Francesco Pacifico

Legge elettorale, le quattro spine del Tedeschellum

Legge elettorale, le quattro spine del Tedeschellum

07 Giugno 2017 14.09
Like me!

C’è il rischio di ritrovarsi senza nessun partito in grado di governare. C’è la certezza di avere un parlamento di nominati in barba alla volontà dei cittadini. Per non parlare dello spettro della Consulta, che ha già rottamato il Porcellum e l’Italicum. La legge elettorale ribattezzata Tedeschellum, che il 7 giugno ha iniziato alla Camera il suo tortuoso percorso verso l'approvazione tra 209 emendamenti, franchi tiratori (sulle pregiudiziali sono mancati 66 voti al patto tra Pd, Forza Italia, Movimento 5 stelle e Lega) e possibili marce indietro («Rivotino gli iscritti», ha detto Beppe Grillo), nonostante le ultime correzioni presenta ancora tanti nodi aperti che rischiano di rendere più instabile di adesso il sistema politico italiano. Ecco quali.

1. Senza maggioranza né governo: si rischia una parcellizzazione da Prima Repubblica

Il sistema elettorale tedesco, soprattutto nella ripartizione dei seggi, è stato disegnato su un Paese che, dopo la Seconda guerra mondiale, ha deciso di incentrare le sue dinamiche politiche sulla dicotomia tra forze cristiane e socialdemocratici. Non a caso la Germania mise fuori legge, nel corso degli anni, sia partiti di destra e nostalgici del nazismo sia quello comunista. E non a caso, con la nascita del Pds poi diventato Linke con pezzi provenienti dalla Spd, la prima potenza europea per ben due volte dall’inizio del secolo ha dovuto avere governi di larghe intese. Perché in Germania i partiti più piccoli finiscono, grazie al proporzionale più puro che c’è e nonostante lo sbarramento, per togliere seggi a quelli maggiori (Cdu e Spd) destinati a governare.

RITORNO IMMEDIATO ALLE URNE? In Italia i partiti in grado di superare lo sbarramento sono quattro: Pd, Movimento 5 stelle, Forza Italia e Lega. Ma altri tre soggetti (l’area che va da Giuliano Pisapia ai bersaniani, i centristi che Angelino Alfano vuole unire, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni) non sono molto lontani dal farlo. Senza premio di maggioranza e senza il plus di seggi legato ai “resti” che in Germania invece c’è, si rischia una parcellizzazione degna della Prima Repubblica, con il risultato che nessuno dei partiti, da soli o uniti con le forze più omogenee, potrebbe avere i voti per formare un esecutivo. Così si rischia di ritornare subito alle urne.

2. I collegi disegnati male dalla legge: errori dalla Toscana alla Campania

Nel Tedeschellum, come nel suo “padre” germanico, la ripartizione della parte uninominale viene effettuata in base al voto raccolto dalle singole liste nel proporzionale. Per fare sì che, in base proprio a questo collegamento, nei singoli collegi vada in parlamento il primo degli eletti, il candidato con più voti, un emendamento ha previsto il taglio del numero dei collegi uninominali (dai 303 previsti nella prima bozza a 225 per esempio alla Camera) e l’aumento – poi dimezzato – delle circoscrizioni proporzionali (da 27 a 29, infine 28). Basterà per garantire una piena rappresentatività tra la volontà dei cittadini e l’esito delle elezioni? Non è detto.

RIGNANO E PONTASSIEVE SEPARATE. Il relatore Emanuele Fiano, per accelerare i tempi, ha deciso che sarà direttamente la legge e non il ministero degli Interni (come avviene ora) a delineare il perimetro di collegi e circoscrizioni. Ma con non pochi errori. Per esempio, nella Toscana del Giglio magico renziano, Rignano viene separata dalla vicina Pontassieve e alle città di Venezia e Napoli sono tolti suoi quartieri importanti (come l’isola della Giudecca e Bagnoli).

3. Un parlamento di nominati: anche il M5s adesso si adegua

Come nel Porcellum non ci sono le preferenze. E anche i Cinquestelle, che avevano proposto battaglia su questo punto, hanno receduto dai loro propositi. Se non bastasse, subito dopo i vincitori dei collegi uninominali, la ripartizione dei seggi prevede che salgano i capilista, scelti dai partiti nel proporzionale in liste bloccate. Mentre, rispetto al modello tedesco, manca il voto disgiunto. Tutte le forze politiche vogliono blindare, prima che si aprano le urne, i loro futuri eletti. Nulla di nuovo se Pier Luigi Bersani, nel 2013, impose ai suoi avversari interni nel partito democratico di fare salire 100 fedelissimi. Adesso Matteo Renzi vuole spazzare via le ultime sacche di opposizione interna; Silvio Berlusconi vuole tra Montecitorio e Palazzo Madama solo uomini di fiducia; Beppe Grillo e Casaleggio jr vogliono rinnovare il loro gruppo parlamentare perché, visto il rischio di governare, c’è la necessità di mandare a Roma un personale più preparato e meno litigioso.

IL PESO DEI SIGNORI DELLE TESSERE. Si va verso un parlamento di nominati, e pazienza se la Costituzione difende la volontà dei cittadini. Se non bastasse, la corsa al voto utile legata allo sbarramento per far fuori i piccoli renderà ogni preferenza indispensabile. In quest’ottica i segretari di partito che vogliono fare il bello e il cattivo tempo sulle liste elettorali saranno costretti comunque a trattare con i signori delle tessere a livello locale. È facile scommettere che ne vedremo delle belle, soprattutto in quelle zone dove i "cacicchi" territoriali (gli Emiliano, i De Luca o i Fitto) si muovono in maniera parallela rispetto alle forze d’appartenenza.

4. Lo spettro della incostituzionalità: l'assenza del voto disgiunto è al limite

Dopo il Porcellum e l’Italicum, la classe politica ha paura che la Consulta bocci anche il Tedeschellum. Per ridurre i rischi sono stati tagliati i collegi uninominali, in modo da impedire che il candidato con più voti su questo versante debba rinunciare al seggio in base alla ripartizione proporzionale. Ma secondo l’avvocato Felice Besostri, l’uomo che ha scritto il ricorso contro la legge elettorale voluta da Renzi, è anticostituzionale l’assenza del voto disgiunto come in Germania.

IN BILICO ANCHE LA SOGLIA DEL 5%. Inoltre, in molti ricordano che la Corte Costituzionale ha bocciato il doppio turno alla francese, perché «il ballottaggio avrebbe falsato rappresentatività ed eguaglianza del voto». Chi non dice che lo stesso principio non possa essere applicato anche per la soglia di sbarramento al 5%? Nel Porcellum, poi, i giudici, invece bocciarono i listini bloccati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *