Il Russiagate e la guerra nella Lega tra Salvini e Tosi

Redazione

Il Russiagate e la guerra nella Lega tra Salvini e Tosi

L'inchiesta sui presunti finanziamenti in realtà viene da lontano. Ed è l'ultimo tassello della battaglia tra il segretario e l'ex sindaco di Verona giocata a Mosca da Gianluca Savoini e Antonio Fallico. Come raccontato nel 2015 da "I potenti al tempo di Renzi" di Luigi Bisignani e Paolo Madron. Un estratto.

12 Luglio 2019 15.52
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Il Russiagate che è esploso nella Lega in realtà parte da lontano. Dalla guerra interna al partito tra Matteo Salvini e Flavio Tosi, ex sindaco di Verona, defenestrato dal Carroccio nel marzo 2015. Una faida che si giocò prima che in casa, proprio a Mosca. L'”ambasciatore” di Salvini era Gianluca Savoini, ora indagato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano. A fianco di Savoini, Irina Osipova, presidente di Rim, associazione di Giovani italorussi, fan di Vladimir Putin e ben vista dalle parti dell’ambasciata russa a Roma. Tosi, invece, poteva contare sul supporto di Antonio Fallico, da oltre 30 anni potentissimo plenipotenziario di Banca Intesa a Mosca. Questa “guerra” è stata ricostruita da Paolo Madron, direttore di Lettera43.it, e Luigi Bisignani nel libro I potenti al tempo di Renzi (Chiarelettere) del 2015, di cui pubblichiamo un estratto.

La copertina di I potenti al tempo di Renzi di Luigi Bisignani e Paolo Madron (Chiarelettere).

Mentre Salvini lavora a costruire la leadership del centrodestra, con alleanze tra le più varie, al contempo cerca i modi per rimpinguare le casse del partito. Solo che la vera battaglia, che ha come posta in gioco la sopravvivenza della Lega, non si svolge in Padania, bensì sulla piana del Volga.

La guerra tra Salvini e Tosi che ha portato all’uscita di quest’ultimo dal partito non è cominciata né in Lombardia né in Veneto. È a Mosca, e intorno a una cascata di rubli, che i due si sono combattuti. Insomma, ben prima dello scontro in casa, nella Capitale russa già da tempo si fronteggiano due Leghe.

Una guerra che non si combatte solo per i soldi, ma anche per chi si intesta la bandiera dell’imprenditoria italiana, drammaticamente colpita dalle sanzioni alla Russia, verso la quale l’esportazione di beni era superiore ai 10 miliardi di euro.

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Una foto tratta dal sito web Lombardiarussia.org mostra Gianluca Savoini con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini a Mosca.

TOVARISH FALLICO E IL GERARCA SAVOINI

PAOLO MADRON: In questo Salvini è in totale contrapposizione con Renzi, che invece le sanzioni le ha cavalcate.

LUIGI BISIGNANI: Salvini sostiene che le sanzioni rispondono esclusivamente agli interessi della lobby atlantista che domina l’Europa. Un suo fedelissimo ha addirittura fondato Amici di Putin, un’associazione interparlamentare con lo scopo dichiarato di «uscire dall’impasse causata dall’assurda guerra economica che il governo italiano ha ingaggiato con il Cremlino».

E la testa di ariete di Salvini, Gianluca Savoini, nel 2014 si fece anche promotore di un appello per salvare la buona reputazione dell’amico Putin. Curiosa storia quella di Savoini: era capo ufficio stampa della Regione con Maroni, poi è caduto in disgrazia, oscurato dall’astro di Isabella Votino, la fascinosa assistente del governatore lombardo, per poi essere relegato a Europolis, una società collegata alla Regione.

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Se Savoini è uno degli ambasciatori di Salvini, Tosi, in quanto a uomini sul campo, non è certo da meno. Il suo asso nella manica è Antonio Fallico, da oltre 30 anni plenipotenziario di Banca Intesa a Mosca.

Personaggio dalle mille facce questo Fallico. Cambiano gli amministratori delegati, cambiano i consigli d’amministrazione di Banca Intesa, ma tutti hanno paura di metterlo in discussione. Non c’è affare italiano in Russia dove non lasci la sua impronta.

Il rapporto con i russi gli deriva dalla vecchia militanza nel Partito Comunista. Fallico è un siciliano di Bronte, compagno di scuola e amico di Marcello Dell’Utri che lo introdusse a Berlusconi. Un pezzo da novanta. Uno che, alleato con Tosi e i suoi progetti, può rischiare di stravolgere i nuovi assetti della Lega salviniana.

Matteo sa che deve portarlo assolutamente dalla sua parte, costi quel che costi. È l’unico che gli fa davvero paura. Non dimentica che è stato il rappresentante del colosso Gazprom in Italia e che ha fatto da intermediario tra Berlusconi e Putin grazie alla perfetta conoscenza del russo.

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Ha fatto anche incontrare il presidente Dmitrij Madvedev con Romano Prodi, e ha anche accompagnato il padrone del colosso energetico di Stato Rosneft, Igor Ivanovich Sechin, a fa passerella con Tosi tra i gradoni dell’Arena di Verona.

Antonio Fallico, numero 1 di Banca Intesa Russia.

Ha ragione Salvini a temerlo. Fallico vorrebbe accreditare Tosi come uomo di riferimento della Lega per Putin; perciò non esita a usare tutte le sue conoscenze e i suoi canali al Cremlino per screditare il segretario.

Quali leve avrebbe mosso? Kgb, lobby occulte, intelligence di qualche oligarca?

Una cosa è certa. Ha fatto slittare all’ultimo momento un prestito che una banca russa si apprestava a concedere alla Lega. Questo è sufficiente a dimostrare che senza di lui a Mosca non si muove una foglia, e che Tosi almeno all’ombra di San Basilio può dormire sonni tranquilli.

Ma con quali truppe Salvini pensa di contrastare la «fallica» armata?

Nella «Grande Madre Russia», chi meglio di un «nostalgico fascista»?

Stai scherzando!

Sì. Ma non troppo. È sempre Gianluca Savoini, Gianlu, come lo chiamano gli amici, colui che deve dialogare, per conto di Salvini, con il Cremlino. Per uno che teneva sulla scrivania il busto del duce e ha la passione per il Terzo Reich, che vuoi che sia contenere un Fallico qualunque?

E gli altri reduci chi sarebbero?

Un esercito di volontari, composto da artigiani, venditori ambulanti piccoli commercianti, che ha costituito a Milano l’associazione Lombardia Russia.

Un po’ poco, un esercito di Franceschiello.

Irina Osipova, presidente dell’associazione dei giovani italo russi Rim.

Sì, ma Gianlu ha una carta segreta, una donna.

Cherchez la femme. Figurati se quando si parla di Russia non salta fuori qualche misteriosa bionda.

La bionda si chiama Irina Osipova, presidente di Rim, un movimento di giovani italorussi, ed è praticamente sempre a fianco degli esponenti leghisti nei loro viaggi a Mosca e in Crimea.

Ma dove si è formata?

È una ben conosciuta presso l’ambasciata russa a Roma, Villa Abamelek, sul Gianicolo, dove apprezzano molto le sue interviste in cui dichiara l’incondizionato amore per Putin. Si è laureata in Scienze politiche a Roma, e ora fa la spola tra l’Italia e Mosca, accusando l’Occidente di fare sistematica disinformazione.

Spero che oltre a Gianlu e a questa «dama bionda», ci sia qualcun altro a tenere le fila della rete estera di Salvini.

Un ruolo sempre più importante lo riveste Lorenzo Fontana, un eurodeputato di Verona che, agli occhi del capitano, ha il grande merito di aver girato le spalle a Tosi. Nonostante che il sindaco, per ripagarlo della fedeltà, prima di portarlo in politica lo fece assumere come impiegato alla Fiera di Verona.

Fontana, uno che dalla curva del Bentegodi, non perde una partita dell’Hellas Verona, grande mangiatore di Nutella e lettore entusiasta di Vittorio Feltri, è l’ombra di Salvini nelle sue trasferte all’estero. Gli fece conoscere Marine Le Pen quando ancora non era segretario della Lega.

Qualche volta però si distrae. Come capitò a Lione dove, dopo ave accreditato con tutti gli onori il suo segretario al congresso del Front National, lo perse di vista, per ritrovarlo in una camera dell’albergo.

A dormire?

No, però a letto, a disposizione del fotografo di Oggi che scattava le immagini del famigerato servizio che lo ha fatto diventare suo malgrado un’icona gay.

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