Lega sente la sconfitta

Alessandro Da Rold
03/02/2011

Le divisioni del Carroccio dopo il federalismo.

Più che sul governo, sul partito. Il pareggio in bicamerale sul federalismo municipale non ha effetti immediati su un esecutivo appeso più che altro al caso Ruby, ma ne avrà sulla Lega Nord, il partito padre della riforma federalista. Certo, come tendono a sottolineare alcuni leghisti, il parere in commissione non è vincolante e quindi il federalismo continuerà il suo corso, dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri con un decreto legislativo.
LA DEBOLEZZA DEL CAPO. Ma il messaggio che arriva da Roma, sulla madre di tutte le riforme, suona molto stonato. Sia perché l’elettorato leghista è poco incline a comprendere tecnicismi parlamentari, sia perché questa volta il leader Umberto Bossi ha mostrato tutta la sua debolezza. Restare al fianco di Silvio Berlusconi, in questi mesi di difficoltà, non ha pagato dal punto di vista politico e il ministro per le Riforme non ha saputo neppure arginare le affermazioni di un colonnello come Roberto Maroni che aveva già annunciato un aut aut sul voto di giovedì 3 febbraio (leggi l’articolo).
Un ultimatum che non è servito a molto perché la Lega, al momento, non pare proprio dell’idea di abbandonare la nave. Il tutto, mentre l’altro colonnello, Roberto Calderoli, (leggi l’articolo) insieme al ministro dell’Economica Giulio Tremonti si è dannato fino all’ultimo per convincere il finiano Mario Baldassarri a votare a favore o almeno ad astenersi sul decreto (leggi l’articolo). Non è stata solo l’opposizione, infatti, a caricare politicamente un parere non vincolante in commissione. 
LE DICHIARAZIONI DI MARONI. È stato proprio il Capo del Viminale, in barba a quanto detto dal ministro per la Semplificazione che di voto non ha mai voluto sentir parlare, a tracciare un solco indelebile all’interno del Carroccio. «Imbarazzo», è la parola più in voga nella sede di via Bellerio, con i dirigenti che si affannano a sostenere Bossi, cercando di addossare le responsabilità alla solita «canaglia romana». Non è un caso che per tutta la giornata di giovedì 3 febbraio Radio Padania, canale di comunicazione primaria nel partito, abbia sospeso le comunicazioni politiche fino alle 18,30. Lo ha fatto dalle 14, quando la sentenza romana è arrivata, con l’invito da parte del conduttore a leggere il giorno dopo solo il quotidiano la Padania, lasciando perdere il resto dei giornali.

L’ultimo appello, i fucili e la secessione

Come spiegano alcune fonti del Carroccio, non è chiaro in che modo i leghisti affronteranno le prossime giornate di governo. Del resto, basta andare a leggersi le dichiarazioni frammentarie di senatori e deputati, per capire che forse nemmeno il Senatùr questa volta sa che pesci pigliare. C’è chi, come il senatore Piergiorgio Stiffoni, è tornato a parlare «di fucili carichi». Chi invece, come l’ex sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, ha minacciato: «Questo è l’ultimo appello, al prossimo si va al voto». O chi, come Luca Zaia, governatore del Veneto, si dice «sbigottito» per quello che è accaduto.
ATTACCHI A BALDASSARRI. Qualcun altro, come Davide Boni, presidente del consiglio lombardo, sostiene invece che «il voto negativo in bicamerale non rappresenta una bocciatura: la riforma continuerà». L’indicazione pare essere quella di addossare le responsabilità ai finiani, concentrando gli attacchi su Mario Baldassarri. Dice a proposito Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso: «Finalmente si capisce il vero motivo per il quale i finiani sono usciti dalla maggioranza: accertarsi che il federalismo non passi mai».
UN PAREGGIO POCO CHIARO. Ma in questo caso, come fanno notare alcuni esponenti del Carroccio a microfoni spenti, «sarebbe stato meglio perdere». Sì perché il pareggio non è chiaro né agli stessi deputati che dovranno capire come portare avanti la riforma né agli stessi militanti, gli organizzatori delle feste del Carroccio che già cominciano a domandarsi come dovranno comportarsi con l’elettorato. Neppure la sponda offerta da Pierluigi Bersani, segretario del Partito democratico, sembra decollare nell’orbita leghista, anche perché l’asse del Nord e tutto ciò che ne concerne si regge tuttora sull’alleanza con il centrodestra e quindi su Berlusconi. E c’è anche chi ha rispolverato un vecchio leit motiv: la secessione.

Le spaccature interne e la questione di Varese

Mentre il federalismo barcolla a Roma, nel centro di comandi di Varese, da dove provengono i grandi capi leghisti, a parte il bergamasco Roberto Calderoli, continuano a volare gli stracci. È accaduto prima del voto in commissione, con Maroni che ancora mercoledì 2 febbraio dava il governo agonizzante («Non so fino a quando durerà»). Un atteggiamento, quello del Capo del Viminale, che non è piaciuto ad alcuni leghisti, né in particolare a Calderoli, perché responsabile «di un clima poco fecondo in commissione». 
IL CAMBIO DI VOTO DELL’IDV. Non a caso a questo giro, per la prima volta, sia i finiani che l’Italia dei Valori hanno votato contro, quando nelle precedenti votazioni o si erano astenuti o avevano votato a favore. È stato un autogol quello di Maroni? Secondo alcuni falchi del Popolo della libertà il comportamento del ministro dell’Interno avrebbe però un retroscena più profondo. Il custode della Polizia, forse, ragionano alcuni a microfoni spenti, ha già capito quale sarà la fine del presidente del Consiglio sul caso Ruby e quindi il suo sarebbe semplice realismo.
RUGGINI A VARESE. E i battibecchi aumenteranno nel corso dei prossimi mesi. La tornata delle amministrative, con una Lega Nord comunque forte dal punto di vista dei sondaggi, rischia di acuire vecchie ruggini proprio a Varese, dove si corre per la poltrona di sindaco.
Qui i problemi si avvertono sin dalla fine di ottobre, quanto Marco Reguzzoni (leggi l’articolo), capogruppo alla Camera del cerchio magico bossiano, pretese da Bossi il commissariamento del segretario provinciale. Idea a cui si oppose proprio Maroni, che fermò sul nascere la questione durante il consiglio federale.
Ora però Maroni, oltre ai pretoriani del Senatùr, pare essersi fatto nuovi nemici: la fazione bergamasca di Calderoli, che sul federalismo avevano puntato gran parte del proprio futuro politico.