Viaggio tra i rifugiati bloccati a Lesbo

07 Gennaio 2019 07.00
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da Lesbo

Il campo profughi di Moria, cittadina dell'isola di Lesbo a pochi chilometri da Mitilene, è circondato da reti e filo spinato e assomiglia a una prigione. È sovraffollato dal 2015, l'anno in cui la Grecia vide arrivare sulle proprie coste più di 800 mila mila profughi da Siria, Afghanistan, Iran, Somalia ed Eritrea. Su una capienza di 3 mila posti, vi soggiornano oggi più 7 mila richiedenti asilo. Attorno al campo si è costituita spontaneamente l'estensione informale denominata Olive Grove, boschetto di ulivi, un accampamentojungle: le strade sono un pantano a causa delle frequenti piogge, i rifiuti sono ovunque, il freddo è pungente e non c'è nulla con cui riscaldarsi, fatta eccezione per qualche fuoco acceso fuori dalle tende. Alcuni profughi ne alimentano le braci con plastica di scarto, mentre diversi bambini ci giocano attorno incuranti dell'odore acre.

MIGRANTI PRIGIONIERI DELLA BUROCRAZIA

Caroline Willemsen, project coordinator di Medici Senza Frontiere, racconta che i servizi igienici di base sono del tutto inadeguati per il numero di profughi presenti. «I genitori molto spesso non lavano i propri figli con l'acqua gelata, non li biasimo», spiega, «ma ciò porta inevitabilmente al proliferare di malattie e infezioni». Il centro pediatrico di Msf si trova appena fuori da Moria e quotidianamente offre sostegno a moltissimi bambini, alcuni dei quali soffrono di gravi forme di psicosi tra cui autolesionismo e manie suicide, come testimoniato anche dal Guardian. Prima l'ospedale si trovava all’interno del campo, ma in segno di protesta contro l'accordo tra Unione europea e governo turco del 18 marzo 2016, Msf ha deciso di trasferirsi all'esterno dei suoi confini. Oggi i fatti confermano quanto denunciato da diverse Ong: il patto ha allungato notevolmente i tempi della burocrazia ellenica, costringendo i profughi a permanenze forzate nei centri di accoglienza, in condizioni di gravi vulnerabilità igienica e sociale.

LA RICONFERMA DEI FONDI UE ALLA TURCHIA

Di recente la Commissione europea ha pubblicato un resoconto positivo degli effetti a due anni dall'intesa: il numero degli sbarchi sulle isole dell'Egeo si è ridotto del 97% e quello dei morti durante le traversate è sceso da 1.175 – nei 20 mesi prima del marzo 2016 – a 130. In virtù di questi risultati Bruxelles ha riconfermato il 29 giugno scorso il versamento di 3 miliardi di euro alla Turchia, seconda tranche dei 6 miliardi previsti per «il supporto ai rifugiati siriani». Ma quali sono i punti chiave di questo accordo e quali i punti critici?

Il testo dell'intesa, definita misura straordinaria e temporanea, si basa su due fondamenti. Il primo stabilisce che i profughi sulle isole greche cui non sia riconosciuta la protezione internazionale vengano rimpatriati in Turchia, nel rispetto tuttavia del principio di non-refoulement (principio del non respingimento), riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra. Tale principio prevede che a un rifugiato non possa essere impedito l’ingresso nel Paese né che possa essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sono a rischio. Soltanto dichiarando la Turchia «Paese terzo sicuro» il principio è rispettato. Ma la Turchia può veramente essere considerato un Paese sicuro, per esempio, per un siriano di etnia curda? Il secondo fondamento è che per ogni siriano riportato in Turchia, un siriano richiedente asilo venga ricollocato in uno Stato europeo sulla base dei posti messi a disposizione dai singoli Paesi dell'Unione, cosa che nella realtà trova l'opposizione di diversi governi non disposti ad assumersi quote di rifugiati.

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LE PRESSIONI DI ANKARA SULLE ONG

Sono poi molte le pressioni subite dalle Ong da parte di Ankara, dalla revoca alle autorizzazioni al rallentamento delle gare d’appalto, alla riduzione della durata dei permessi e delle concessioni di nuovi visti al personale operativo. Un esempio è quello di Save the Children, la cui attività è stata limitata per la mancata notifica al ministero dell'Educazione di alcuni corsi di lingua offerti ai rifugiati. Come già accennato i tempi della burocrazia greca si sono allungati. In caso di respingimento della domanda di asilo è possibile fare ricorso, ma l'attesa tra il primo e il secondo colloquio è di circa un anno, periodo da trascorrere in strutture del tutto inadeguate e sovraffollate. I tempi sono così lunghi perché ogni domanda deve essere valutata individualmente e l’applicazione del concetto di Paese terzo sicuro deve tenere conto delle circostanze di ciascun caso.

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SEDICIMILA PERSONE BLOCCATE NEL LIMBO

L’accordo fa poi riferimento ai soli profughi siriani, e ciò è in contrasto con l'articolo 3 sullo status di rifugiato della Convenzione di Ginevra, che vieta la discriminazione sulla base del paese d'origine. I siriani non sono infatti gli unici a tentare la traversata: nei primi sette mesi del 2018, secondo i dati Unhcr, ai 5.750 siriani si sono aggiunti 3.450 iracheni, 2.450 afghani e 600 palestinesi. È lecito chiedersi cosa accadrà a tutti questi profughi di altre nazionalità che saranno rimandati in Turchia, visto che il governo non riconosce loro lo status di protezione temporanea che tutela invece chi scappa dalla Siria. Dall'aprile del 2016 allo scorso novembre sono solo 1.795 i trasferimenti avvenuti tra Grecia e Turchia, di cui il 19% costituito da siriani. La maggioranza dei trasferimenti avviene sulla base della bocciatura della seconda richiesta di asilo, ma anche perché gli stessi profughi non intendono presentare una domanda di asilo che li vincolerebbe alla Grecia. Attualmente sono ancora 16 mila le persone bloccate in un limbo burocratico sulle isole dell'Egeo, nonostante in questi mesi il governo ellenico abbia intensificato i trasferimenti sul continente.

L'ATTESA SNERVANTE TRA GLI ULIVI

Ad attendere è anche la famiglia di Qurban, di etnia hazara, che risiede all'Olive Grove da ormai tre mesi. Nonostante siano scappati dalle violenze dei taliban, la loro domanda d'asilo è stata rifiutata: mostrano i documenti marcati da un timbro rosso. Hanno fatto ricorso ma la data del prossimo colloquio è fissata per agosto 2019. Si sono dunque rassegnati ad affrontare il freddo, la mancanza di igiene, l'attesa snervante, con l'unica speranza di una risposta affermativa. Sperano di entrare in Europa. Senza considerare che il pantano di questo campo profughi è già Europa, la sua parte peggiore.

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