Le trentenni? Né capibranco, né sprovvedute

Antonietta Demurtas
02/02/2011

Essere donna e avere trent'anni con lo spettro del femminismo stradaiolo.

Le trentenni? Né capibranco, né sprovvedute

A Elisabetta Grandi, che nel suo editoriale si chiede dove sono le trentenni, rispondiamo: eccone una. In ritardo, ma la trentenne in questione aspettava che le si asciugasse lo smalto.
Certo non riusciamo a rappresentare degnamente quelle grandi donne che lottarono per i nostri diritti. Ma non per questo possiamo continuare a sentire la solita solfa: le ragazze di oggi non scendono più in piazza.
Ebbene sì, ci dispiace darvi questa ferale notizia: il femminismo stradaiolo è un morto che cammina, è un ricordo che non ci può essere rinfacciato ogni giorno se non riusciamo a tenerlo in vita come vorreste.
Siamo donne, oltre le gambe c’è di più, cantavano Sabrina Salerno e Jo Squillo a Sanremo nel 1991. Potrebbe essere questa la colonna sonora di una risposta qualunquista a una domanda ancora più qualunquista: dove sono le trentenni?
Perché le trentenni hanno altro da fare che dimostrare di essere donne, non bambole. Devono cercare di capire perché nonostante tutti quegli anni passati all’università, a frequentare master internazionali in giro per il mondo, a trovare un lavoro, la disoccupazione giovanile è al 29%, alla televisione gli uomini sbavano dietro a un culo (che lo facessero nei loro talami), in piazza le donne con le sciarpe bianche urlano contro un’Italia che si prostituisce, e sui giornali si legge che la mamma di Noemi Letizia, la ragazza di Casoria che per prima chiamò il premier “papi”, riceveva bonifici bancari dal ragioniere di Arcore.
LA STRADA DEL VELINISMO. Dicono che è un problema di modelli, di educazione. E allora ci chiediamo: dov’erano le mamme di quelle ragazze che oggi aspirano a un posto da velina o a un seggio da ‘deputtana’ in Parlamento? Forse erano in piazza a protestare per i loro diritti di donne mentre le loro figlie le aspettavano davanti alla tivù? Forse erano nei loro salotti da femministe radical chic a discutere con le loro amiche le tesi di Emma Goldman mentre le loro bambine guardavano Non è la Rai? E dove sono adesso? Dal chirurgo estetico a cercare di essere più simili alle loro figlie? A combattere il tempo perduto in piazza mentre i loro mariti guardavano Colpo grosso e adesso navigano su Red tube?
No grazie, non è di questo tipo di somiglianza di cui abbiamo bisogno. Né di questo ennesimo scontro tra donne, che ogni volta davanti al conflitto non fanno altro che criticarsi a vicenda, appuntare lettere scarlatte.
Certo è difficile chiedere solidarietà femminile. Per natura noi non siamo come gli uomini che fanno network, che si appoggiano e spalleggiano. Non siamo capibranco. Siamo leonesse, mamme chioccia, amiche fedeli e nemiche determinate. Che vivono la competizione di genere, purtroppo.
Bè ci dispiace ma forse è proprio su questo che dovremmo lavorare. Perché di diritti ne potremmo acquisire ben pochi sulla carta se poi nella vita quotidiana stiamo a farci le pulci ogni minuto.
Certo, a volte anche per onestà intellettuale, per sincerità, acume, capacità di mettersi in discussione, quella che spesso manca agli uomini. Ma così non funziona. Il modello da seguire non è né quello maschile, né quello femminista.
Ci serve un nuovo modello ed è quello che dovremmo forgiare se non fossimo sempre analizzate, processate. Le sessantottine si chiedono: com’è che abbiamo lottato così tanto e oggi loro se ne fregano?
Che scoprissero allora di cosa ce ne frega veramente, per cosa lottiamo, piangiamo e speriamo. Non siamo un esperimento mal riuscito, siamo reali, diverse, perché è diversa la società in cui viviamo.
L’IMMAGINE FEMMINILE. E ci siamo anche rotte di vedere questi uomini che si fanno tronfi solo davanti alle ‘Bocche di rosa’, che ci sbeffeggiano, e perché abbiamo le gonne troppo lunghe e perché le abbiamo troppo corte, e perché parliamo da veterofemministe e perché non parliamo da veline. Uomini che se ne sono sempre, o quasi sempre, fregati della condizione femminile, del tempo flessibile, del congedo parentale, della discriminazione, degli stipendi più bassi, dello stalking, mobbing e shopping curativo, e adesso scendono in piazza per difenderci da Berlusconi.
Grazie, ne siamo onorate, ma non fateci ringraziare mister B per avere fatto prendere atto agli uomini che sono loro ad avere qualche problema con l’immagine femminile, con la propria autocoscienza e autodeterminazione.
Non siamo incomprese, sia chiaro. Forse non vogliamo neanche essere capite. Ma vivere la nostra vita senza essere messe sotto la lente di ingrandimento dalle solite mamme, nonne e zie che non sono mai soddisfatte delle proprie ragazze, desiderose di vederle in grado di realizzare quello che loro non sono riuscite a fare, o perché hanno lavorato troppo, o perché hanno lavorato troppo poco. E ci siamo stancate di dovere sempre difendere il nostro status di donne o, se non lo difendiamo, di sentirci attaccate e tacciate di maschilismo.
Insomma non siamo «trentenni non pervenute», né sprovvedute. Siamo trentenni e basta.