Le legittima difesa di Salvini smontata da una studentessa delle medie

16 Marzo 2019 13.00
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Immaginiamo di essere tornati ai tempi in cui frequentavamo le scuole medie. Una mattina, entrati in classe, troviamo la nostra aula in subbuglio: porte e finestre rotte, cocci di vetro sparsi sul pavimento, armadi aperti. Poco dopo ci accorgiamo che manca qualcosa. Si tratta del materiale didattico usato per fare lezione. Computers, proiettori, lavagne interattive multimediali. Strumenti che rappresentano un patrimonio per l'intera scuola. Come reagiremmo? Personalmente credo mi arrabbierei molto e spererei che la polizia riuscisse a catturare gli autori del furto e dei danneggiamenti per sanzionarli come previsto dalla legge.

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Una studentessa di terza media di Modena si è comportata in modo differente e anche inaspettato di fronte alla scoperta di un furto perpetrato nell'istituto in cui studia. Ha scritto un articolo sull'accaduto, pubblicato all'interno del giornalino online della scuola. Alice Ascari, questo è il suo nome, è molto giovane ma ha capito perfettamente che vittima del danno è l'intera comunità scolastica e, in modo particolare, chi, per qualche motivo, ha più bisogno di usare le tecnologie didattiche rispetto ad altri. Gli alunni con disabilità sono i principali fruitori di strumenti tecnologici. Per molti di loro è indispensabile utilizzare ausili che possano facilitarli nell'apprendimento e/o nella comunicazione. Non poterne disporre significa faticare maggiormente a seguire le lezioni, nello svolgimento dei compiti e nell'interazione con compagni e docenti.

SERVE CAMBIARE LA PROSPETTIVA DI CHI COMMETTE REATI

Questo Alice lo sa bene. Infatti spiega: «Quando capitano questi fatti ci si rende conto che vengono danneggiati soprattutto quegli studenti che a casa non possiedono tali strumenti o coloro per i quali rappresentano un modo diverso per apprendere, magari anche solo stimolando la curiosità (non avendo un grande amore per i libri) o ancora gli studenti disabili per i quali sono strumenti indispensabili». Poi si concentra sui ladri. Pensando a loro, scrive: «[..] se queste persone che, talvolta, si trovano nella condizione di compiere questi reati, pur sempre ingiustificabili, pensassero che anche i loro figli potrebbero la mattina, quando tornano a scuola, in un giorno come gli altri, trovare un vetro della propria classe frantumato, il proiettore della Lim scomparso e che magari proprio per quel giorno avevano preparato una ricerca a cui avevano lavorato tanto e che avrebbero dovuto mostrare a tutta la classe oppure avrebbero dovuto guardare un film che era stato programmato da tanto».

Se si trovasse faccia a faccia con gli autori del furto, Alice chiamerebbe la polizia ma piuttosto cercherebbe un dialogo con chi ha danneggiato lei e i suoi compagni

Poi conclude: «Ecco, forse se riflettessero su questo, sul fatto che si danneggiano strutture e strumenti utili a tutti, anche a loro non lo farebbero più». Se si trovasse faccia a faccia con gli autori del furto, quindi, mi piace pensare che probabilmente la prima mossa di Alice non sarebbe chiamare la polizia ma piuttosto cercare un dialogo con chi ha danneggiato lei e i suoi compagni. Un confronto in cui la studentessa non accuserebbe né punterebbe il dito contro gli sconosciuti interlocutori. Piuttosto li inviterebbe a cambiare la prospettiva da cui osservare quanto accaduto. La ragazza desidererebbe che si calassero nei panni delle vittime o, per essere più precisi, dei loro genitori. Così forse capirebbero il punto di vista di chi hanno danneggiato – sostiene – e non commetterebbero lo stesso errore in futuro.

I RISCHI DELLA GIUSTIZIA FAI DA TE

Alice non lo sa ma mostrare ai colpevoli quali sono le conseguenze delle proprie azioni e aiutarli a immedesimarsi nelle vittime per riuscire a cogliere il loro punto di vista sono due dei pilastri su cui si fonda la giustizia riparativa. Non è un'idea nuova ma la ritengo sempre rivoluzionaria. Soprattutto in un'Italia dove oggi il giustizialismo sembra farla da padrone e la sua dimostrazione lampante è la proposta di legge sulla legittima difesa, fortemente voluta da Matteo Salvini. Una riforma che, al netto delle valutazioni sulle effettive ripercussioni concrete, potrebbe veicolare un pericoloso messaggio sulla liceità della “giustizia fai da te”. Non conosciamo gli autori del furto ma non penso proprio si siano interrogati sulla destinazione d'uso della refurtiva né tanto meno su chi fossero i beneficiari delle tecnologie che stavano rubando.

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Se queste persone venissero semplicemente identificate, catturate e sbattute in prigione cosa cambierebbe rispetto al loro modo di pensare e agire? Probabilmente niente. Reitererebbero lo stesso reato in futuro? Io credo di sì. La sanzione pone necessariamente a confronto con il funzionamento del sistema giudiziario ma rivela poco o niente delle ricadute che hanno le proprie azioni su chi le subisce. E finché una persona non ascolta la voce di chi ha danneggiato è difficile che riesca a immedesimarsi in loro, comprendendo le conseguenze del reato. Conseguenze osservabili a più livelli: materiale, economico, didattico ma anche emotivo poiché un furto, scrive Alice, «rende l'ambiente in cui passiamo le nostre giornate non protetto, a volte anche pericoloso».

Finché una persona non ascolta la voce di chi ha danneggiato è difficile che riesca a immedesimarsi in loro, comprendendo le conseguenze del reato

Se io fossi il giudice chiamato a comminare loro una sanzione penso cercherei di capire se sussistano le condizioni per organizzare uno o più momenti di confronto e collaborazione tra i ladri e alcune delle classi danneggiate magari proprio quelle in cui sono presenti alunni con disabilità. Chiaramente la mia è un'ipotesi teorica la cui fattibilità andrebbe ponderata accuratamente, ma se si riuscisse a concretizzare sarebbe un buon esempio di come, per cercare di rendere il mondo migliore, non occorra trasformarlo in un far west ma piuttosto in una palestra di dialogo e di cittadinanza.

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