L’Australia difende Julian

Redazione
09/12/2010

di Lorenzo Berardi Non tutti i suoi connazionali lo amano, ma non c’è dubbio che Julian Assange contenda oggi al...

di Lorenzo Berardi

Non tutti i suoi connazionali lo amano, ma non c’è dubbio che Julian Assange contenda oggi al magnate Rupert Murdoch e alla pop star Kylie Minogue il ruolo di australiano più celebre al mondo. Per una nazione uscita di fatto dalle cronache internazionali negli ultimi dieci anni, subito dopo l’indigestione mediatica delle Olimpiadi di Sydney 2000, la popolarità del deus ex machina di Wikileaks rappresenta un inatteso e improvviso ritorno in scena.
Una cosa è certa. Dopo un’iniziale diffidenza, legata soprattutto alle scarse informazioni a disposizioni sulle sue origini, i media australiani sono passati dalle parti del creatore di Wikileaks. Dal The Australian al Sidney Morning Herald, dall’Herald Sun di Melbourne alla televisione pubblica Abc, tutti appoggiano o almeno giustificano l’operato di Assange.
Un consenso estesosi in maniera più cauta alla politica nazionale che pure pare cogliere non solo l’importanza strategica di Julian Assange, ma anche il suo potenziale commerciale per il futuro dell’Australia. Tanto che persino l’ex primo ministro e oggi titolare del dicastero per gli Esteri  di Canberra, Kevin Rudd, definito dai dispacci americani pubblicati da Wikileaks «un impulsivo freak, ossessionato dal controllo» se l’è presa con i disattenti americani e non con l’intraprendente connazionale. Tuttavia, Julia Gillard, l’attuale primo ministro australiano di centrosinistra, nutre ancora una certa diffidenza nei confronti di Wikileaks ed esita a schierarsi apertamente con Assange.
Gira e rigira, però, resta il fatto che gli australiani vorrebbero contare di più uscendo dai pochi e triti stereotipi che li riguardano ed ergendosi a sostenitori della verità e della libertà di informazione. Ideali che, a suo modo, la pubblicazione dei file di Wikileaks intende perseguire. Un rischio concreto esiste ed è quello di incrinare le relazioni di amicizia esistenti con gli Stati Uniti e il Regno Unito. Se Julia Gillard tentenna è perché ne è consapevole.

La Abc ha chiesto al primo ministro garanzie per Assange

Che il sostegno a Julian Assange si trasformi in un boomerang anche per le relazioni diplomatiche e il posizionamento geopolitico dell’Australia? Gillard ha già messo le mani avanti per intercettarne per tempo l’insidiosa traiettoria di ritorno dagli Usa. Il primo ministro ha deciso di partecipare marginalmente alla delicata partita internazionale senza lasciarsi trascinare più di tanto dalle pressanti sollecitazioni dei media australiani.
Abc
, la televisione pubblica, ha giocato un ruolo
decisivo nel convincere il primo ministro ad alzarsi dalla panchina rivolgendole un appello sotto forma di lettera aperta sottoscritta da intellettuali e imprenditori australiani.
Nella lettera si chiede al primo ministro di intervenire per tutelare non solo la dignità, ma anche la vita di Julian Assange ritenuta in pericolo. A sostegno di tale tesi si riportano alcune delle opinioni più radicali apparse sulla stampa e sulla scena politica statunitense che minacciano non sempre implicitamente di morte l’uomo di Wikileaks (leggi l’articolo).
A Julia Gillard viene chiesto di ergersi a garante della sicurezza fisica di Assange, ribadendo pubblicamente l’impegno dell’Australia a sostegno dei diritti dell’uomo e della libertà della comunicazione politica. Viene inoltre richiesto al primo ministro di fornire assistenza legale al «cittadino Assange» evitando di revocargli la cittadinanza australiana, come qualcuno aveva paventato.
L’appello non è caduto nel vuoto. Mercoledì 8 dicembre, infatti, il governo ha finalmente assunto una posizione un po’ più chiara assicurando il proprio massimo impegno in difesa di Assange. Una posizione che ha smentito parzialmente precedenti dichiarazioni del primo ministro che, come ha ricordato l’Herald Sun solo due giorni prima aveva affermato «la stessa fondazione di Wikileaks è di per sé un atto di illegalità» pur senza riuscire a citare una singola legge australiana infranta da Assange.

GetUp!, la raccolta firme per il presidente Obama

Molti australiani, però, la pensano diversamente. E in nome della libertà di informazione riscoprono il concetto di identità nazionale aggiornandolo ai tempi di Internet. Fra le varie iniziative sorte a sostegno di Julian Assange, si segnala quella promossa da GetUp! importante movimento d’opinione made in Australia nato a Sydney nel 2005 sulla scia dell’organizzazione democratica no-profit americana MoveOn.
Nei suoi cinque anni di esistenza GetUp! ha già raccolto 350 mila sostenitori lanciando campagne mediatiche online sfociate in manifestazioni davanti al Parlamento di Canberra. Campagne in difesa dei diritti civili, delle biodiversità e contro gli interventi militari australiani in Iraq e Afghanistan che hanno spesso ottenuto risultati concreti facendo leva sull’opinione pubblica e costringendo talvolta il governo a rivedere le proprie scelte politiche.
Sulla scia del caso Assange, l’obiettivo degli opinion leader di GetUp! è oggi quello di «difendere i diritti dei cittadini australiani nel mondo se il governo non lo farà». Per questo è stata scritta una lettera aperta rivolta al presidente americano Barack Obama supportata da una raccolta di firme online che punta a raggiungere i 30 mila sostenitori (clicca qui per la petizione).
«Caro presidente Obama», è stato l’appello di GetUp!, «noi come australiani condanniamo gli inneggiamenti alla violenza, incluse le minacce di assassinio, rivolte contro il cittadino australiano e fondatore di Wikileaks Julian Assange. Chiediamo che Assange non sia etichettato come un terrorista o un combattente nemico e che non venga processato al di fuori dei consueti canali della giustizia».
Gli attivisti australiani hanno citato poi Thomas Jefferson nel sottolineare che «l’informazione è la valuta della democrazia». Ecco perché «pubblicare fughe di informazioni in collaborazione con grandi organi di stampa, come Wikileaks e il signor Assange hanno fatto, non rappresenta un atto terroristico».
Secondo il movimento d’opinione di Sydney, inoltre, «definire Wikileaks un’organizzazione terrorista è un insulto per tutti gli australiani e gli americani che hanno perso la vita in attentati terroristici o combattendo il terrorismo». Quello che più sorprende in questo documento è il continuo rimando all’australianità di Assange e ai diritti degli australiani, definiti a più riprese «alleati degli americani» e che, quindi, «meritano di essere liberi da persecuzioni, minacce di violenza e carcerazione preventiva».

Assange cita Murdoch: «La verità vince sempre»

Julian Assange è diventato il paladino tanto di legittime rivendicazioni inneggianti ai principi democratici di presunzione di innocenza e libertà di stampa quanto, sorprendentemente, l’alfiere attraverso cui la grande ma spopolata Australia invoca maggiore considerazione e rispetto internazionale. 
Anche sulle colonne del The Australian, il quotidiano più venduto nel Paese, è ribadito come Wikileaks «meriti protezione e non minacce o attacchi». Fondato nel 1964 da un giovane e rampante Rupert Murdoch, che tuttora ne detiene la proprietà, il giornale si attesta su posizioni di centrodestra non lontane dalle propensioni conservatrici del britannico Times, anch’esso facente parte dell’impero del tycoon australiano. Eppure, il quotidiano non ha fatto mancare il proprio sostegno ad Assange, affidandogli addirittura il ruolo di editorialista nel numero di mercoledì 8 dicembre (leggi l’articolo in originale).
E Assange ha colto  l’occasione al volo citando la propria infanzia nel Queensland australiano e riallacciando l’esperienza di Wikileaks a un’epoca pionieristica del giornalismo. L’australiano del momento ha recuperato una vecchia e profetica massima dello stesso Rupert Murdoch che nel ’58 scriveva: «Nella corsa fra la segretezza e la verità sembra inevitabile che sia quest’ultima a vincere sempre».
In quest’ottica, dunque, Julian Assange e Wikileaks sarebbero i vincitori morali di uno scontro epocale grazie alla loro capacità di smascherare «senza paura» gli altarini di facciata della diplomazia americana «pubblicando fatti che dovevano essere resi di dominio pubblico». Al tempo stesso, però, l’ex ricercato numero uno ama definirsi un underdog, ossia un concorrente sconfitto in partenza. Delle due, l’una. 

«Ho dato vita al giornalismo scientifico»

Che Assange sia un uomo dalle mille contraddizioni appare chiaro anche da ciò che scrive. A chi lo considera un pacifista, ad esempio, risponde sul The Australian: «Non sono contro la guerra e a volte un Paese ha bisogno di andare in guerra. Ma non c’è nulla di peggio di un governo che mente ai cittadini sulla natura del conflitto chiedendo nel contempo a quelle stesse persone di mettere a rischio le proprie vite e le proprie tasse sulla base di bugie».
Sempre nell’articolo, Assange ha rivendicato addirittura di «avere coniato un nuovo tipo di giornalismo, quello scientifico, lavorando con altri organi di stampa non solo per potare notizie alla gente, ma anche per provare la loro veridicità».
Ed è proprio sulla collaborazione instaurata con i fantastici quattro (Guardian, New York Times, El Pais e Der Spiegel) che il creatore di Wikileaks intende evidenziare i propri meriti alla ricerca della verità.
Un’ambizione ben nota e che ha offuscato le opinioni personali di Assange dipinto di volta in volta dai suoi oppositori come un anarchico, un terrorista, un hacker, un asociale, o addirittura la versione maschile di Lisbeth Salander la problematica e affascinante protagonista femminile della trilogia di Stieg Larsson.