L’eugenetica islandese non è troppo diversa dall’aborto selettivo delle bimbe in India

Lia Celi
23/08/2017

Nella terra dei geyser stanno scomparendo i down. Bene la libera scelta dei genitori, ma la sistematica eliminazione dei feti con 47 cromosomi forse un giorno ci apparirà ingiusta e frutto di ignoranza.

L’eugenetica islandese non è troppo diversa dall’aborto selettivo delle bimbe in India

Notizia a doppio taglio, quella arrivata ieri dall’Islanda. Nella terra dei vulcani non nascono più bambini affetti da sindrome di Down, e questo potrebbe sembrare positivo, poiché, comunque la si guardi, la trisomia 21 è un’anomalia genetica che comporta problemi per la salute dei piccoli. Meno bello è il motivo per cui i down stanno sparendo dall’Islanda: non cure prenatali all’avanguardia o diete speciali a base di pesce essiccato per le aspiranti mamme o ringiovanimento degli ovuli mediante esposizione al getto dei geyser, ma la diffusione capillare di amnio e villocentesi, che consentono alle islandesi di interrompere la gravidanza se nelle cellule del feto c’è un cromosoma in più.

ISLANDA PARADISO DELLE DONNE. Un bambino così non lo vogliono, anche se oggi le persone down vivono molto più a lungo e meglio di un tempo e possono studiare, lavorare, metter su famiglia, essere membri della società attivi e creativi. E se possono riuscirci in Italia, dove i servizi sociali latitano quasi ovunque e i normodotati vedono nei parcheggi per disabili quello che Hitler vedeva nei Sudeti, figuriamoci in Islanda, il Paese più evoluto dell’evolutissima Scandinavia, il paradiso delle donne, il primo al mondo a bandire per legge il gender pay gap, la disparità di salario fra maschi e femmine, così women-friendly e ben organizzato che due madri su tre scelgono di allevare i figli da sole.

SE L'INFELICITÀ FA PAURA. E invece i bambini con 47 cromosomi fanno paura anche ai discendenti degli impavidi vichinghi. Niente ipocrisie: da pluripara attempata, mi sono sottoposta all’amniocentesi per tutte le mie gravidanze, e non perché adoravo farmi infilare degli aghi nella pancia. Io e il padre, come migliaia di coppie, volevamo sapere se nostro figlio aveva i cromosomi a posto, e se così non fosse stato ci avremmo rinunciato. L’avremmo fatto davvero? Solo la buona sorte ci ha permesso di non dover mai prendere decisioni in proposito, ma il presupposto era quello: non intendevamo «mettere al mondo un infelice».

Spero che un giorno l’aborto preventivo dei down in Occidente ci apparirà ingiusto e frutto di ignoranza quanto oggi lo è l’aborto selettivo delle femmine in Cina e India

Che poi significa soprattutto che avevamo paura di essere infelici noi, con un bambino down, paura di dover faticare di più, di essere compatiti, giudicati, disapprovati: «Poveretti, però anche lei, un figlio dopo i 40, non ha fatto gli esami? E se sapevano che era così, dovevano proprio tenerlo? Per sentirsi santi o politicamente corretti, regalando a lui una vita di sofferenze?», eccetera. Insomma, siamo tutti islandesi, almeno sotto questo profilo. Eppure, da laica e pro-choice, spero che ci sia un giorno in cui l’aborto preventivo dei down nei Paesi occidentali ci apparirà ingiusto e frutto di ignoranza quanto oggi lo è l’aborto selettivo delle femmine in Cina e in India.

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