L’attentato di Manchester spinge Regno Unito e Ue al disgelo

24 Maggio 2017 06.00
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«Finora non abbiamo parlato di sicurezza in questa campagna elettorale. Adesso dobbiamo iniziare a farlo». Nell'ultimo periodo, Nigel Farage era rimasto nell'ombra, travolto dallo stesso successo della Brexit, ma non ha tardato – dopo l’attentato di Manchester – ad alzare immediatamente il tiro. Gli altri partiti sono stati più cauti: la premier Theresa May ha deciso di sospendere la campagna elettorale e i leader di Labour (Jeremy Corbyn) e Liberaldemocratici (Tim Farron) si sono subiti accodati.

UN VOTO PER LA MAY. Le elezioni politiche del prossimo 8 giugno sono fondamentali per rafforzare la posizione di May: sia nella trattativa sulla Brexit con la Ue, sia nel tentativo di spazzare via dal suo partito le ultime sacche di filo-europei. Qualche giorno fa l’altro grande protagonista della campagna sull’uscita dalla Ue, Boris Johnson, è stato pesantemente insultato per le strade di Birmingham. Eppure l’attentato di Manchester potrebbe spingere Londra quanto Bruxelles ad ammorbidire l’approccio, a un tavolo dove tutte le parti in causa hanno voluto mostrare soltanto la faccia più feroce tra richieste di maxi risarcimento e ripicche reciproche.

LA RISALITA DEI LABOUR. A poche settimane dal voto l’esito sembra scontato. Gli ultimi sondaggi danno i Tory al 45% contro il 37 del Labour. Anche se la distanza è grande, gli uomini di Corbyn hanno fatto un bel balzo dopo che lo scarto nelle rilevazioni aveva sfiorato nei mesi scorsi anche la ventina di punti. E devono ringraziare più che le loro proposte sul welfare (molto apprezzata quella sul taglio delle tasse universitarie, meno le nazionalizzazioni) le gaffe dei conservatori: da May che deve rimangiarsi il piano di far pagare agli anziani affetti da demenza e con reddito superiore alle 100 mila sterline le proprie spese per l’assistenza allo scandalo dei maneggi fiscali del guru Tory Lynton Crosby.

L'attentato di Manchester può acuire uno spettro che da sempre accompagna la Brexit: l’isolamento dal resto dell’Europa e il rischio di restare indifesi

In teoria, l’attentato islamico dovrebbe rafforzare chi propone di chiudere le frontiere. Una delle figure più eminenti del Labour, Lord Alfred Dubs, ha dichiato a caldo: «Spero che questo attacco non influisca sul risultato delle prossime elezioni. C'è il rischio che i conservatori, che già oggi vogliono più tagliare l'immigrazione, diranno: "Adesso cacciamo chi è terrorista"». In realtà, la morte di 22 persone, tra cui molti bambini, potrebbe avere l’effetto contrario, finendo per acuire uno spettro che da sempre accompagna la Brexit: l’isolamento dal resto dell’Europa e il rischio di restare più indifesi. Soltanto l’estate scorsa, in un sondaggio, l’84% degli inglesi dava per probabile un attacco, mentre il 43% chiedeva al governo maggiori sforzi sulla prevenzione e bocciava il suo atteggiamento.

LA BREXIT DELL’INTELLIGENCE. In avvio di consultazioni sulla Brexit, May aveva minacciato gli ex partner dicendo che, a ogni restrizione su cose e persone tra la Manica, sarebbe seguita l’interruzione dello scambio di informazioni di intelligence, dove Londra è un’eccellenza. Dopo i fatti di Manchester non ripeterebbe mai queste parole. Né possono permettersi questo scenario gli altri Paesi europei. Saputo dell’attentato, il neopresidente francese Emmanuel Macron si è detto «duramente colpito» e ha subito chiamato May per prometterle piena collaborazione per «combattere assieme il terrorismo». Anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha cambiato i toni rispetto alle ultime settimane: «Oggi dobbiamo piangere con voi. Domani lavoreremo al vostro fianco per combattere contro coloro che cercano di distruggere il nostro modo di vivere». E tanto basta per capire che nelle ultime ore si è assottigliata la distanza tra Dover e Calais.

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