aquila (solo il centro storico) all’ultimo posto in classifica, appena sopra altre quattro città di cui non è disponibile il punteggio.

Le città italiane più accessibili e vivibili sono, a pari merito: Cremona, Ferrara, Torino e Siracusa (tanto per smentire il luoghi comuni sul Sud)

Siamo proprio messi male, quindi. Ma se non è una questione di mancanza di fondi, dove risiede il problema? Sarò ripetitiva, ma sono convinta che, ancora una volta, si tratti dell’ormai arcinota arretratezza, per non dire ottusità, culturale e politica italiana in materia di disabilità e non solo visto che, ribadiamolo, rendere i nostri centri urbani accessibili sarebbe un vantaggio per chiunque, disabile o “abile”.

PERSINO MILANO È STATA RIMANDATA. Dalla ricerca Anmil scopriamo che le città italiane più accessibili e vivibili sono, a pari merito: Cremona, Ferrara, Torino e Siracusa (tanto per smentire il luogo comune secondo cui al Sud mancano le risorse per eccellere). Milano, per esempio, si colloca solo al 19esimo posto e, dopo aver sperimentato l’(in)accessibilità dei suoi mezzi pubblici confermo pienamente il suo posizionamento.

Nel 2016 PortaleMondo ha stilato una classifica delle prime 10 città al mondo senza barriere architettoniche che meritano di essere visitate: Singapore conquista la medaglia d’oro, mentre, stando alla graduatoria pubblicata nel sito, Milano sarebbe al decimo posto (forse gli “esaminatori” sono stati un po' troppo generosi nel valutare il capoluogo lombardo).

PORTIAMO LE INDAGINI A POLITICI E TECNICI. Cosa potremmo fare, nel nostro piccolo, per contribuire a generare un cambiamento nel pensare alle persone con disabilità che abbia ricadute pragmatiche sul modo di amministrare le città e sulle scelte politiche riguardanti il bene comune (che, come suggerisce l’espressione, dovrebbe poter essere goduto da tutti)? Forse potremmo incominciare facendo pervenire i risultati di queste due indagini sulle scrivanie dei politici che governano le nostre città e dei tecnici che li aiutano, in modo da offrir loro degli esempi di best practice a cui ispirarsi per migliorarne la qualità della vivibilità.