Giovanna Faggionato

Legge di bilancio, il modello di welfare che non funziona

Legge di bilancio, il modello di welfare che non funziona

22 Ottobre 2016 16.00
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Dicono che la legge di Bilancio 2017 sia una manovra «sociale».
Ma cosa significa? Come sono distribuite le risorse? E a favore di chi?
Le cifre scritte sul progetto inviato a Bruxelles e pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) il 21 ottobre 2016 sono chiare: nel 2017, nonostante le proteste dei sindacati sempre più legati agli ex lavoratori, alle pensioni verrà destinato lo 0,110% del Pil.
Alla famiglia lo 0,042, meno della metà. Alla scuola e all’università lo 0,048, in un pacchetto che comprende le assunzioni nella scuola dell’infanzia e le borse di studio assieme al bonus da 500 euro per i 18enni e i contributi alle scuole paritarie.
Al contrasto alla povertà poi è destinato un quarto del contributo ai pensiaonati: lo 0,028, e solo nel 2018.
FRAMMENTAZIONE ACCENTUATA. A tirare le somme sono tre gli elementi degni di nota.
Una sproporzione nella distribuzione delle risorse tra chi ha già smesso di lavorare e chi è in età da lavoro.
La mancanza di investimento sui giovani, nuclei famigliari e figli, cioè su coloro che non hanno sindacati che li rappresentano, non hanno chi lotta per loro e soprattutto lottano poco per se stessi.
E «il metodo»: interventi differenti, realizzati con criteri differenti.
Per dirla con Chiara Saraceno, sociologa della famiglia e da 30 anni studiosa della povertà: «Questo governo ha accentuato gli aspetti di frammentazione, individualistici, la separazione in categorie. E non ha realizzato una politica coerente. Esattamente quello che viene rimproverato al sistema di welfare italiano a livello internazionale».

Un surrogato di politiche del lavoro che non ci sono

Non è una novità.
I continui rimaneggiamenti della riforma Fornero e nuove misure a favore dei pensionati avevano destato l’attenzione dell’Inps già nel 2015.
«Se la sequenza degli interventi di salvaguardia dovesse protrarsi», si legge nel rapporto annuale dell’istituto di previdenza, «emergerebbe con sempre maggiore chiarezza il progressivo cambiamento di obiettivo di queste misure: non un esonero indirizzato in maniera specifica ai lavoratori che si trovano in difficoltà economica negli anni tra la cessazione dell’attività e la percezione della prima pensione a causa delle modifiche introdotte dalla legge n. 214 del 2011 (gli esodati in senso stretto), ma un surrogato di politiche passive del lavoro o di altri istituti di welfare oggi sottodimensionati o assenti per tutelare platee più ampie e non necessariamente, o non tutte, danneggiate in maniera diretta dalla riforma».
E il dubbio che si tratti di un surrogato a quello che non c’è, misure universalistiche di welfare a partire dalle politiche attive del lavoro enunciate nel Jobs act e sparite dal dibattito, oggi prende sempre più forma. 
SPROPORZIONE NELLE RISORSE. Nella finanziaria appena presentata, osserva con Lettera43.it la professoressa Saraceno, «colpisce soprattutto la sproporzione nella distribuzone delle risorse».
Il governo ha scelto di aumentare del 30% la 14esima ai pensionati che hanno un assegno fino a 750 euro al mese.
E di estenderla a chi riceve un assegno tra i 750 e i mille euro.
«Niente di male», osserva la studiosa, «solo che è un contributo assistenziale, il calcolo non è sull’Isee, ma sul reddito individuale, quindi potrebbero esserci altri redditi o rendite» all’interno del nucleo famigliare.
La misura si aggiunge ad altri interventi differenti tra loro, dall’integrazione delle pensioni minime alla pensione sociale, e soprattutto ha soglie diverse da quelle utilizzate nel calcolo della povertà: cioè i criteri a cui dovrebbero ispirarsi tutti gli interventi di lotta alla sofferenza sociale che si tratti di anziani o giovani.
SPERIMENTAZIONE FALLIMENTARE. Alla fine del 2015 si è conclusa la fase di sperimentazione del ‘Sostegno per l’inclusione attiva’.
I criteri scelti per l’assegnazione dei contributi erano così restrittivi che in molte città i fondi non sono stati spesi. Bisognava avere un reddito Isee da 3 mila euro, ma anche aver da poco perso il lavoro o essere un nucleo famigliare con un minore o una donna incinta. 
Il risultato, secondo la sociologa, è che non si incide sulla totalità del problema, né si toglie la povertà degli anziani.

Più di un minore su 10 in povertà, ma per le famiglie un mosaico poco coerente

Le risorse per la lotta povertà, si diceva all’ultima finanziaria, verranno dalla razionalizzazione dell’assistenza e delle detrazioni fiscali, il grande obiettivo, mai centrato, di tutte le spending review.
Ma per ora il piano previsto per il 2017 sembra rinviato all’anno successivo.
Del resto non è una questione di fondi, ma di scelte politiche.
Mentre si offrono 500 euro a tutti i 18enni indiscriminatamente, ci sono 500 mila minori in povertà, l’11% dei minori italiani, più di uno su 10.
La Caritas, non a caso, ha lanciato l’allarme sui giovani poveri e, dice Saraceno, il trend viene da lontano: «La povertà dei bambini ha iniziato ad aumentare alla metà degli Anni 90. E ha effetti di lungo periodo: lascia il segno per una vita intera».
MISURE NON LEGATE AL REDDITO. Sul fronte del sostegno alle famiglie si è proceduto allo stesso modo: tanti interventi differenti e non legati al reddito. Ottocento euro per i nuovi nati, mille euro per l’iscrizione all’asilo (più o meno la retta di tre mesi), 600 euro di voucher per la baby sitter e il bonus bebè, questo sì legato all’Isee, e limitato ai primi tre anni di età.
Tutto positivo, si potrebbe dire, ma ancora una volta è un sistema a mosaico.
«In Francia a partire dal secondo figlio le famiglie ricevono un contributo fino al compimento della maggiore età, lo stesso in Germania o in Belgio. Gli importi e i criteri variano da Paese a Paese, quello che non cambia è l’universalità dei contributi. L’Italia è l’unico grande Paese europeo a fare eccezione. Si limita il contributo ai primi tre anni di età, come se dopo i figli smettessero di mangiare», osserva ironica Saraceno.
«Sa come funziona il contributo per le famiglie numerose? È destinato a chi ha un reddito basso, tre figli almeno, tutti minori, sia mai che scatti per uno la maggiore età».
C’È SEMPRE CHI CADE TRA DUE SEDIE. «Continuando a mettere a punto nuove misure senza un disegno complessivo, ci sarà  sempre chi cade tra due sedie, cioè chi non riceverà sostegno, magari perché è una madre di un bambino di quattro anni e una lavoratrice autonoma».
Un sistema universalistico, invece, valuterebbe le condizioni di tutti.  
E per il supporto famigliare c’è anche una proposta di legge, depositata dal senatore Pd e cattodem Sergio Lepri, che va proprio in questo senso: un’ulteriore conferma della mancanza di coerenza complessiva più che di idee.
Peccato che nella spesa sociale il metodo nella distribuzione delle risorse è la sostanza.


Twitter @GioFaggionato

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