L’affondamento della legge sul fine vita in Veneto, Bigon e la solita dissociazione del Pd

Lia Celi
17/01/2024

A sinistra non si riesce più a essere d'accordo su nulla. Lo dimostra la consigliera regionale dem che astenendosi in Aula ha impallinato il progetto sostenuto da Zaia mettendo in difficoltà il suo stesso partito che aveva votato a favore. Sembra che le piccole battaglie per il posizionamento individuale ormai siano più importanti di quelle che possono fare progredire una comunità.

L’affondamento della legge sul fine vita in Veneto, Bigon e la solita dissociazione del Pd

Qualcosa me lo diceva. Come un tarlo, un presentimento, un piccolo tuffo al cuore. L’affondamento da parte del Consiglio regionale veneto della legge sul fine vita, una battaglia di civiltà portata avanti dal governatore Luca Zaia (il leghista che sta ai colleghi di partito come lo scimpanzé superintelligente Natasha sta agli altri quadrumani) non poteva essere dovuto solo alla prevedibile ostilità ideologica nella maggioranza di centrodestra a tutte le libertà che non siano costruire abusivamente ed evadere il fisco. In quel pari e patta fra sì e no che ha determinato la bocciatura dei primi due articoli della norma promossa dall’associazione Coscioni si coglieva il sentore di imbecille inconsistenza che oggi viene automatico associare al Pd. E così era, infatti. A favorire il risultato infausto, a quanto pare, sono state tre astensioni in Aula: quelle di due consiglieri della lista di Zaia, che aveva lasciato ai suoi libertà di coscienza, e di una di una consigliera dem, la cattolica veronese Anna Maria Bigon. Cognome che non a caso fa rima con teo-con e con Pillon, il quale ha salutato il naufragio della legge sul fine vita esultando su X: «Ottima notizia! La vita vale. Sempre».

L’astensione in Aula di Bigon e la solita dissociazione all’interno del Pd

Bigon la libertà di coscienza rispetto al Pd, favorevole alla legge, se l’è presa da sé, rassicurando l’Italia che anche in Veneto, così come a Roma, l’espressione «disciplina di partito» è una parolaccia. A sinistra non si riesce a essere davvero d’accordo su nulla e le piccole battaglie per il posizionamento individuale sono molto più importanti di quelle che possono fare progredire una comunità e rispondere ai suoi bisogni. Le perplessità della consigliera sulla legge, sostenuta dal resto del suo partito, erano note: no al suicidio assistito, ci vogliono più hospice e cure palliative. Pd e M5s speravano che Bigon si sarebbe limitata a uscire dall’Aula al momento della votazione: non avrebbe tradito né la sua coscienza né il suo partito, e il cammino di una legge così importante e delicata non si sarebbe interrotto. Ma la coscienza di Bigon è più esigente, anche se non abbastanza da suggerirle di votare apertamente contro. Così la consigliera scaligera ha scelto di astenersi in Aula, col multi-effetto di impallinare la legge sul fine-vita, di far fare l’ennesima figura da dissociato al Pd e di mettere in difficoltà Luca Zaia, una delle poche persone sensate del centrodestra. Matteo Salvini e Fratelli d’Italia sono ancora lì a darsi i pizzicotti per convincersi che è successo davvero, prima di stappare lo spumante.

L'affondamento della legge sul fine vita in Veneto e la solita dissociazione del Pd
Il governatore del Veneto, Luca Zaia (Imagoeconomica).

Una cosa deve essere chiara: il suicidio assistito non è una alternativa a cure palliative e hospice

Su una cosa, però, Anna Maria Bigon ha ragione. Ci vogliono davvero più hospice e cure palliative, e il Veneto resta una delle regioni italiane più attrezzate per l’assistenza ai malati terminali, decisamente insufficiente in altre zone della penisola. Ma il suicidio assistito non è mai stato proposto dai suoi sostenitori come alternativa né tantomeno come sostituto delle cure palliative. Si tratta di non obbligare un malato incurabile ad attendere l’inevitabile fine vegetando per mesi o anni in stato di incoscienza, senza reazioni apprezzabili, logorando le risorse psichiche ed emotive dei propri elettori. Elettori? Oddio, volevo scrivere congiunti. Che brutto lapsus.