Lavoro, persi 450 mila posti

Redazione
20/08/2012

La crisi è iniziata ormai da diversi anni. È dunque arrivato il momento di soffermarsi con uno sguardo al passato,...

Lavoro, persi 450 mila posti

La crisi è iniziata ormai da diversi anni.
È dunque arrivato il momento di soffermarsi con uno sguardo al passato, in attesa di vedere, come ha annnunciato ottimista Monti, una uscita dalla grande recessione che ha colpito l’Italia, ma anche tutta l’Europa.
Come ha evidenziato il Corriere della sera, sono passati ben cinque anni – siamo appena entrati nel sesto – da quando l’ex presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet interruppe le sue vacanze in Bretagna, gesto simbolico che annunciò al mondo l’inizio della crisi finanziaria.
DOPO IL CRAC LEHMAN BROTHERS, LA RECESSIONE. Era l’agosto del 2007 quando Trichet cominciò le prime operazioni straordinarie di liquidità a favore degli istituti privati del continente. Poco dopo, il fallimento di Lehman Brothers che ha segnato definitivamente la caduta dell’economia europea.
Oggi la crisi è un denominatore comune sia Oltreoceano che nel Vecchio Continente.
I dati armonizzati di Eurostat sul lavoro in Europa e quelli del Fondo monetario internazionale sulla crescita testimoniano che la Germania ha attraversato la peggiore crisi finanziaria dagli anni 30, crando posti su una traiettoria di crescita: più 6,3% cumulato dal 2007 per il prodotto interno lordo, anche se nel 2009, dopo il crac Lehman, l’economia tedesca ha subito un calo al 5%.
E il resto d’Europa, senza affrontare il fallimento della Grecia, è messa ben peggio. In Spagna la disoccupazione è salita dal 9% fino al 25% circa.
POSTO REGOLARE SOLO PER UN ITALIANO SU TRE. Mentre in Italia si verifica una straordinaria contraddizione: la disoccupazione ufficiale resta relativamente contenuta al 10,8%, ma ha un posto regolare appena un italiano ogni tre. Un dato inferiore a quasi tutti gli altri Paese europei, compresa la Spagna.
Secondo Eurostat gli occupati in Italia sono (al primo trimestre di quest’anno) 450 mila in meno che nel 2007.
Su una popolazione valutata in 60,8 milioni di residenti lavorano solo 22,3 milioni di persone, segnando una quota del 36,8%, dato maggiore – anche se di poco – solo alla Grecia, un altro Paese con valori di disoccupazione e di caduta del Pil che è di -15% dal 2007.
Inoltre se si eliminasse l’apporto degli stranieri, fra i quali lavorano circa il 44%, emergerebbe che i cittadini italiani effettivamente in occupazione sono poco più di uno su tre.
ETÀ ELEVATA DELLA POPOLAZIONE E POCHE DONNE AL LAVORO. L’anomalia italiana ha molte cause. Una ragione fondamentale è l’età media elevata della popolazione.
L’italiano di mezzo oggi ha 43,8 anni. Uno dei livelli più alti al mondo con il Giappone (45,4 anni) e la Germania (45,3).
Un’altra causa scatenante è data dalla partecipazione delle donne al lavoro, fra le più basse dei Paesi avanzati.
Nei dati di disoccupazione ufficiale che segnano l’Italia migliore di Spagna e Grecia non appaiono dunque tutti quei casi di cassaintegrati, prepensionati, falsi invalidi, giovani scoraggiati, donne a casa con figli.
CRESCIUTO L’EXPORT ITALIANO NEL MONDO. Unica nota positiva è che, nonostante l’alta disoccupazione, l’export italiano nel mondo nella prima metà del 2012 è cresciuto, in proporzione, circa quanto in Germania.
Questo perchè l’impegno professionale degli italiani lavoratori  è più forte che nella media europea.
Ma questo potrebbe non bastare, come ha insegnato l’economia in passato.
Infatti nonostante il successo delle vendite all’estero, al 2007 l’Italia è calata come due dei Paesi tutelati dal programma di salvataggio dell’Europa e del Fmi, ovvero l’Irlanda e il Portogallo.
Non resta che sperare che la riforma Fornero vada a mutare queste anomalie, cause che hanno contribuito a devastare le enormi potenzialità e risorse produttive del nostro Paese.