L’Assange russo

Redazione
13/12/2010

di Marta Allevato Nei giorni delle prime pagine dedicate ai cablogrammi top secret diffusi da Wikileaks, solo un uomo in...

L’Assange russo

di Marta Allevato
Nei giorni delle prime pagine dedicate ai cablogrammi top secret diffusi da Wikileaks, solo un uomo in Russia è riuscito a ricevere dai media un’attenzione simile a quella riservata al maggiore scandalo diplomatico della storia: Alexei Anatolievich Navalny. E non è un caso. Trentaquattro anni, avvocato e giornalista, Navalny è considerato il Julian Assange russo.
Come l’hacker australiano, che ha messo in crisi le cancellerie internazionali, Navalny usa la rete per diffondere documenti che smascherino la corruzione e l’ingiustizia su cui si regge la Federazione russa. E ora il potere inizia a irritarsi.

Da azionista ad attivista

Il suo sito, Rospil.info è noto già da tempo nella blogosfera per l’intensa attività di denuncia che porta avanti contro la classe dirigente e i burocrati russi, ma finora le autorità sono rimaste a guardare. Oggi, però, sulla scia della popolarità e del consenso internazionale conquistati dal metodo Wikileaks, il lavoro di Navalny appare più minaccioso per chi in Russia vive di bustarelle e gare d’appalto truccate.
Da piccolo azionista di alcune delle più grandi compagnie a proprietà statale, tra cui Transneft che si occupa del trasporto di petrolio e la banca Vtb, Navalny sta combattendo una vera e propria crociata per aumentare la trasparenza nella governance di queste imprese.
A differenza di Wikileaks, Rospil non pubblica materiale top secret: usa semplicemente documenti delle amministrazioni e la legislazione russa per dimostrare che certi apparati statali conducono business in modo illegale e spesso anticostituzionale.
Alla battaglia anti-corruzione di Navalny può partecipare chiunque: sul sito si possono caricare documenti o segnalare movimenti sospetti, che vengono poi discussi online. Nell’home page si legge che finora si è arrivati a denunciare frodi e corruzione per il valore di 155.200.000 rubli (3.800.000 euro).

Contro Navalny, un caso giudiziario montato ad arte

Come per il fondatore di Wikileaks, accusato dalla Svezia di stupro e per questo arrestato a Londra (leggi qui la vicenda giudiziaria di Assange) anche per Navalny si è aperta la strada delle aule di giustizia.
Su di lui il Comitato investigativo, responsabile di tutte le istruttorie giudiziarie in Russia, ha aperto a novembre un’indagine per aver causato danni da circa due milioni e mezzo di euro all’azienda statale KirovLes, attiva nel commercio di legname.
La vicenda risale a un anno e mezzo fa quando Vyacheslav Opalyov, direttore dell’azienda, aveva chiesto a Navalny consulenza per sottoscrivere con la compagnia Vyatskaya Lesnaya alcuni contratti risultati poi svantaggiosi. La KirovLes oggi è sull’orlo della bancarotta, ma certo non per colpa di Navalny quanto della gestione dissennata di Opalyov, come ha dichiarato il governatore della regione di Kirov, Nikita Belykh.
Il caso KirovLes appare più un pretesto, che altro. Lo stesso Navalny sospetta che le accuse a suo carico siano state costruite ad arte dai colossi Transneft e Vtb, di cui Rospil di recente aveva denunciato episodi di malversazione: la prima si sarebbe appropriata di 3 miliardi di euro durante la costruzione di un oleodotto che collega la Siberia orientale e l’Oceano Pacifico; la seconda avrebbe, invece, intascato un totale di 117 milioni di euro nell’ambito di un accordo per l’acquisto di 30 trivelle dalla cinese Sichuan Honghua Petroleum Equipment Company.
«Non trovando niente di meglio con cui perseguirmi, la polizia assoldata dalla Vtb e dalla Transneft ha rispolverato un caso di oltre un anno e mezzo fa» ha scritto Navalny sul suo blog.

«In confronto ad Assange sono una zanzara»

L’attivista, ora negli Stati Uniti per una borsa di ricerca all’università di Yale, racconta che la sua campagna anticorruzione sta avendo pesanti ripercussioni sulla sua professione di avvocato d’affari: molti clienti sono stati oggetto di intimidazioni anonime più o meno violente e alcuni hanno scelto alla fine di rivolgersi ad altri studi legali.
Nonostante questo, come l’hacker australiano che mezzo mondo vorrebbe vedere marcire in galera, Navalny sembra disposto a tutto pur di rimanere fedele alla sua battaglia. Consapevole che il suo lavoro in confronto a quello di Wikileaks, è per i potenti «solo un pizzico di zanzara», non è disposto a mollare. È convinto che la corruzione in Russia non sia «un fenomeno culturale», come molti sostengono, e che ci sia ancora «una speranza di migliorare», se solo la classe politica «smettesse di mangiare vivo il Paese».
«Cari ladri» ha scritto dopo l’apertura dell’inchiesta a suo carico, «era scontato che vi sareste comportati così, ma non ho paura e tornerò da voi, miei cari corrotti». E ha aggiunto: «Il mio lavoro andrà avanti anche se un giorno mi accuserete del furto dell’iPad del presidente Medvedev».