Governo Conte, quali sono i dossier della discordia tra Lega e M5s

19 Giugno 2018 06.00
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Fisco, immigrazione, politica estera, infrastrutture. Il governo giallo-verde è al potere da nemmeno un mese, eppure non passa giorno senza che Lega e Movimento 5 stelle (M5s) mostrino differenze profonde sulle misure più importanti. Ecco quali.

1. L'asse europeo con Orban & co

Matteo Salvini se la sarebbe presa perché Giuseppe Conte, ospite all'Eliseo di Emmanuel Macron, non avrebbe fatto una piega quando il presidente francese ha dichiarato orbi et urbi che sull'immigrazione, in Europa, decidono i capi di Stato e di governo e non i ministri degli Interni. Il leader leghista, dopo aver bloccato lo sbarco della nave Aquarius, ha rafforzato un asse con il suo omologo tedesco Horst Seehofer e il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, per bloccare "l'assedio all'Europa". Sempre Salvini non perde occasione per magnificare le politiche del leader ungherese Viktor Orban in questo campo. Più pragmatico e cauto l'atteggiamento dell'altro vicepremier, Luigi Di Maio.

PRAGMATISMO A 5 STELLE. Già in campagna elettorale il grillino ha abbandonato le posizioni più estreme su euro e Commissione Ue. Soprattutto ha indicato un approccio più dialogante con Bruxelles, dimenticando per esempio le liti di qualche mese fa con il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. L'esecutivo giallo-verde chiederà di ridiscutere i parametri economici e la governance della Ue, ma da parte sua c'è la piena volontà di fare quadrato con «il ministro Tria, che ha rappresentato quale sia la linea economica di questo governo». Ovvero: «Il nostro obiettivo è quello di andare ai tavoli europei per ottenere dei margini per fare investimenti e riforme in Italia. Noi andremo a quei tavoli come Paese fondatore». Da notare poi l'uscita del presidente della Camera, Roberto Fico, sul premier ungherese amico di Salvini: «Se Orban non vuole le quote deve essere multato».

Migranti, la visita di Conte a una Merkel commissariata

Il premier in Germania in un momento di grande debolezza della cancelliera. Stretta nell’angolo dai bavaresi e isolata nell’Ue, è costretta a cedere alla destra del blocco di Visegrad. A meno di una crisi di governo.

2. La tentazione del condono tombale

Ai grillini non è mai piaciuta la Flat tax. Tanto che, se mai vedrà la luce nel 2018, la tassa piatta partirà soltanto per le aziende (seguendo un modello già portato avanti dai governi del Pd) e soltanto l'anno prossimo sarà estesa alle famiglie. Ma con due aliquote e tante detrazioni e deduzioni per salvare la progressività dell'Irpef. Se si è trovato un compromesso su questo fronte, è sulle coperture che si litiga. Dai Cinquestelle si è dato subito il via libera al ministro dell'Economia Giovanni Tria, che ha studiato di recuperare fondi cancellando alcuni incentivi "inquinanti", come quelli per il carburante usato in agricoltura.

IL PROBLEMA DELLE COPERTURE. Gian Marco Centinaio, titolare della Politiche agricole, ha a stretto giro bocciato la proposta. Soprattutto leghisti e grillini litigano sulla madre di tutte le coperture: quel provvedimento di pace fiscale che dovrebbe far recuperare 60 miliardi in due anni e finanziare Flat tax e reddito di cittadinanza. Una volta al governo, la maggioranza ha scoperto che i tributi non riscossi ancora esigibili ammontano a 50 miliardi e sono difficilmente aggregabili. Da qui l'idea leghista di un condono fiscale, che però il Movimento 5 stelle ha bocciato pubblicamente.

3. Il pugno duro sull'immigrazione

Incontrando prima Macron a Parigi e poi Angela Merkel a Berlino, Conte ha richiamato i partner europei a un maggiore coinvolgimento nella gestione dell'immigrazione. Il premier ha poi annunciato la sua proposta da portare al prossimo Consiglio europeo del 28 giugno, che prevede il superamento dell'accordo di Dublino e ricalca poi quanto scritto dai Cinquestelle nel loro programma sulla creazione degli hotspot nei Paesi africani di partenza.

L'ALT DI TONINELLI. Soprattutto Conte non ha mai rilanciato i piani di Salvini come la chiusura dei porti o il blocco navale. E se nei giorni della crisi della nave Aquarius il grillino, e presidente della Camera, Roberto Fico, ha ospitato a Montecitorio rappresentanti di alcune Ong, il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha smentito l'ipotesi della chiusura dei nostri scali.

4. La chiusura dell'Ilva di Taranto

In campagna elettorale Di Maio ha fatto suo il mantra del Movimento e promesso una riconversione dell'Ilva in chiave ambientale: spegnere l'inquinante altoforno e farlo ripartire alimentato da energie rinnovabili. Una posizione che secondo gli esperti di questioni industriali si tradurrebbe nella morte dell'acciaieria tarantina.

DI MAIO SI AMMORBIDISCE. I suoi compagni del Movimento sono ancora della stessa opinione, ma da ministro del Lavoro Di Maio ha ammorbidito le sue posizioni: infatti ha riallacciato i rapporti con i commissari (che dovrebbero essere prorogati), i sindacati e il governatore pugliese Michele Emiliano. Su questa partita la pensa diversamente Salvini. In visita a Brindisi ha spiegato: «Non siamo qua per distruggere, per chiudere, per far saltare posti di lavoro anzi, vogliamo però coniugare lavoro e sviluppo», così come «lavoro e salute possono marciare insieme».

5. Il completamento delle grandi opere

Barbara Lezzi ha concesso soltanto che sul Tap l'Italia ha firmato un trattato internazionale che va in direzione opposta ai desiderata grillini. Ma per il ministro del Sud, pugliese di Lecce, il gasdotto che porterà in Europa il gas azero non deve passare per la sua Regione. «Abbiamo fatto una battaglia molto rigorosa contro questa opera», ha dichiarato a Porta a Porta, «dovrebbe sorgere in una zona ad alta vocazione turistica che, quando arriverà il Tap, perderà». Il ministro ha poi stigmatizzato la «cabina di depressurizzazione che occuperà 12 ettari». Una decina di giorni prima Salvini, in tour elettorale nella Regione meridionale, aveva espresso una linea totalmente diversa: «Vogliamo coniugare lavoro e sviluppo. Questo lo si può fare a Taranto, in Salento, a Brindisi, pagare meno l'energia sarà fondamentale per famiglie e imprese».

DAL TAP ALLA TAV. Stesse sovrapposizioni tra pentastellati e Carroccio si registrano sulle altre grandi opere. Toninelli prende tempo e annuncia una verifica per capire l'utilità della Tav, che in campagna elettorale il M5s aveva promesso di far saltare. Dalla Lega Centinaio, fedelissimo del segretario, ha scandito: «Io penso che la Tav serva». I due alleati di governo poi sono lontani anche sul completamento della Pedemontana o sul Terzo Valico a Genova.

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