Antonietta Demurtas

Le garibaldine

08 Marzo 2011 07.54
Like me!

Quando si dice Risorgimento si pensa a Giuseppe Mazzini, Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Massimo D’Azeglio, Carlo Pisacane, Vittorio Emanuele II. Se si nominano i carbonari la mente va subito ai valori patriottici e liberali dell’associazione segreta che ai primi dell’Ottocento gettò le basi per l’unità d’Italia (vai alla gallery sulle donne del Risorgimento).
Sono questi i padri della patria, le cui prodezze sono descritte in tutti i libri di storia e che il 17 marzo il Paese ricorderà a suon di inni e fanfare. Ma le madri della patria? Se oggi si parla delle giardiniere, in quanti pensano alle eroine che lottarono al fianco dei garibaldini?

Le protagoniste invisibili dell’unità

Patriote in una società come quella ottocentesca che affidava alla donna sostanzialmente i ruoli di moglie e di madre e che invece si misurò con personalità del calibro di Anita Garibaldi, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Antonietta De Pace, Olimpia Rossi Savio, Tonina Masanello in Mariniello, Maria Clotilde di Savoia.
Donne che si vestivano da uomo per partecipare all’impresa dei Mille, scendevano in piazza durante le Cinque giornate di Milano, aprivano le porte dei loro salotti per accogliere i pensatori e permettere ai patrioti di organizzare piani di liberazione. E rischiavano la vita passando il confine per portare in mezzo alle loro vaporose capigliature messaggi cifrati.
«Le prime che iniziarono a lavorare per diffondere le idee liberali furono proprio loro», racconta Bruna Bartolo, l’autrice di Donne del Risorgimento. Le eroine invisibili dell’unità d’Italia (Ananke edizioni).

Le giardiniere e i loro salotti carbonari

Donne in genere appartenenti alla nobiltà o all’alta borghesia, attive nel preparare il diffondersi dell’insurrezione e per questo spesso sottoposte a duri interrogatori, schedate e spiate. A Milano, i salotti dell’alta società definiti ‘giardini’ erano animati da donne, le giardiniere appunto, come Bianca Milesi, cugina Matilde Dembowski, la contessa Teresa Confalonieri, Teresa Agazzini, Amalia Cobianchi, Camilla Fé, che spesso erano sorvegliate dalla polizia austriaca.
ARTISTE E SALOTTIERE. Tra loro c’era la contessa Maria Gambarana Frecavalli, una nobile staffetta che tra i suoi capelli portava i messaggi che i congiurati lombardi si scambiavano con quelli del regno di Sardegna.
Bianca Milesi, borghese, pittrice e femminista, fu una donna battagliera, allieva di Canova e amica di Hayez, che non solo disegnò l’emblema tricolore del battaglione Minerva nel quale si arruolarono gli studenti di Pavia ma arrivò addirittura a inventare la cosiddetta carta stratagliata con cui i congiurati comunicavano secondo il sistema crittografato. Un foglio di carta bianco con dei tagli orizzontali che permettevano di leggere messaggi segreti in testi apparentemente normali.

Tonina Masanello, la guerriera di Garibaldi

Ma non erano solo messaggere e consigliere, le donne del Risorgimento erano anche combattenti disposte a perdere la vita in battaglia. La padovana Tonina Masanello in Marinello si travestì da uomo per combattere al fianco dei garibaldini, che raggiunse in Sicilia dopo la loro trionfale partenza da Quarto. A lei, eroina dell’impresa dei Mille, il poeta Francesco Dall’Ongaro dedicò dei versi per encomiarne le gesta.
ANTONIETTA PORZI SUL GIANICOLO. A tagliarsi i capelli e indossare la tenuta di bersagliere per seguire il marito in battaglia fu l’eroina di Foligno, così Giuseppe Garibaldi nominò Colomba Antonietta Porzi, a cui fu anche dedicato un busto fra le statue dei patrioti sul Gianicolo.
Nel 1848 il marito aderì alla Repubblica Romana e Colomba lo seguì prima nello scontro contro le truppe borboniche nella Battaglia di Velletri (1849) e di Palestrina, e poi a Porta San Pancrazio a Roma, dove perse la vita sotto il fuoco dell’artiglieria francese.
LA CASA DI GIUDITTA A TRASTEVERE. A morire sotto la mano dei soldati pontifici fu invece Giuditta Tavagni Arquati che trasformò la sua casa di Trastevere nella dimora dei patrioti. Ed è proprio partecipando ad una riunione per organizzare la rivolta che fu uccisa dagli zuavi. Era incinta del quarto figlio, con lei morì anche il marito e il loro giovane figlio.
Insomma donne che sacrificarono la loro vita ma a cui spesso si attribuiva una bramosia di potere, una volontà narcisistica di apparire imbellettate nei salotti importanti più che un vero spirito patriottico.

Garibaldi: «Con loro una nazione non può morire»

Eppure nella sua casa milanese, per esempio, Clara Maffei non solo ospitava i patrioti come Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi e Giovanni Prati, ma raccoglieva i fondi per finanziare armi e munizioni utili nella battaglia delle Cinque giornate. Un ruolo culturale e pratico che pochi le riconoscevano.
ICONA TORINESE. Come quello che impegnava Olimpia Rossi Savio, l’icona torinese dei salotti risorgimentali.
Nel 1859 perdette due figli durante la seconda guerra di indipendenza e sempre si adoperò per sostenere la causa, tanto che nel 1862 Garibaldi, al suo arrivo a Torino, la salutò come ‘madre del Risorgimento’.
Determinata, forte e battagliera come un’altra mamma che nelle lotte risorgimentali perse ben 4 dei suoi 5 figli, il quinto divenne poi il primo ministro italiano. È la milanese Adelaide Cairoli che, nonostante il dolore, continuò a finanziare i giornali patriottici e ospitare nel suo salotto politico uomini di cultura e combattenti. Di lei Garibaldi disse: «L’amore di una madre per i figli non può nemmeno essere compreso dagli uomini. Con donne simili una nazione non può morire».

Le donne e l’unità attraverso le riforme

A informare, raccontare e animare la causa piemontese con incontri tra intellettuali e corrispondenze era anche Costanza D’Azeglio, cognata di Massimo D’Azeglio, che scriveva lettere al figlio Emanuele, diplomatico di Cavour e come una cronista raccontava ciò che stava succedendo a Torino.
LA RIFORMISTA. Perché l’unità d’Italia non era solo una vittoria da raggiungere sul campo, a esserne convinta era la patriota monarchica Giulia di Barolo, che oltre ad amministrare le sue tenute, si occupò della riforma delle carceri e lavorò perché il processo di unificazione passasse attraverso le riforme sociali.
Il palazzo dei Barolo, nel centro di Torino, apriva ogni mezzogiorno le sue porte per ospitare i poveri e la sera diventava luogo d’incontro per i grandi del regno, come Cavour, Cesare Balbo, Massimo D’Azeglio, il conte Solaro della Margherita, de Maistre, ambasciatori e letterati.
L’EROINA DI GALLIPOLI. Al Sud tra le donne risorgimentali spicca la repubblicana Antonietta De Pace. Conosciuta come l’eroina di Gallipoli, partecipò in prima fila all’impresa garibaldina fino a festeggiare la liberazione di Napoli entrando in città a cavallo insieme con Garibaldi. Con lo pseudonimo di Emilia Sforza Loredano fu la mediatrice dei primi collegamenti tra i mazziniani pugliesi e quelli di altre regioni, e lottò contro i Borboni fino all’arresto ed alla reclusione in un penitenziario napoletano (1855).

Cavour e i sacrifici al femminile

A mettere il suo destino a servizio della Patria fu anche Maria Clotilde di Savoia, chiamata poi la ‘santa di Moncalieri’. Figlia di Vittorio Emanuele II, voleva farsi suora, ma accettò di sposare il cugino di Napoleone III, Girolamo Napoleone.
A chiederle il sacrificio fu Cavour che attraverso una alleanza matrimoniale voleva Napoleone III al fianco del Piemonte nella guerra contro l’Austria.
L’AMANTE DELL’IMPERATORE. Un obiettivo che Cavour cercò di perseguire in tutti i modi, chiedendo l’aiuto anche di un’altra donna: alla contessa di Castiglione chiese di diventare l’amante dell’imperatore.
Un invito che fu accettato volentieri dalla contessa: famosa per la sua bellezza e il libertinaggio, divenne per un breve periodo, dal 1858 all’inizio del 1859, la stella di Francia.
IL RISCHIO DI CUCIRE IL TRICOLORE. Vedova di un patriota e donna di Mazzini fu la milanese Giuditta Bellerio Sidoli, che conobbe il fondatore della Giovine Italia durante l’esilio marsigliese, dopo i moti di Modena del 1831 durante i quali marciò per le strade della città  invitando la popolazione a sventolare il tricolore.
Bandiere che lei stessa cucì, rischiando di essere così condannata a morte. Nel 1850 si trasferì a Torino, la città più liberale dell’epoca, ed è qui che aprì il suo salotto ai patrioti piemontesi.

Cristina Trivulzio di Belgiojoso: paladina del progressismo

Una delle rappresentanti più eclatanti del Risorgimento fu Cristina Trivulzio di Belgiojoso: giornalista, viaggiatrice e femminista, oltre che paladina del progressismo e dell’unità nazionale intellettuale. Fu lei ad organizzare le truppe a Napoli per contribuire alle Cinque Giornate di Milano, a Roma fu poi nominata da Mazzini direttrice responsabile della ‘ambulanze’, gli ospedali provvisori aperti in alcune chiese romane per accogliere i feriti dei combattimenti durante gli scontri del 1849.
L’AMICIZIA CON ERNESTA BISI. A introdurla nel mondo liberale fu la sua insegnante di disegno, la giardiniera Ernesta Bisi, che le presentò molti patrioti di cui lei sovvenzionò le insurrezioni accogliendo intellettuali liberali e facoltosi nei suoi salotti.
Un’ospitalità spesso nel mirino della polizia austriaca, che la portò ad essere perseguitata e a trasferirsi a Genova, città allora più aperta alle idee liberali, per poi scappare a Parigi, dove continuò nella sua opera di mediazione ospitando gli esuli italiani che dopo i moti di Modena si erano rifugiati a Parigi.
FONDA LA GAZZETTA ITALIANA. Amica del generale LaFayette, ma anche del musicisti Chopin e dello storico Thierry, fu spesso definita la principessa snob per i suoi raduni intellettuali.
Nel 1845 fondò a Parigi La gazzetta italiana, che spediva in Italia di contrabbando. Viaggiatrice per passione e necessità, si trasferì per otto anni in Oriente quando nel 1849, dopo la caduta della repubblica romana fu accusata dagli ambienti reazionari di aver assoldato prostitute come infermiere.

L’eroina per eccellenza: Anita Garibaldi

Infine la più conosciuta eroina del Risorgimento italiano: Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, ovvero Anita Garibaldi, la sposa dell’eroe dei due mondi che conobbe nel 1839 e del quale diventò amante, sposa, madre dei suoi figli e compagna di tutte le sue battaglie.
Anita dedicò la sua vita alla libertà e all’indipendenza dei popoli. Per non lasciare il marito si travestì da uomo, si tagliò i capelli, indossò l’uniforme e con lui combattè il nemico sino alla fine. Provata dai combattimenti e indebolita dalla quinta gravidanza, esalò l’ultimo respiro tra le braccia del marito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *