“Le ore piccole” e il pensiero poetico di Lanaro

Cesare Galla
13/05/2020

L'importanza del tempo. La musicalità della struttura. Analisi dell'ultima raccolta di versi dello scrittore vicentino.

“Le ore piccole” e il pensiero poetico di Lanaro

Se l’autore stesso, Paolo Lanaro, definisce la sua ultima raccolta di versi un «piccolo concerto esistenziale fatto di svariati movimenti», a maggior ragione si può considerare questo libro anche come una partitura. La musicalità della struttura discende dalla sua articolazione in movimenti – sono sette, proprio come nel più enigmatico e visionario dei tardi Quartetti di Beethoven, l’op. 131 in Do diesis minore – ma soprattutto dal costante riferimento al tempo, l’elemento cardine della musica e della vita. Che è insieme dato oggettivo, sviluppato anche ritmicamente, e sensazione personale, percorso esistenziale. La volontà di esplorare e saggiare questa duplicità è chiara fin dal titolo. Perché Le ore piccole (Il Ponte del Sale, pagg. 92, € 16, con una postfazione di Fabio Pusterla) sono solo marginalmente quelle della vita sregolata e notturna. Esse scandiscono piuttosto il percorso in questo libro del pensiero poetico di Lanaro, che si sviluppa per piccoli ma decisivi spostamenti temporali, come l’ombra generata dallo gnomone di una meridiana. Una linea sfuggente eppure precisa. E non a caso la copertina del volume riproduce la stilizzazione di un orologio solare polacco di epoca medievale.

UN’INTRINSECA CONNOTAZIONE MUSICALE

Il percorso di queste poesie ha quindi in effetti un’intrinseca connotazione musicale: conosce uno sviluppo ed elaborazioni di vario genere prima di concludersi, dopo avere scandito momenti caratterizzanti dentro a ciascuna composizione, dentro a ciascuna sezione (o movimento), all’interno del lavoro nella sua interezza. Il cuore del libro sta ovviamente nella sezione che gli dà il titolo. Sono dieci Variazioni – continuiamo con il parallelismo musicale (anche nel Quartetto op. 131 il baricentro dell’opera è costituito da una serie di Variazioni) – contrassegnate secondo l’orologio, verrebbe da dire il cronometro, dalle 7,45 alle 24. Il dato saliente, esteriore ma corrispondente a una questione tutta interiore, è l’improvviso frangersi del linguaggio di Lanaro dentro a una sintassi più che libera, quasi anarchica. Le parole delineano una sorta di flusso di coscienza insieme drammatico e astratto, senza barriere sintattiche, prosodiche, di punteggiatura. Il ritmo preciso e compiuto, abituale nei versi dell’autore vicentino, risulta in qualche modo rivoluzionato al punto che questa sezione sembra delineare l’abbandono degli schemi linguistici (musicalmente: armonici) ben rodati ancorché tutt’altro che banali, anzi spesso sofisticati, che caratterizzano i movimenti precedenti. La rinuncia alle eleganti rotondità timbriche della scrittura.

Le immagini si sovrappongono, i pensieri scartano in tensioni espressive di complessa trama percettiva

Le immagini si sovrappongono, i pensieri scartano in tensioni espressive di complessa trama percettiva. Sembra la citazione a suo modo “archeologica” di una certa avanguardia anni Sessanta, ma probabilmente è soprattutto qualcos’altro: è il frutto di una ricerca espressiva tutta interiore sulla parola e sulle sue risonanze, implicazioni, dimensioni semantiche. È la continuazione del discorso svolto nelle prime cinque sezioni, ovvero movimenti, con altri strumenti e secondo un linguaggio quasi percussivo. In realtà, neanche in questi versi talvolta aspri Lanaro abbandona la stella polare della sua poesia, la capacità di contemplare il mondo e di metterlo a confronto con i suoi pensieri, in un incessante lavorìo di speculazione che non sapremmo definire altrimenti che filosofico. E di tenere sempre l’uomo – meglio, l’Io – come centro di una meditazione a ciglio asciutto, disillusa ma raramente drammatica, anzi spesso contrassegnata dall’ironia di chi davvero riesce a considerare il mondo e il tempo come se li guardasse da fuori, da un’altra dimensione.

UN INTENSO VIAGGIO INTERIORE

Il tutto avviene in questa raccolta non tanto nella misura del crescendo musicale, evocata da Pusterla, quanto piuttosto nella costruzione di una raffinata tavolozza armonica e timbrica, che movimento dopo movimento costruisce la tinta espressiva di ogni parte e dell’insieme e dunque le segrete risonanze delle parole e delle immagini. Fino ad arrivare al fascino della Coda, la poesia conclusiva dell’ultimo movimento intitolato “Supplementi del Continuo” (che è termine psicologico, filosofico, scientifico ma anche sonoro). Musicalmente, l’approdo alla tonica dopo un lungo peregrinare in tonalità anche molto lontane, ma profondamente suggestive. È il flash conclusivo del viaggio interiore disegnato dall’intera raccolta, una visione di Vicenza in fiamme come l’omerica Troia, con un Enea nostrano in fuga, forse dalle devastazioni dei bombardamenti alla fine della Seconda guerra mondiale, forse da qualche catastrofe prossima ventura, sperabilmente distopica. Ed è anche l’approdo a una dolorosa ma non rassegnata consapevolezza di ciò che eravamo e continuiamo ad essere e di ciò che può aspettarci: «E mai mi verrebbe in mente di essere / in un poema, ma in un disastro causato / da idioti, tutti appartenenti, senza /distinzioni al genere umano».