Carlo Terzano

Perché il lavoro minorile è ancora una piaga in Italia

Perché il lavoro minorile è ancora una piaga in Italia

Nel nostro Paese tra i 260 e i 300 mila ragazzini sfruttati. E abbiamo il record di dispersione scolastica. Leggi, cifre e mappe nella Giornata mondiale contro il fenomeno.

12 Giugno 2019 06.54

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Ragazzini che trasportano pesanti cassette piene di frutta zigzagando tra la folla dei mercati rionali. Che introducono le loro mani agili e paffute in motori pieni di grasso, che scaricano il pesce appena pescato tagliandosi con il ghiaccio usato dai marinai per non farlo andare a male e che caricano sulle loro esili spalle chili di carne destinati al macellaio. Sembrano immagini di un’Italia in bianco e nero, di film neoralistici come Sciuscià (1946, Vittorio De Sica) o Proibito rubare (1948, Luigi Comencini), invece è uno spaccato dell’Italia moderna, che il più delle volte viene ignorato, per finire argomento di discussione solo in giorni come il 12 giugno, in cui ricorre la Giornata mondiale contro il lavoro minorile.

LEGGI A TUTELA DEI RAGAZZINI: NORME DEL 1967 E DEL 2006

Contrariamente a quello che si crede, il lavoro minorile è ancora una realtà anche in Paesi come il nostro, che pure hanno scelto da tempo di affidarsi a una legislazione che in merito non lascia spazio a interpretazioni in mala fede. I principali riferimenti normativi sono infatti la legge n. 977 del 1967, che disciplina, tra l’altro, l’età minima di accesso al lavoro e le eventuali eccezioni (come il lavoro nel campo dello spettacolo) in combinato disposto con la norma finanziaria del 2006 che ha innalzato a partire dal settembre 2007 l’obbligo scolastico a 16 anni d’età, spostando così quella di accesso al lavoro dai 15 ai 16 anni. Una legislazione moderna, che tutela il minore maggiormente rispetto di quanto non facciano altri Stati o la stessa Unione europea che stabilisce, con la Direttiva 94/33/CE del Consiglio, l’età minima per l’abilità al lavoro a 15 anni.

I NUMERI: IN ITALIA TRA I 260 E I 300 MILA GIOVANI LAVORATORI

Leggi destinate a restare lettera morta secondo l’ultimo report di Save the Children, che fotografa comunque i notevoli passi avanti compiuti nel nostro Paese per tutelare i minori. Secondo lo studio, però, molto resta ancora da fare soprattutto per restituire dignità e, quando possibile, gli scampoli di una infanzia rubata a quell’esercito di piccoli invisibili che lavorano nei mercati, nei campi, nei bar, nelle cucine dei ristoranti, sulle spiagge, nei porti e sulle navi. Sono almeno 260 mila (ma secondo altre stime supererebbero le 300 mila unità) i minori di 16 anni che lavorano, ovviamente e necessariamente in nero (meno di uno su quattro svolge attività in regola delimitate nel tempo, per esempio in estate). La maggior parte dei ragazzi fa la sua prima esperienza dopo i 13 anni (il 72%). Dal punto di vista del genere, i 14-15enni che oggi lavorano risultano per il 54% maschi e per il 46% femmine.

MINORI NON ACCOMPAGNATI: L’ESERCITO DEGLI INVISIBILI

Ma c’è un dato che, più di tutti, sorprende: solo il 5% dei minori fotografati da Save the Children è di nazionalità straniera. Con ogni probabilità è un numero da ritoccare al rialzo perché non esiste ancora un Osservatorio nazionale che disponga di dati privilegiati e perché dovrebbe tenere conto anche delle migliaia di ragazzi “fantasma” giunti in Italia su una nave o su un gommone e poi spariti nel nulla: i minori non accompagnati che lo Stato dovrebbe tutelare e invece si lascia sfuggire tra le dita. Così come sfuggono a ogni censimento i bimbi cinesi arruolati nel settore di conceria delle pelli.

CAPORALI IN CASA: SI LAVORA PER LA FAMIGLIA

Resta però il fatto che il restante 95% è composto da ragazzini italiani, costretti a lavorare dalle loro stesse famiglie. È lo stesso rapporto di Save the Children a evidenziarlo: quasi 3 ragazzi su 4 lavorano per la famiglia, aiutando i genitori nelle loro attività professionali (41%), quindi nel mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare oppure sostenendoli nei lavori di casa (33%). Per quanto riguarda quest’ultima tipologia di esperienza, occorre sottolineare come siano state escluse dall’indagine tutte quelle attività riconducibili alla categoria dei “lavoretti domestici” mentre sono state campionate quelle che creano una interferenza con la scuola. Il restante 26% si distribuisce in misura equivalente tra chi lavora nella cerchia dei parenti e degli amici (12,8%) oppure per altre persone (13,8%).

DISPERSIONE SCOLASTICA: ITALIA MAGLIA NERA

E sebbene secondo gli analisti i minori italiani riescono anche a portare avanti la propria carriera scolastica (ma con scarsi risultati), è evidente che questi dati si accompagnano a un altro allarme continuamente lanciato dagli addetti del settore eppure ignorato da politici e dai governi: la perdita, negli ultimi 15 anni, di quasi 3 milioni di studenti dalle nostre aule scolastiche. Ossia la perdita del 31,9% di coloro che, dopo la terza media, si sono iscritti a una scuola secondaria superiore statale ma non hanno mai terminato gli studi con il conseguimento del relativo diploma (dati Tuttoscuola). Il tasso di abbandono più elevato si registra al Sud e sulle isole: in Sardegna si attesta al 33%, in Campania al 29% ma nemmeno il Nord, con livelli che ondeggiano tra il 15 e il 20%, ha da festeggiare se si pensa che in Paesi moderni come il Giappone è invece prossimo allo zero. E probabilmente non è un caso se il 66% dei minori che finisce in carcere non viene dalla scuola ma ha già alle spalle una o più attività lavorative prima dei 16 anni.

NON SOLO AL SUD: IL FENOMENO ANCHE A MILANO

Ed è sufficiente scorrere i verbali dell’Ispettorato del lavoro (circa 500 illeciti nell’ultimo biennio) per rendersi conto che, contrariamente all’opinione diffusa, non è vero che la piaga del lavoro minorile colpisca sempre e solo il Sud d’Italia. Per esempio, il 17 luglio 2018 sono state ispezionate 36 aziende della movida milanese della zona di Porta Venezia: prevalentemente ristoranti e pub. Ebbene, 25 su 36 ispezionate, pari al 70%, non sono risultate a norma. Tra i lavoratori irregolarmente occupati, cinque lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno e due minori. E il report di Save the Children segnalava già da tempo la provincia di Imperia tra quelle del Nord ad alto rischio. Purtroppo è comunque nel Sud, in Sicilia, in Calabria, in Puglia e in Campania che il fenomeno raggiunge le vette più allarmanti. Tornando ai verbali dell’Ispettorato, in una ispezione del 20 giugno 2018 a un “noto ristorante” risultò che dei 19 lavoratori erano tutti “in nero” e sei persino minorenni.

NEL MONDO: ALMENO 152 MILIONI DI BABY SFRUTTATI

E se il nostro Paese ha compiuto lenti ma decisi passi avanti per arginare il fenomeno, non va certo meglio nel resto del mondo. Sempre secondo Save the Children, sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni vittime dello sfruttamento lavorativo. Se fossero una nazione – fanno notare dalla associazione – sarebbero la nona al mondo, più popolosa persino della Russia. Di questi, quasi la metà, vale a dire 73 milioni, costretta a svolgere lavori duri e pericolosi, che ne mette a grave rischio la salute e la sicurezza, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico. Più di 7 su 10 vengono impiegati in agricoltura, mentre il restante 29% lavora nel settore dei servizi (17%) o nell’industria, miniere comprese (12%). Insomma, non solo non sembrano mai passati i giorni di Sciuscià, ma nemmeno quelli di Ciaulà scopre la luna.

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