Le Signore del dohyo

Redazione
19/10/2010

di Giuliano Di Caro I giapponesi hanno un sogno: che il sumo, sport tradizionale nipponico, sia finalmente incluso nella lista...

Le Signore del dohyo

di Giuliano Di Caro

I giapponesi hanno un sogno: che il sumo, sport tradizionale nipponico, sia finalmente incluso nella lista delle discipline olimpiche. Ma tocca pazientare per vedere i colossi di carne, interpreti di un rituale vecchio di 1.000 anni, affrontarsi all’ombra dei cinque cerchi. 
Il paletto più significativo lo impose il Cio, Comitato olimpico internazionale, nel 1994: nessuno sport praticato soltanto da uomini (o da donne) è degno dell’investitura olimpica. Maschi e femmine, o non se ne fa niente. Così, con altrettanto olimpica calma, negli ultimi 15 anni gli appassionati e i presidenti delle federazioni hanno costruito un vitale movimento internazionale di sumo femminile. Sufficientemente worldwide, sperano, da poter bussare alla porta dei burocrati del Cio con un piano credibile.
«Per prima cosa dobbiamo combattere i pregiudizi legati a questo sport» ha spiegato a Lettera43 l’olandese Stephen Gadd, segretario della European Sumo Union. «Non si tratta di corpi obesi e malsani, bensì di fisici allenati, risultato di uno stile di vita salutare: esattamente il contrario dell’apologia del sovrappeso».

Domina l’Europa dell’Est

Per le donne esistono otto categorie differenti, dalle under 65 chili alle over 80». La federazione internazionale di sumo, l’Ifs, conta oggi 87 Paesi membri. «Nazioni in cui stiamo investendo sulle combattenti del futuro, sotto i 40 chili e i 21 anni. È così che si crea un movimento autenticamente globale, puntando sui giovani».
Ma il peso non è l’unico stereotipo da abbattere. L’altro, già in crisi, è quello dello strapotere nipponico. I professionisti giapponesi del sumo maschile, l’ozumo, letteralmente “grande”, non conoscono quasi rivali in giro per il mondo. Per le donne invece è tutta un’altra storia.
La disciplina femminilein giapponese shin sumo, “nuovo”, è dominata dalle lottatrici dell’Est Europa: Russia, Ucraina, Polonia e Bulgaria. «Atlete che hanno una struttura fisica imponente, più massiccia rispetto alle combattenti degli altri Paesi» ha spiegato Gadd. Agli ultimi campionati del mondo di Varsavia erano tantissime le partecipanti giapponesi. Ma quasi tutte le medaglie sono andate alle Est europee, come l’ucraina Alina Boykova.
Se le federazioni amatoriali femminili di Francia, Germania e altri Paesi occidentali esprimono al massimo una decina di atlete per nazione, gli Stati Est europei vantano un centinaio di lottatrici a testa. Ma che c’entra il sumo con le ucraine, le polacche e le bulgare?
«La molla è stata la voglia di viaggiare, l’apertura al resto del mondo di donne che per anni non hanno potuto muoversi liberamente in Europa. Per loro il sumo è stata una grande occasione individuale. E i governi dell’Est hanno investito denaro statale per far crescere il movimento: lo sport è un potente strumento di promozione». D’altronde, vista la scarsità di sponsor privati, il sumo in rosa può fiorire soltanto dove lo Stato investe.

Giappone, tra pregiudizi e modernità

Anche il Giappone ha però la sua promessa del sumo rosa: Yuka Ueta, 18 anni e 125 chilogrammi di peso, ha iniziato a 10 anni. Ed è una delle figure simbolo dello sforzo nipponico per attirare le donne verso lo sport nazionale. Eppure qualche chilo in più del lecito ce l’ha, con buona pace della retorica del corpore sano.
Quando nel 1996 venne creata in Giappone la Women’s Sumo Federation, le donne del Sol Levante pagarono lo scotto della tradizione: nessuna donna può toccare il “sacro ring”, il dohyo, senza “contaminarlo con la sua impurità”. Nel Settecento donne a seno nudo combattevano contro uomini bendati, per il divertimento maschile. Questa usanza è andata perduta, ma è rimasto il retaggio culturale e religioso: ancora oggi il sumo è connotato da un rituale shintoista, interpretato dai combattenti maschi prima dell’inizio degli incontri. «A queste condizioni il sumo femminile professionistico è ancora impensabile in Giappone» ha commentato Gadd.
Ma le ragazze giapponesi che praticano il sumo possono ormai andare all’università proprio grazie a una borsa di studio sportiva. E questa disciplina per signore, sta diventando quasi più brutale e spettacolare di quella maschile. Per la gioia del pubblico.

Le 48 mosse per battere l’avversario

Spettacolo, parola chiave anche per il business. «Il sumo è uno sport avvincente che si adatta perfettamente alle esigenze televisive» ha chiosato Gadd. Le 48 diverse tecniche per spingere il rivale fuori dal cerchio, il bagaglio base dei lottatori, animano scontri che durano in alcuni casi meno di 10 secondi, un minuto al massimo se la battaglia è appassionante e equilibrata.
Un format a misura di piccolo schermo, dunque. Basterà per portare il sumo nelle reti olimpiche di tutto il mondo? «Se il Giappone vincerà la concorrenza per ospitare le Olimpiadi del 2020, allora ci saranno reali possibilità che il sumo diventi uno sport globale». E in caso contrario, energie sprecate? «Niente affatto: presto o tardi, succederà».